All’indomani di 48 ore di violenze, guerriglia urbana e devastazioni, Milano si è svegliata sotto shock. I segni tangibili degli scontri di sabato sera, andati nuovamente in scena domenica, sono visibili. Ma a essere ferita non è solo la città: lo è anche chiunque abbia visto immagini e video. Soprattutto alla luce di un dato: l’80% di chi era in strada è minorenne. Qualcuno non ha neppure compiuto 13 anni. Era lì, cappuccio calato in testa, viso spesso coperto, molti vestiti di nero e tanti pieni di una rabbia riversata contro qualsiasi cosa: cartelli stradali, biciclette elettriche a noleggio, vetrine di negozi poi svaligiati. Una domanda, però, non ha ancora risposta: se tra quei ragazzi ci fosse stato nostro figlio?

La rabbia sui volti di ragazzini

Tutto è iniziato con il passaparola, sui social naturalmente: su TikTok e Instagram l’invito a manifestare contro il caro vita, il costo dei carburanti e le tasse, ma anche le condizioni della scuola. Ma il passo da striscioni con slogan come “Più soldi alle famiglie, meno alle guerre” alle violenze è stato breve. In poche ore si è arrivati al lancio di bottiglie, transenne, bombe carta contro gli agenti, fino a colpire alla testa un funzionario di polizia con un mattone scagliato a breve distanza. Dei motivi della protesta iniziale, domenica sera, non è rimasta che l’ombra. Nel mirino dei ragazzi sono finite anche le vetrine di negozi sportivi, poi saccheggiati, e librerie come la Feltrinelli di Porta Nuova, di cui sono stati rovesciati scaffali e sottratti volumi. Per tutto ciò si è usato il termine “rabbia”. Ma è davvero così?

Cosa spinge i giovani alle violenze

«L’adolescenza è l’età del fuoco, questo deve essere chiaro: una quota di esplosività è sana, nella misura in cui il suo compito è uccidere simbolicamente i genitori, da cui i ragazzi devono separarsi emotivamente, devono differenziarsi e trovare una propria identità. Per compiere questa operazione, una quota di ribellione è fisiologica, fa parte dell’evoluzione: il figlio ombra del genitore, per quanto obbediente, potrebbe rischiare di non compiere questo passaggio psichico e simbolico. Ma, al netto di questa dinamica familiare, a livello sociale io penso che stiamo assistendo a una rivisitazione del complesso di Tantalo» spiega lo psicopedagogista Stefano Rossi.

Giovani vittime del complesso di Tantalo

«Nel mito, Tantalo, invitato a un banchetto sontuoso, vede cibo e leccornie di ogni tipo, ma non appena si avvicina gli Dei gli impediscono di mangiarne» chiarisce Rossi. «Lo stesso sta accadendo ai nostri giovani. Con questo non giustifico le violenze, ma il fenomeno va inquadrato in un contesto dove ci sono due spinte contrapposte: da un lato sui social questa generazione vede vite piene di ricchezza, successo e popolarità; dall’altro inizia a rendersi conto che il futuro è entrato drammaticamente in crisi. Come Tantalo, quindi, la risposta è la distruzione del mondo, non come forma di protesta razionale, ma in “modalità Joker”, cioè dando fuoco alla città dopo che questa gli ha fatto capire che non c’è futuro per lui».

La società del coltello e l’angoscia per il futuro

Per Rossi l’angoscia per il futuro è un tema di cui si parla troppo poco. «Dietro a un apparente gesto di rabbia, ci sono anche dinamiche di gruppo, come il contagio emotivo, ma dovremmo interrogarci sul modello offerto dagli adulti. In un momento in cui si parla di crisi climatica, guerre, AI che minaccia il lavoro, noi alimentiamo un’immagine in cui la prepotenza la fa da padrona» sottolinea lo psicopedagogista. «È la società del coltello: invitiamo i giovani a lottare, col coltello tra i denti, appunto, per ottenere ciò che vogliono. Vale in ambito lavorativo, ma vale anche a livello internazionale con invasioni e prepotenze».

I tanti volti dei nostri ragazzi

In tutto questo madri e padri che vedono immagini e video di figli che potrebbero essere i loro rimangono spaesati. «Gli adolescenti possono e hanno diverse identità, proprio come gli adulti, e le giocano in modo differente a seconda dei contesti. Il paradosso è che l’ambivalenza di questa età si manifesta solitamente al contrario: un ragazzo o una ragazza è in genere molto educato all’esterno e molto esplosivo in casa» osserva Rossi. Che ricorda anche il recente caso delle aggressioni della microcar a Roma. «Lì il motivo è più legato a un vuoto, alla “noia”, a non sapere come passare il tempo (e il compleanno) e dunque alla decisione di uscire a colpire i passanti. Nella maggior parte dei casi, invece, i giovani sono come l’uomo dell’Urlo di Munch».

Giovani come nell’Urlo di Munch

«Come nell’opera d’arte, i nuovi adolescenti sono da soli su un ponte, sospesi tra due abissi: da un lato il vuoto di valori e il nichilismo che alimenta la disperazione; dall’altro la competizione infernale a cui accennavo in precedenza, che spinge a essere sempre vincenti e onnipotenti. In mezzo a questa biforcazione, se la famiglia non “tiene” e il giovane di Munch si ritrova da solo su quel ponte, cadere in uno dei due abissi è facile, più facile che in passato», spiega Rossi, che però esorta anche a non generalizzare. «Non ci sono solo nichilismo e disperazione, ma anche molti ragazzi che scendono in piazza in modo pacifico o che si impegnano nel sociale e nel volontariato. Viviamo in una società estremamente complessa».

Se ci fosse mio figlio lì in mezzo?

A un genitore, però, resta l’interrogativo più grande: se ci fosse mio figlio tra quei giovani? «Con gli adolescenti, specie quando sbagliano, il gesto più importante è sedersi accanto a loro. Non è dir loro cosa pensare, ma farlo “con” loro. Il primo passo porta a esercitare la cosiddetta “funzione paterna”: parlare di quanto accaduto e sottolinearne la gravità, il superamento del limite e della regola. Ma poi deve subentrare anche la “funzione materna”, che equivale a dire al figlio o alla figlia: “Aiutami a capire qual è il significato che tu dai al gesto che hai compiuto”» suggerisce Rossi. «Se pensiamo “con” i ragazzi, li possiamo aiutare, perché loro si pongono molte domande. Insieme possiamo uscire dalla narrazione unica del dover essere vincenti a qualunque costo. Anche a costo della violenza».