Silvia Biasi sitting volley atleta parolimpica
Silvia Biasi, 33 anni

Silvia Biasi, campionessa di sitting volley, alle Paralimpiadi di Tokyo

A 5 anni Silvia Biasi ha perso la mano destra in un incidente. Oggi, a 33, è nella Nazionale paralimpica di volley. Con un sogno: «Una medaglia a Tokyo». E un motto: «Se una cosa non la puoi fare, trova il tuo modo di farla lo stesso»

Essere a Tokyo 2020 è il traguardo di una vita per la trevigiana Silvia Biasi, dal 2017 libero della Nazionale italiana femminile di sitting volley, che quest’anno partecipa alle Paralimpiadi di Tokyo per la prima volta dopo essersi qualificata conquistando l’argento agli Europei del 2019 a Budapest. «Nel primo girone del torneo a 8 squadre incontreremo Brasile, Canada e i padroni di casa. Nell’altro girone ci sono Russia, Stati Uniti, Cina e Ruanda. Il sogno è di tornare a casa con una medaglia al collo, di qualsiasi colore» mi spiega Silvia, 33 anni, subito prima di partire con le 11 compagne di squadra per Tokyo, dove i Giochi Paralimpici sono in programma dal 24 agosto al 5 settembre.

In Italia la pallavolo da seduti è ufficialmente riconosciuta dal 2013, ma nel mondo già coinvolge oltre 10.000 atleti in 75 Paesi. «Spero che alcune delle persone con disabilità che ci seguiranno in tv possano appassionarsi a uno sport e iniziare a praticarlo» dice Silvia. «A me ha aiutato a credere in me stessa».

Silvia si è innamorata della pallavolo a 12 anni. «Durante una partita, mentre guardavo giocare mia sorella Chiara, più grande di 2 anni, ho capito che era quello il mio sport: mi piacevano la velocità e l’istinto delle giocatrici» ricorda. «Avevo già provato la ginnastica artistica e il nuoto, ma non erano per me. E il fatto di non avere la mano destra non mi ha fermata». Silvia l’ha persa a 5 anni per un incidente con un macchinario agricolo che dava il cibo alle galline: «Ero a casa dei nonni con le mie sorelle - Chiara e la mia gemella Roberta - e stavo giocando con le dita nell’ingranaggio quando è partito. La mia famiglia mi ha aiutato a superare il trauma ed è stata sempre un supporto, senza diventare iperprotettiva. All’inizio rifiutavo la protesi mioelettrica, poi l’ho accettata e anche rotta: a volte la usavo per picchiare i compagni di scuola o per rompere le noci» racconta con un sorriso.


«DA RAGAZZINA NASCONDEVO LA PROTESI SOTTO LE MANICHE LUNGHE. ORA SO CHE È UNA PARTE DI ME: ALLACCIO IL REGGISENO, FACCIO LA CODA DI CAVALLO, METTO LO SMALTO. PER GIOCARE NE USO UNA NUOVA, CON UNA SORTA DI MESTOLO BUCATO AL POSTO DELLA MANO»


Forse anche per questo il “terremoto” Silvia è riuscita a imparare a giocare a pallavolo con la protesi estetica, quella che non si muove. «Da adolescente cercavo di nasconderla, indossando le maniche lunghe anche d’estate: mi sentivo inadatta e fuori luogo, guardata con pena. A un certo punto ho consultato un medico per il trapianto di mano, ma lui mi ha convinto a lasciar perdere, perché ormai la protesi era una parte di me: con il suo aiuto mi allaccio le scarpe e il reggiseno, mi raccolgo i capelli nella coda di cavallo, mi metto lo smalto e mi taglio pure le unghie. Invece con l’intervento avrei dovuto assumere a vita i farmaci antirigetto, oltre a non sapere se avrei recuperato del tutto la funzionalità dell’arto».

Ottimista per natura, Silvia vive «alla giornata: le cose belle mi sono arrivate senza fare troppi programmi, quindi sono fiduciosa nel futuro», anche se non ha ancora trovato l’uomo giusto. «Spesso i ragazzi conosciuti in chat spariscono quando dico che non ho una mano. Ma un mio ex mi ha confidato che, se all’inizio si accorgeva della differenza del tocco fra le due mani quando lo abbracciavo, poi non ci faceva più caso, si era abituato: era diventata la normalità».

Silvia Biasi libro
UN LIBRO IMPORTANTE
Silvia Biasi racconta la sua storia nel volume Volevo solo giocare a pallavolo, scritto con la giornalista Antonella Stelitano (Ediciclo). Il libro sostiene Energy family project (family project.org), associazione di genitori e famiglie con figli amputati o con agenesia, la mancanza congenita di un arto.

A rimarcare la diversità, quando Silvia aveva 17 anni, è stata invece un’allenatrice: «Era convinta che non sarei riuscita a gestire sulla protesi i palloni forti dei livelli agonistici. Si sbagliava. Il mio motto? Se una cosa non la puoi fare, trova il modo e falla lo stesso. Bisogna sempre cercare le soluzioni ai problemi, di qualsiasi genere essi siano, senza scoraggiarsi». Così Silvia ha continuato a scendere in campo, ispirandosi anche a Samuele Papi, schiacciatore della Nazionale che ha smesso di giocare nel 2017, lo stesso anno in cui lei è entrata a far parte delle Azzurre del sitting volley.

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La pallavolo da seduti è uno degli sport paralimpici più inclusivi: permette infatti a individui con disabilità differenti di giocare insieme, “pareggiando” i diversi handicap fisici o motori con la regola che nessun giocatore può staccare i glutei da terra, mentre la rete è abbassata a circa un terzo dell’altezza di quella della pallavolo classica. Così nello stesso team convivono, per esempio, atleti che hanno perso l’uso delle gambe e altri che camminano ma hanno un arto superiore mancante o atrofizzato. Il che comporta allenamenti specifici: «Sono seguita da un personal trainer per rinforzare busto e gambe, e anche per migliorare la spinta delle braccia» spiega Silvia.

In vista delle Paralimpiadi di Tokyo la preparazione intensiva è partita a gennaio, con ritiri di squadra per 2 fine settimana al mese. «Per giocare uso una nuova protesi, con una specie di paletta, o mestolo bucato, al posto della mano» scherza. Sul braccio destro, quello della protesi, esibirà il disegno “Il legame che ci unisce”, vincitore di un contest online, e l’hashtag #roadolatotokyo, inventato dagli amici: «Siccome adoro mangiare, e anche cucinare, erano convinti che sarei arrivata in Giappone rotolando! Ma nonostante le grigliate e i piatti di carbonara, con le camminate in montagna e le tante ore di palestra smaltisco abbastanza facilmente le calorie».

Silvia Biasi Europei Budapest sitting volley
L’ULTIMA MEDAGLIA
Le Azzurre di sitting volley festeggiano il secondo posto agli Europei del 2019, che è valso loro il pass per i Giochi Paralimpici. In primo piano, con il numero 18, Silvia Biasi.

Il duro lavoro ha dato i suoi frutti: Silvia veste la maglia azzurra da 4 anni. «Giocare in Nazionale mi fa venire i brividi e mi commuove. All’inizio non potevo credere di rappresentare il mio Paese: sentivo e sento addosso la responsabilità di non sbagliare in campo, come le mie compagne. Purtroppo con la pandemia ci siamo viste di meno, ma abbiamo organizzato sessioni di allenamento a distanza tramite le varie piattaforme online. Abbiamo disabilità diverse: a una manca un braccio come a me ma gioca senza protesi; altre non hanno una gamba; altre ancora sono affette da sclerosi multipla. Siamo molto unite: ognuna si preoccupa della situazione dell’altra. La passione per questo sport ci fa anche prendere le ferie al lavoro per poter partecipare ai ritiri e alle lunghe trasferte internazionali, come quella giapponese che durerà 20 giorni».

Silvia è impiegata part-time in un’azienda che produce calcestruzzo: si occupa di garantire sicurezza e protezione nei cantieri. «Nel pomeriggio, poi, lavoro come allenatrice di 3 squadre: 2 di pallavolo per bambine e ragazzine under 13, e una di sitting volley anche con giocatori normodotati, fondata 2 anni fa con la Volley Codogné, società del mio paese. Mi piace trasmettere questa passione e vorrei che le più piccole avessero fiducia in se stesse: se ho imparato io che ho una mano in meno, possono farlo anche loro. Le mie ragazze mi hanno regalato un cuore di legno portafortuna che porto sempre con me. C’è scritto: “Un’Olimpiade è una grande sfida e una grande soddisfazione. Le tue piccole atlete”. In valigia ho messo pure 4 bandiere italiane regalate da cari amici, insieme a mollette per i capelli tricolori e azzurre». Tiferanno per lei anche i nipotini, neppure 3 anni in 2: «Sono splendidi, essere zia è una bella botta di adrenalina».

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