Il voto l’hanno conquistato le nostre nonne. La parità salariale le nostre madri. A noi e alle nostre figlie tocca adesso un’altra lotta, in uno spazio reale quanto una piazza o un ufficio. Sì, la Rete è la frontiera in cui oggi si giocano la nostra libertà e la nostra sicurezza. Abbiamo il diritto di esprimere le nostre opinioni online senza ricevere insulti sessisti, di navigare senza la paura di vedere le nostre foto spogliate con l’AI, di chattare senza essere vittime di messaggi ossessivi o pedinamenti virtuali.
Per capire cosa ci manca e cosa vogliamo, lanciamo in queste pagine un altro grande sondaggio con Ipsos Doxa. Risponderanno 800 persone e potete farlo anche voi lettrici e lettori: cliccate qui e fateci sentire la vostra voce.
Diritti digitali: la fase due di “Libere e Uguali 2026”
È questa la “parte due” della terza edizione del progetto Libere e uguali. Per una nuova idea di parità. Nella prima metà dell’anno, in occasione degli 80 anni del diritto di voto alle italiane, ci siamo concentrate su diritti, lavoro e famiglia e abbiamo ripercorso i grandi traguardi storici: le Madri costituenti, l’ingresso delle donne in magistratura, i referendum sul divorzio e l’aborto. Se allora la sfida era conquistare lo spazio pubblico fisico, oggi quell’urgenza si sposta nel mondo solo all’apparenza virtuale di Internet.
«Ogni conquista storica è stata la risposta a uno squilibrio di potere in un luogo identificabile: il seggio, il luogo di lavoro, l’aula parlamentare» spiega l’avvocata Nicole Monte, esperta di nuove tecnologie e privacy, socia dello studio legale 42LF e vicepresidente di Permesso Negato. «Oggi che gran parte della nostra vita si svolge online, quello squilibrio non è scomparso: si è solo trasferito su un terreno meno visibile. Rivendicare una piena cittadinanza digitale significa riconoscere che i diritti conquistati nello spazio fisico, come la libertà di espressione, l’integrità della persona e la parità di trattamento, non scompaiono automaticamente in quello digitale. La battaglia per i diritti digitali non è diversa da quella per i diritti civili: ne è la naturale prosecuzione».
Il vuoto normativo: perché manca uno statuto dei diritti digitali
Nonostante il GDPR (il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali), il Digital Services Act (le norme Ue sulla responsabilità dei servizi digitali) e l’AI Act (che disciplina l’uso dell’Intelligenza artificiale), per Nicole Monte manca ancora un vero statuto dei diritti digitali della persona «che riconosca il diritto all’oblio, il diritto alla disconnessione, il diritto a non essere profilate in modo discriminatorio, il diritto a un ambiente digitale che non normalizzi la violenza di genere». L’avvocata ritiene che il vuoto più trasversale riguardi il consenso: «Accettiamo cookie e informative con un clic quasi mai preceduto da una lettura.
Dobbiamo elevare il consenso digitale al rango di diritto fondamentale del cittadino digitale, presupposto sostanziale di ogni relazione che si instaura online, tanto nel trattamento dei dati quanto nella condivisione di contenuti che riguardano la sfera più intima della persona
Restituirebbe il controllo reale sui propri dati e sulla propria immagine e darebbe anche una consapevolezza che spesso manca: capire in anticipo il disvalore di condotte come la condivisione di immagini altrui senza autorizzazione o la diffusione di contenuti manipolati è la chiave per fare vera prevenzione».
Deepfake e revenge porn: le nuove forme di violenza di genere digitale
La cyberviolenza si sta trasformando, nelle forme e negli strumenti. «Se un tempo il cyberbullismo, disciplinato in Italia dalla legge 71 del 2017, si limitava prevalentemente a messaggi o post, oggi un’escalation tecnologica rende la violenza digitale ancora più insidiosa» avverte Nicole Monte. «L’Intelligenza artificiale generativa crea contenuti falsi ma estremamente realistici con un impatto psicologico e reputazionale devastante per le vittime, spesso senza che sia stato commesso alcun atto fisico». Tra il 2019 e il 2023 i deepfake online sono aumentati del 550%. A questo si aggiunge una complicità collettiva. «Pensiamo ai gruppi chiusi in cui immagini intime di donne ignare vengono condivise e commentate da migliaia di utenti. Siamo ben oltre la singola condotta isolata che il diritto penale tradizionalmente presuppone».
Lo schermo come alibi: perché la violenza online sembra “meno reale”
Dall’hate speech al revenge porn fino ai deepnude, la tossicità del web penetra in modo strisciante, protetta e amplificata dall’illusione di distanza del display. «Molti considerano ancora la Rete come uno spazio sospeso dalla responsabilità, mentre ogni interazione digitale produce conseguenze del tutto assimilabili a quelle in presenza» nota Monte. «Chi agisce spesso non si rende conto del disvalore, quasi che l’assenza di un contatto fisico con la vittima ne affievolisca, nella sua percezione, la portata offensiva».
Lo conferma Sveva Magaraggia, Pro-Rettrice alle Pari Opportunità dell’Università di Milano-Bicocca e docente di Sociologia della Cultura e della Comunicazione, che cita il neologismo onlife: «Non viviamo più solo online o solo offline. Esiste un continuum tra spazio fisico e virtuale: studiare l’abuso in Rete ci aiuta a capire i meccanismi di quello offline e scardina l’idea che il web sia un mondo a parte». Lo schermo è infatti un alibi emotivo. «Il digitale semplifica le violenze, perché si agisce a distanza o in modo automatizzato. Di fronte a una denuncia, i “leoni da tastiera” si giustificano sempre: “Non intendevo”, “Era solo una battuta”. La Rete permette di nascondersi e fornisce scuse, cancellando la consapevolezza del danno».
Piattaforme, famiglie, giustizia: una risposta a più livelli
Uscire da questa giungla richiede un impegno sistemico: «Nessun attore da solo può offrire una tutela effettiva. Da un lato, serve la responsabilità delle piattaforme, oggi disciplinata dal Digital Services Act, che impone obblighi di rimozione e trasparenza sugli algoritmi di moderazione. Dall’altro, è necessaria una responsabilizzazione genitoriale fin dai primi utilizzi degli strumenti digitali e un ripensamento del ruolo di creator e influencer» sottolinea Nicole Monte. C’è poi un terzo fronte, quello della giustizia. «È imprescindibile un rafforzamento degli strumenti di tutela processuale, affinché le vittime possano ottenere non solo la rimozione dei contenuti, ma anche un risarcimento effettivo e tempestivo. Solo l’intreccio coordinato di questi livelli – normativo, tecnologico, educativo e giudiziario – può restituire alle donne una tutela che oggi resta più promessa che effettiva». Oltre il 51% delle vittime di condivisione non consensuale di materiale intimo arriva a pensieri suicidari, travolta dalla vergogna: un dato terribile, che da solo giustifica l’urgenza.
Verso la Carta dei diritti digitali e il progetto con l’Università Bicocca
La sicurezza online non prescinde da un patto educativo. Per questo Donna Moderna ha stretto un’alleanza con l’Università di Milano-Bicocca, promuovendo Oltre la Rete: analisi e contrasto alla cyberviolenza di genere, un progetto che ha stimolato gli studenti dell’ateneo a tradurre l’analisi delle cyberviolenze in vademecum operativi di 10 punti pratici. «Il passaggio dalla teoria a suggerimenti concreti è un esercizio formativo importantissimo» commenta Sveva Magaraggia. Gli elaborati vincitori saranno pubblicati su donnamoderna.com e sui nostri canali social. Tutto questo patrimonio di idee, insieme alle vostre risposte al sondaggio, sarà la base per scrivere, in collaborazione con Permesso Negato, una “Carta dei diritti digitali”: la presenteremo a Milano a fine novembre, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Quello schermo che tocchiamo cento volte al giorno, tra una mail di lavoro, la chat con le amiche e le foto dei nostri figli, non può essere un luogo in cui sentirci vulnerabili. Abitare lo spazio digitale in sicurezza è un diritto che riguarda la nostra libertà e lo abbiamo, letteralmente, tra le mani.
Libere e Uguali è stato riconosciuto iniziativa del Patto per il Lavoro di Milano.
Con la collaborazione scientifica di: Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Milano Bicocca-Osservatorio Pari Opportunità, Fondazione Libellula, MyEdu, Permesso Negato, Osservatorio Maschile, Valore D.
Con il supporto di: Dolomiti Energia, essence, Generali, Banca Mediolanum, Mundys, Wind Tre.