Quella notte indimenticabile

  • 25 07 2019

Ed era stata quella notte indimenticabile che aveva immaginato e voluto, lei era nuda sotto quel vestito, ed era proprio come l’aveva disegnata, ipotizzata, tatuata nella sua testa. Era quell’incantesimo, quella follia che si era scatenata sin da subito, quando i suoi occhi si erano fatalmente, casualmente posati su di lei, Lola. Una qualunque, una come lui, una voragine, un cuore accelerato, nessun distacco emotivo mai, rum e zucchero.

Quando erano tornati al suo albergo insieme, lei aveva quasi dimenticato il suo indirizzo, la sua identità, e lui era già pronto a prendere appunti. A riempire pagine e pagine, spartiti che avrebbero raccontato quella donna, quella scoperta, quel miracolo.

Sapeva che c’erano cose e persone che poteva lasciarsi alle spalle, volti e situazioni che con il tempo avrebbero perso valore, peso, nitidezza. E sapeva che una come lei, sarebbe rimasta nella sua vita a lungo, tenacemente, come un’ossessione, come una compagna, un’amante imbattibile. Lei era avvincente, groove, un moto perenne, un cocktail caraibico, vertiginosamente sexy, poteva insegnargli molto, poteva baciarlo fino a farlo rimanere senza fiato.

«Non dovresti indossare il reggiseno, dovresti mostrarmi il tuo cuore sanguinante». Le aveva detto, e avevano fatto ancora l’amore, lei a cavalcioni su di lui, lui dentro di lei, su quel letto, contro la parete, lui che la teneva stretta a sé in altre pure acrobazie, senza indugi. Poi avevano dormito insieme abbracciati, sazi e incerti, come nella sala d’aspetto di una stazione all’alba.

Lola non barava con i ricordi e non sragionava. Quando l’aveva incontrata, Luca Cortesi le aveva rivolto esattamente queste parole. Due frasi in una, due cose apparentemente nemiche. Si svestiva, toglieva uno smoking, restava nudo per qualche minuto davanti a lei, si rivestiva in fretta, rispettava una specie di sequenza interna provata molte altre volte. Lei era lì, come se lo conoscesse già, come se potesse prevedere ogni sua azione e reazione. Non parlava, non aveva più nulla sotto controllo. L’attenzione, l’attrazione, la sorpresa erano precise, compatte, esatte, senza alcuna incrinatura.

«Picasso o Modigliani. Vermeer, Klimt, Goya, avrebbero fatto a gara per dipingerti, vorrei dipingerti io». Lui continuava a mettere in ordine le sue cose in camerino, si vedeva quanto ci tenesse. Aveva un paio di libri tra le mani e uno zaino che ne conteneva altri quattro o cinque, ma Lola, in quel momento, non riusciva a decifrarne il titolo, aveva la vista offuscata forse, o forse lui li nascondeva di proposito, non mostrava troppo di sé, desiderava che lei scoprisse tutto da sola.

«Se solo ci fossimo incontrati in un museo. Pensa Lola, noi due che ci aggiriamo estranei tra le tele. Le stanze sono piene di turisti annoiati. Ignoranti, studiosi, curiosi. Io e te siamo una cosa a parte, io e te restiamo una cosa a parte rispetto a chiunque. In quel museo c’inseguiamo per ore, giochiamo. Come se non vi fosse nulla di più urgente lì fuori, nulla. A un certo punto il museo chiude, è destino, restiamo soli. Restiamo lì per sbaglio o perché lo vogliamo. Chissà quanta fatalità c’è in tutto quello che ci succede, che ci travolge, che crediamo di scegliere. Le stanze diventano buie, oscure. C’è solo la luce della luna, fuori, il fuoco dei genitali, dei pensieri, delle intenzioni, la passione. E quell’atmosfera da film che mi eccita, una roba che fa paura, una situazione unica che può essere tutto e niente, impersonale, romantica, erotica, chissà cosa. Nessuno sa dove siamo. Il tempo si è annullato e abbiamo solo quel pavimento. Tu sei pronta e lo sono anch’io. Facciamo l’amore proprio lì, nell’oscurità di un’eccellenza, scivoliamo l’uno nell’altra, lo spazio è impalpabile.

Sei accecante, mi hai stregato, Lola. Mi sento ubriaco, eccitato, incuriosito di nuovo e ancora, eccitato dalla vita. E avrei voluto incontrarti e prenderti in quel museo sul serio, ma devo accontentarmi del mare. Ti va? Non male questo mare tuo, di un blu che fa impazzire. Inadeguata la mia maglietta da terraferma, sa ancora di ferro caldo e di un ordine ordinario. Se non ti avessi stanotte, preferirei accucciarmi tra le ortiche. Ma chi diavolo sei tu, amore mio?».

(Brano tratto da "Missing" di Annalucia Lomunno)

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