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La legge sulla parità di stipendio serve. Ecco perché

A 5 anni dalla laurea le italiane guadagnano già 300 euro in meno rispetto ai colleghi. E il divario aumenta durante la carriera. Perciò, spiegano 2 esperte, la norma appena approvata dal Senato è un primo passo importante. A cui farne seguire altri

Dopo la Camera, anche il Senato ha approvato all’unanimità la proposta di legge sulla parità di stipendio tra donne e uomini. Due esperte ci spiegano qui perché questa norma è importante. Partendo da una premessa: il mercato del lavoro per noi è particolarmente scivoloso. Fatichiamo a entrarci (lavora meno di 1 donna su 2), ne usciamo velocemente quando diventiamo madri ma, dopo, difficilmente rientriamo. E anche chi ha un impiego di solito percepisce una busta paga più leggera di quella dei colleghi.

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Da dove nasce la disuguaglianza di genere nei salari

«I contratti di lavoro non prevedono disparità di genere nei salari» chiarisce Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat e a capo di W20, (Women 20), il gruppo di esperte che elabora proposte sull’uguaglianza di genere ai leader dei Paesi del G20 che si riuniscono a Roma a fine mese. «Nel percorso professionale le donne però incontrano vari ostacoli, più o meno subdoli, che le portano ad avere una pensione fino al 40% inferiore». Questi ostacoli sono già all’ingresso: «Le donne iniziano a lavorare più tardi perché molte hanno una formazione umanistica: sul mercato ci sono meno posti in quelle discipline e sono posti di solito poco remunerativi».

Ma come non ci basta essere più brave a scuola per essere assunte, così non ci basterebbe avere tutte in tasca una laurea Stem (cioè in materie tecnico-scientifiche) per essere pagate quanto i maschi. Come rileva l’Ossservatorio sui Conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, a 5 anni dalla laurea il divario di stipendio tra uomini e donne in generale sfiora i 300 euro. Se guardiamo alle Stem è comunque elevato: da Medicina con un gap di 100 euro fino all’Ict (Information and Communication Technology), dove la differenza retributiva arriva a 250 euro. «Un’altra scure sullo stipendio è quella del part time: lo scelgono soprattutto le donne per dedicarsi ai figli o ai genitori anziani. Queste attività di cura le portano ad avere meno potere contrattuale: le dipendenti al datore di lavoro chiedono flessibilità anziché aumenti di stipendio o migliori qualifiche».

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Cosa prevede la legge appena approvata

La legge appena approvata dal Parlamento impone nuovi obblighi alle aziende: quelle con almeno 50 dipendenti devono redigere un rapporto sulla situazione del loro personale in merito a salari, reclutamento, posizioni e opportunità di carriera.

Viene anche introdotta la Certificazione della parità di genere, un attestato che dovrà valutare le misure adottate dai datori di lavoro per ridurre il divario. «Lo scopo è spingere le aziende alla trasparenza e alla condivisione dei dati per poter poi promuovere azioni mirate» commenta Paola Profeta, professoressa di Economia delle finanze e direttrice di AXA Research Lab on Gender Equality dell’università Bocconi di Milano e autrice di Parità di genere e politiche pubbliche. Misurare il progresso in Europa (Bocconi editore - Egea).

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A chi ispirarci: l’Islanda

«Il Paese con la legislazione più avanzata in questo campo è l’Islanda che da anni ha introdotto anche la Certificazione della parità di genere e i risultati sono tangibili: svetta al top della classifica sul gender gap elaborata dal World Economic Forum» spiega Paola Profeta.

Di strada da fare ne abbiamo ancora tanta. «Una legge non può bastare a correggere differenze salariali così profonde come quelle che si registrano in Italia» dice Linda Laura Sabbadini. «Ma può dare una spinta a un circolo virtuoso. Certo, poi devono prevedersi strutture come gli asili per permettere alle famiglie di avere figli ed entrambi i genitori al lavoro. E serve una grande operazione sul piano culturale, dove si annidano saldamente ancora troppi pregiudizi che penalizzano le donne e le loro opportunità di carriera».

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