Sarà vero? È la domanda che mi faccio sempre più spesso mentre scrollo sui social. E la risposta è quasi sempre: non lo so. Sono talmente tanti i contenuti creati o modificati dall’intelligenza artificiale che ormai dubito di tutti. Alcuni sono palesemente falsi (e a volte anche divertenti o utili), come gli alimenti o gli organi versione cartoon che prendono vita e danno consigli su come tenerli in frigo o in salute. Altri sono talmente realistici da sembrare veri. Metto in conto che anche l’immagine più verosimile possa essere del tutto inventata. Mi inquieta l’idea di aver riso, di essermi intenerita o di aver guardato con attenzione qualcosa che non è mai esistito. Almeno nella forma che qualcuno ha voluto io vedessi. E provo grande frustrazione quando so di non essermene accorta. Altro che nativa digitale…

I casi recenti o più virali

Negli ultimi mesi i social sono stati invasi da contenuti che sembravano autentici e che invece erano completamente o parzialmente falsi. Per esempio, il filmato notturno di una videocamera di sorveglianza che avrebbe ripreso dei conigli “salterini” su un trampolino in giardino. Come riporta Agenda Digitale, diversi fact-check hanno poi svelato che il video era interamente generato dall’AI. I conigli sono andati virali anche perché gli animaletti in generale fanno leva sull’empatia e quindi “funzionano” molto bene sui social. Erano finti, sì, ma anche innocui da un certo punto di vista.

@rachelthecatlovers Just checked the home security cam and… I think we’ve got guest performers out back! @Ring #bunny #ringdoorbell #ring #bunnies #trampoline ♬ Bounce When She Walk – Ohboyprince

Cosa succede, però, se l’AI entra nella propaganda politica? La Casa Bianca, per esempio, diffonde molte immagini create artificialmente. Come quella che ritrae Donald Trump mano nella mano con un pinguino, con la bandiera americana e quella della Groenlandia sullo sfondo. Il post, accompagnato dalla caption “Embrace the penguin”, è diventato virale soprattutto per un motivo: i pinguini non vivono in Groenlandia ma nell’emisfero sud. Un errore geografico che ha scatenato ironie globali, ma che dimostra quanto facilmente l’AI possa creare immagini convincenti di scenari impossibili.

Altro caso recente? I video virali dell’incredibile nevicata del Kamchatka, in Russia, con interi condomini ricoperti di neve, cumuli bianchi di decine di metri su cui le persone sciano, passeggiano o scendono con lo slittino. Molti utenti, e anche diversi media, hanno condiviso i filmati. Per un lasso di tempo c’è stata una confusione generale su dove finisse la realtà e iniziasse la finzione. Come riporta GeoPop, infatti, il contesto dei video era reale, cioè quella zona del Paese era stata effettivamente colpita da una forte tempesta di neve, ma quelle riprese in particolare erano false.

E poi, per restare in Italia, c’è stato il caso della foto dei due poliziotti a Torino. Facta.news, tra i principali progetti italiani di fact-checking, ha documentato che dopo gli scontri durante la manifestazione per lo sgombero del centro sociale Askatasuna del 31 gennaio scorso, è circolata una foto che mostrava due agenti – uno a terra aggredito e l’altro accorso in suo aiuto – in una versione alterata dall’AI, con alcuni dettagli incoerenti nelle divise dei poliziotti e nello scenario circostante. La Polizia ha chiarito che l’immagine non è stata creata internamente ma scelta tra quelle più virali circolate nel web in quei giorni. Un fatto può essere reale in partenza ma manipolato in un secondo momento, intenzionalmente o meno, in una modalità che agisce sui dettagli di ciò che ci accade intorno, sulle narrazioni, e quindi sulle nostre opinioni.

Il confine tra la realtà e la sua simulazione è praticamente scomparso. Oggi è quasi impossibile dire cosa è reale e cosa è creato digitalmente. Il vecchio detto “vedere per credere” non vale più. Anzi, sui social si è diffusa un’espressione che la Gen Z usa molto nei meme: we’re cooked, “siamo fritti”. Siamo fregati, sì, se fino a ieri prendevamo in giro i boomer e ora condividiamo il video di un gruppo di coniglietti che saltano su un trampolino elastico, pensando che possa essere successo davvero.

Web e social sono pieni di foto e video modificati o creati dall’AI

Per capire quanto velocemente questa tecnologia stia migliorando, si può guardare al cosiddetto test “Will Smith Eating Spaghetti”. Nel marzo 2023, un video AI dell’attore che mangia spaghetti era diventato virale per quanto fosse grottesco: un pasticcio distorto di volti, mani che scomparivano, spaghetti simili a tentacoli. Il mese scorso qualcuno ha rifatto l’esperimento e Will Smith ora appare praticamente perfetto. In tre anni, dal ridicolo al fotorealismo. Oggi il meme virale è diventato il nuovo “test” per valutare le performance dell’intelligenza artificiale. Prima le immagini AI sembravano… AI, appunto. Ora è quasi impossibile distinguerle. Aumenta la libertà creativa, certo, ma a quale prezzo?

Dalla fiducia allo scetticismo: vedere non è più verificare

Adam Mosseri, il responsabile di Instagram, ha scritto che «stiamo già assistendo a un’abbondanza di contenuti generati dall’AI e nel giro di pochi anni supereranno quelli realizzati con mezzi tradizionali.

L’autenticità sui social sarà sempre più scarsa. Col tempo passeremo dal dare per scontato che ciò che vediamo sia reale a un atteggiamento di maggiore scetticismo

Presteremo più attenzione a chi li condivide e alle motivazioni che possono esserci dietro. Sarà un cambiamento scomodo per molti, perché siamo naturalmente portati a fidarci di ciò che vedono i nostri occhi». E conclude aggiungendo che, a quel punto, «sarà più pratico autenticare i media reali invece di marcare quelli falsi».

L’AI analizza milioni di contenuti reali e impara a replicarli perfettamente. Quando genera un’immagine, calcola come ogni pixel dovrebbe apparire finché non sembra vera. Un tempo le foto erano prove della realtà. Ora sono solo output di cui non possiamo fidarci a priori. Quando chiunque può generare realismo su richiesta, guardare non significa più verificare. Altro che “vedere per credere”, con buona pace di San Tommaso. Sui social c’è chi ipotizza che stiamo assistendo alla fine della fotografia intesa come l’arte di documentare la realtà. Dal 1826, anno in cui è stata scattata la prima fotografia della storia, al 2026: un capitolo di 200 anni che si chiude?

Il paradosso: neanche l’AI si riconosce

È difficile determinare con precisione la percentuale di contenuti generati dall’AI sui social, perché il panorama evolve più velocemente delle statistiche. Su X e Reddit si stima che il 10-20% dei post sia già generato o pesantemente assistito dall’AI. Su piattaforme visive come Instagram e TikTok, si suppone che le percentuali siano molto più alte. Uno studio dell’Europol del 2022 – che in ambito tecnologico equivale a un’era geologica fa – aveva ipotizzato che entro il 2026 fino al 90% dei contenuti online sarebbe potuto essere sinteticamente generato o manipolato.

Parte di questi contenuti è “AI slop”, letteralmente “sbobba AI”: immagini o video di pessima qualità, generati con uno sforzo umano minimo, spesso clickbait, per macinare visualizzazioni. Ti sarà magari capitato di imbatterti in questa “brodaglia artificiale”, molti bambini e ragazzi ne sono attratti: si tratta spesso di immagini assurde, che sembrano uscite da un cartone animato delirante o da un’allucinazione surrealista, del tutto prive di vero valore informativo o artistico.

@worldeconomicforum Are your social media feeds becoming clogged with low-quality, low-effort, AI-generated content? ‘AI slop’, as it’s called, is spreading across the internet – from fictitious personal stories to #deepfake images of politicians, created not only for comedic effect but to influence voters and the broader public. This could have serious consequences for democracy, online platforms and even #AI ♬ original sound – World Economic Forum

Il paradosso? Uno studio NewsGuard riportato dall’ANSA ha testato i chatbot AI più avanzati su video prodotti con Sora di OpenAI. Grok non li ha riconosciuti nel 95% dei casi, ChatGPT nel 92,5%, Gemini nel 78%. La tecnologia che crea i deepfake non riesce a identificarli. E la domanda sorge spontanea: se neanche le macchine ci riescono, come possiamo farcela noi?

AI e competenze: il divario digitale si allarga

Mentre la tecnologia corre, cresce il divario tra chi ha strumenti per difendersi e chi no. Le conseguenze sono concrete: truffe con voci clonate di familiari che chiedono soldi, disinformazione e manipolazione delle opinioni con video falsi di leader politici, deepfake sessuali usati come ricatto, nella stragrande maggioranza dei casi a danno delle donne. Come ha scritto Alessandro Longo, direttore di Agenda Digitale, «la distinzione tra reale e sintetico diventerà sempre meno una questione tecnica e sempre più una competenza culturale». Tra pochi mesi i deepfake saranno perfetti, se non lo sono già. L’unica difesa sarà il pensiero critico: chiedersi se ha senso che quella scena sia stata ripresa, chi ha interesse a diffonderla, da dove proviene. Ma questa competenza non è distribuita equamente. Chi ha studiato di più, chi interroga le fonti, chi ha dimestichezza digitale parte avvantaggiato. Gli altri, come gli anziani o le persone con bassa scolarizzazione, restano più esposti. È l’ennesima innovazione che allarga il gap, lasciando indietro chi fatica a stare al passo. Ed essere anagraficamente nativo digitale non è affatto una garanzia.

Cosa fanno le piattaforme?

TikTok e Meta hanno introdotto etichette per segnalare i contenuti AI: potresti aver letto, per esempio, la dicitura “Include contenuti generati dall’IA”. Ma l’etichettatura dipende spesso dai creator, non da controlli sistematici. Non esiste un sistema universale. Sui social la frustrazione è palpabile. «Dovrebbe esserci l’obbligo legale di aggiungere una filigrana universale», scrive qualcuno. L’hashtag #PutALabelOnIt (“metteteci un’etichetta sopra”) inizia a circolare. Altri utenti sono più radicali: «Dovremmo tutti smettere di usare Internet. Il destino è segnato. L’unica strada è disconnettersi e tornare presenti nelle nostre famiglie e comunità». È comprensibile, ma irrealistico. La soluzione non può essere abbandonare il digitale. Gli esperti avvertono che i tool di rilevamento diventano obsoleti in un istante, sollevando serie preoccupazioni. Serve educazione digitale per tutti: progetti per giovani, adulti e anziani, campagne di sensibilizzazione, formazione continua. E soprattutto dobbiamo stare molto più attenti a cosa condividiamo online.

Guida pratica: i consigli per distinguere immagini e video reali

Secondo Agenda Digitale, che incrocia analisi del MIT, documenti tecnici diffusi da aziende come Google e linee guida europee, ecco i segnali più utili:

Guarda i dettagli del corpo: mani, denti, orecchie e capelli restano un punto critico. Le dita possono piegarsi innaturalmente o fondersi. Anche sincronizzazione labiale imprecisa, voce robotica, ombre incoerenti o riflessi assenti tradiscono l’AI.

Osserva i movimenti di camera: nei video reali c’è qualcuno che decide dove posizionare la telecamera. Nei video AI manca questa intenzione: carrellate troppo fluide, inquadrature ordinate in situazioni caotiche. Chiediti: chi sta riprendendo, da dove, perché?

Analizza il contesto: è il criterio più affidabile. Anche se l’estetica sembra perfetta, spesso l’AI sbaglia la logica del mondo reale (come il pinguino di Trump). Non chiederti “Questa foto sembra reale?” ma “Questo evento ha senso nella realtà?”.

Verifica la fonte: proviene da account riconoscibili con una storia verificabile?

Usa i fact-checker: piattaforme come Facta.news e Pagella Politica verificano notizie, foto e video virali.

Rallenta: prenditi dieci secondi prima di condividere qualcosa che ti ha colpito emotivamente. Spesso i contenuti sono pensati per farci tenerezza e continuare lo scroll. Dopo la prima emozione istintiva, dovremmo proteggere le nostre sensazioni, il nostro buon senso e la nostra autonomia di giudizio da un algoritmo così spregiudicato.

Sarà vero? Continuo a chiedermelo, nella speranza di non essere davvero cooked.