Il count down della fine dell’anno scolastico è scattato: per qualcuno è questione persino di poche ore o giorni, i meno fortunati dovranno attendere qualche settimana per via di esami di terza media, maturità o università. Ma per tutti è un periodo delicato. Se poi alla preoccupazione (fisiologica) di recuperare eventuali insufficienze o preparare interrogazioni e scritti si aggiunge l’ansia di madri e padri, ecco che il cosiddetto “stress scolastico” aumenta. Secondo un sondaggio, 8 genitori su 10 la riscontrano nei propri figli.

Boom di “stress da scuola”

I dati parlano chiaro: per l’80% di genitori i sintomi da stress da scuola sono più che una realtà. Secondo un sondaggio condotto da GoStudent, infatti, sono davvero pochi coloro che arrivano a fine anno scolastico senza soffrire di ansia da voti. Il problema è che per il 6% degli studenti italiani questo stato d’animo si traduce anche in un calo di autostima, destinata inesorabilmente a crollare in caso di insufficienze o debiti. Non sembra un caso, quindi, che ben 4 su 10 tra coloro che si rivolgono a insegnanti privati per rimediare e alzare la media, soffrano di ansia da prestazione, come indica un’indagine realizzata a maggio 2026 da LeTueLezioni.

L’ansia da voto è normale?

Che si provi un po’ di preoccupazione, però, è normale ed è sempre accaduto: «È fisiologico e, fino a un certo punto, anche sano. Ma mentre in passato il voto era importante ma pur sempre circoscritto all’ambito scolastico, oggi la società gli ha attribuito un valore maggiore: è indice di una prestazione, di un risultato, di un continuo confronto con gli altri, fin da molto piccoli, quando ci si aspetta che i figli eccellano a scuola, così come nelle attività extrascolastiche come la musica, lo sport, addirittura le relazioni sociali», spiega la pedagogista Elena Bolzoni, fondatrice de Lapedagogista.it.

La cultura della performance

«Quella che stiamo vivendo è una cultura della performance, alimentata anche dai social, con continua esibizione dei successi. Preoccupa molto il fatto che tanti giovani, fin da molto piccoli, iniziano a collegare il proprio valore personale ai risultati che ottengono: il voto scolastico, quindi, non è più un indicatore di ciò che hai imparato e devi migliorare, ma di ciò che vali. Quindi si innesca un processo di distruzione dell’autostima, con il terrore di sbagliare», spiega ancora Bolzoni, che mette in guardia anche rispetto al ruolo che gioca l’ansia dei genitori.

La “new entry”: l’ansia dei genitori

A differenza del passato, infatti, «oggi madri e padri sono più coinvolti e questo non è di per sé negativo. Ma lo diventa se genera nuove fragilità. Può accadere quando i genitori si identificano totalmente nei risultati dei figli, come se fossero una conferma del proprio valore in quanto genitori – sottolinea la pedagogista – Se il figlio prende brutti voti, quindi, il genitore ha una reazione eccessiva: spesso arrivano a parlare di “fallimento” e mettono in discussione le prospettive future dei figli. Un bambino e un ragazzo, di conseguenza, vive in balia degli stati emotivi degli adulti».

Il rischio del “ricatto emotivo”

In una situazione del genere, si può creare una spirale negativa: «Il figlio sente che l’approvazione e l’amore dei genitori può dipendere dal suo rendimento; può arrivare a pensare addirittura di doversi meritare l’amore del genitore. Se non va bene a scuola, quindi, o se non eccelle nello sport, teme che i suoi genitori siano tristi o delusi o arrabbiati, quindi si sente in dovere di ottenere risultati», conferma Bolzoni. In tutto questo, la scuola non aiuta, alle prese a sua volta con una trasformazione avvenuta negli anni.

La sindrome da prestazione

Sono in molti, soprattutto in questo periodo dell’anno, a lamentare l’accumulo di verifiche e interrogazioni, che si uniscono alla corsa a terminare i programmi scolastici, come se la scuola fosse ormai meno attenta agli aspetti pedagogici e più focalizzata invece su quelli nozionistici e burocratici. «Ma è proprio oggi più che mai che la scuola non dovrebbe solo trasmettere conoscenze o certificare risultati, quanto piuttosto accompagnare i ragazzi a costruire l’autostima, la crescita, il senso critico e la capacità di affrontare le difficoltà. Quando invece il sistema e la scuola diventa focalizzata solo sulla prestazione, gli studenti non studiano per imparare e comprendere, ma solo per avere un voto», osserva Bolzoni.

L’importanza di sbagliare

«L’altro aspetto sottovalutato e da recuperare è il riconoscimento dell’importanza educativa dell’errore: non è qualcosa di drammatico da evitare, ma una tappa determinante che fa parte del processo di sviluppo», chiarisce la pedagogista, che mette in guardia anche dall’eccesso opposto della ricerca continua di prestazione, ossia la sospensione di ogni valutazione: «È altrettanto negativo: molte scuole non valutano più e non premiamo più, per evitare ciò che può creare frustrazione. Ma è pericoloso: così facendo si toglie l’allenamento alla frustrazione, al saper affrontare le piccole sfide che accompagnano un giovane nello sviluppo e questo rende più fragili».

I “don’t do” dei genitori: cosa non fare

È in questa situazione che viene in soccorso nuovamente la pedagogista, con alcune indicazioni su cosa un genitore non dovrebbe fare: «La prima è non identificare il figlio con un voto, senza cadere nei due estremi opposti: né elogiandolo troppo, con frasi come “Sei un genio”, se va bene a scuola, né con commenti come “Sei svogliato” o “Non capisci nulla”, se ha un rendimento negativo – dice Bolzoni – Poi non bisogna vivere ogni prova come se fosse decisiva del destino o della carriera del figlio: a volte una verifica è vissuta come se si andasse in guerra, quando andrebbe tutto ridimensionato, dando a ciascun momento il valore che merita. Infine, come detto, non sostituirsi mai ai figli».

I “must”: cosa fare

«Partendo proprio dalla considerazione che non è corretto eliminare le difficoltà dei figli, perché così facendo non li si rende autonomi, ma solo più fragili, è più utile insegnare loro a gestirle. Intanto si dovrebbe valorizzare l’impegno che viene messo, il percorso compiuto per arrivare al risultato, più del risultato in sé, perché questo porta ad aumentare la motivazione. Poi vanno normalizzati gli errori, che sono un’occasione di miglioramento e fanno parte del processo di apprendimento. Infine, occorre che i genitori tornino ad essere una base sicura dal punto di vista emotivo: significa non cancellare le difficoltà dei figli né lasciarli completamente da soli a gestirle, ma esserci, accogliendoli e ascoltandoli», conclude Bolzoni.