Alessandro Gassman Festival Venezia 2020

Alessandro Gassmann al cinema con “Non odiare”

«A Leo ho dato lo stesso trattamento che ho ricevuto io» confessa l’attore e regista, che a Venezia presenta Non odiare. Un film che tocca temi importanti: la violenza che nasce dal web e che ha presa sui più giovani

Fra i suoi film più belli di Alessandro Gassmann ci sono Il bagno turco e Caos calmo. Ma nonostante il cinema d’autore gli stia a pennello, sono i ruoli sul piccolo schermo ad aver fatto di lui uno dei volti più amati dagli italiani. Come quello di Giuseppe Lojacono ne I bastardi di Pizzofalcone, la serie di Rai 1 di cui sono riniziate le riprese della terza stagione interrotte per il Covid. A 55 anni, il suo fascino non è diminuito: anzi, da quando, 20 anni fa, conquistò le 12 pose del calendario di Max in versione dio greco, è ancora più sexy.

Non odiare, dal 10 settembre al cinema

E ora vedremo Alessandro Gassmann in un ruolo maturo in un film che fa già discutere: Non odiare, dal 10 settembre in sala, esordio alla regia di Mauro Mancini, proiettato in anteprima alla Mostra di Venezia. Alessandro Gassmann veste i panni di un chirurgo ebreo che rifiuta di soccorrere un uomo coinvolto in un incidente stradale: il ferito ha una svastica tatuata sul petto. Un film forte, che si ispira a fatti realmente accaduti alcuni anni fa in una sala operatoria tedesca.

Alessandro Gassmann in una scena del film Non odiare, in gara alla Settimana della critica di Venezia, e nei cinema dal 10 settembre
Alessandro Gassmann con il regista di Non odiare, Mauro Mancini

Non odiare tocca temi delicati come la Shoah e il nazismo: una scelta rischiosa anche per un attore. «Lo spunto è proprio il motivo per cui ho accettato il film: mi ha colpito. È la prima volta che mi viene offerta una storia equilibrata sull’argomento, che cerca di capire come nasce un fenomeno come l’estremismo di destra e come potrebbe tornare. Perché l’unico modo per evitarlo è lavorare alle sue origini, che sono la paura, l’ignoranza e lo smarrimento. Per questo è un film importante».

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C’è anche un legame con tuo padre Vittorio, che aveva una madre ebrea?

«La nonna era di Pisa, e come tutti all’epoca ha dovuto italianizzare il suo cognome da Ambron in Ambrosi. Mio padre salvò la famiglia perché era un giocatore di pallacanestro di serie A, e il regime fascista idolatrava gli atleti».

Oggi la violenza dove si scatena di più?

«È molto trainata dai media. Di colpo la generazione di mio figlio ha smesso di seguire la tv e ha iniziato a informarsi solo con la Rete. Ma mentre la tv è fatta da professionisti, sul web tutti dicono tutto e soprattutto tutti valgono uno. La confusione è totale, chi non ha i mezzi per discernere è perduto».

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«Trovo doveroso per un personaggio pubblico far sentire la propria voce, soprattutto se ha seguito. Lo faccio con grande coscienza e senso di responsabilità».

E spesso in romanesco, perché?

«Quello è il mio alter ego. Divento un altro personaggio ed esprimo nel suo linguaggio quello che mi vedo intorno. Il mondo della politica ha perso l’uso della lingua italiana, parlo come loro per farmi capire».

attrice Sabrina Knaflitz moglie di Alessandro Gassmann
Alessandro Gassmann con la moglie, l’attrice Sabrina Knaflitz: sono sposati dal 1998 e hanno un figlio, Leo, di 21 anni (vincitore, tra le nuove proposte, di Sanremo 2020)

Il rapporto che hai con tuo figlio Leo è come quello che avevi con tuo padre?

«Sono molto diversi. Io avevo un timore reverenziale, Leo ne ha molto meno nei miei confronti. E poi mio padre era Vittorio Gassmann, io non lo sono, oltre al fatto che Leo ha un carattere più forte di quello che avevo io. A 21 anni ha già vinto Sanremo, io alla sua età ero agli inizi. Ma c’è un aspetto in cui le relazioni si assomigliano: io facevo ridere Vittorio perché lo prendevo in giro e ne vedevo i limiti quando tutti gli davano ragione. Lui amava molto il mio atteggiamento. Leo fa lo stesso: può scoppiare a ridere con un film drammatico, perché vede sempre la persona, riconosce il mio gioco».

Da genitore credi più nell’essere un esempio indiretto o nel dare una guida forte?

«Pensiamo a quello che è successo col lockdown. A 18 anni noi avevamo gli stessi ormoni in subbuglio, la stessa difficoltà a sopportare i nostri genitori e tutto il resto tipico dell’età. Se questa epidemia fosse capitata allora, i nostri genitori ci avrebbero detto “tu non esci finché non è passata”. Fine, non si apriva una discussione. Ma com’è possibile che oggi i genitori di ragazzi fra 15 e 21 anni non riescano a imporsi insegnando loro a fare a meno dell’aperitivo?».

Sei un padre severo?

«Lo sono stato, forse anche troppo, ho dato lo stesso trattamento che ho ricevuto io. A mezzanotte Leo doveva tornare a casa, mentre i suoi compagni rientravano quando volevano. Ci sono stati attriti, ma sono fiero di non aver mai ceduto finché a 18 anni l’ho mollato completamente: a quel punto la responsabilità è passata nelle sue mani. Litighiamo ancora ma sono cose che nascono e finiscono, abbiamo un rapporto sano».

A novembre ti vedremo in Ritorno al crimine, in autunno inizierai le riprese del terzo film da regista, Il silenzio grande

«È un adattamento di una commedia di Maurizio de Giovanni che è stata in tournée in teatro in tutta Italia. È una storia ambientata nel 1965, anno della mia nascita, in una villa a Posillipo. Padre, madre e figli 20enni con domestica, per problemi economici dovranno abbandonare la villa non riuscendo più a mantenerla. Le riprese avrebbero dovuto iniziare già a luglio, spero che gli spritz non me le facciano rimandare ancora».

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