Bisogna indebitarsi per curarsi?

30 08 2018 di Carmine Gazzanni
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Aumentano gli italiani che per curarsi perdono il lavoro, migrano da una regione all'altra o si indebitano

Alessandro ha da poco compiuto 8 anni. Ha un sorriso contagioso e occhi vivaci. Nonostante una grave forma di leucemia che gli è stata diagnosticata più di un anno fa. Dopo mesi di radioterapia e chemioterapia nella sua città, Senigallia, è stato necessario il trasferimento al Bambin Gesù di Roma. I genitori del piccolo sono stati costretti ad abbandonare tutto, anche il lavoro: la madre si è dovuta mettere in aspettativa, il padre l’ha perso. «È nata una raccolta fondi grazie alla quale sono stati raccolti circa 50.000 euro» racconta Beatrice Brignone, promotrice dell’iniziativa. «Ora la famiglia di Ale ha in affitto un appartamento vicino all’ospedale. Il padre gli ha donato il midollo e l’intervento è andato bene. Ma è anche cominciata una lunga riabilitazione in day hospital che comporterà ulteriori spese».

Chi non ha soldi per curarsi si indebita

E il suo, purtroppo, non è un caso isolato. «Il Servizio Sanitario Nazionale dovrebbe essere per tutti e solidale» dice Mario Falconi, ex presidente dell’Ordine dei Medici e presidente del Tribunale diritti e doveri dei medici. «Negli anni la situazione è peggiorata per cui stiamo andando verso un sistema nel quale chi ha soldi riesce a curarsi, chi non li ha o rinuncia alle cure o si indebita». Come è successo a Viviana, che vive in provincia di Como, ha più di 70 anni e da 20 convive con il morbo di Parkinson. «Ho fatto una marea di visite specialistiche, da Milano a Roma, tutte a pagamento. Senza contare gli interventi». Operazioni, queste, che avrebbe potuto fare scegliendo il servizio pubblico, ma «avrei dovuto aspettare a lungo» dice. «E nella mia situazione non riesci, vuoi sapere cos’hai». Con la sola pensione di 1.200 euro (compresa la reversibilità del marito), è stata costretta a fare debiti: «Oggi ammontano a più di 20.000 euro».

Aumentano i debiti degli italiani per curarsi

Le lunghe liste d’attesa nel pubblico spingono verso il privato. Secondo l’ultimo “Rapporto Oasi” del Cergas-Bocconi, la spesa privata per la salute ammonta a 40 miliardi di euro annui. E, conseguenza inevitabile, cresce la quota di chi si indebita per curarsi. Se nel 2015 le finanziarie e gli istituti di credito avevano erogato per questa voce circa 340 milioni di euro, due anni dopo la somma è arrivata a 400 milioni, come rivela uno studio degli osservatori di Facile.it e Prestiti.it.

L'aumento delle prestazioni private

Le ragioni? Sono tante, dalle liste d’attesa interminabili ai posti letto di frequente introvabili nel pubblico. Non solo. «C’è una concorrenza sleale che il sistema pubblico fa a se stesso. Quando un medico ospedaliero ha la facoltà di esercitare la libera professione sugli stessi suoi pazienti, spesso finisce col portarseli fuori invece di curarli in ospedale» spiega Gianluigi Scaffidi, consigliere nazionale del sindacato medico Anaao Assomed. Non è un caso che (dati OsservaSalute 2017) il 7,89% dei pazienti in media rinuncia alle cure.

Le spese per le migrazioni sanitarie

Molti sono costretti a spostarsi in un’altra Regione, a causa delle disuguaglianze regionali, che portano a una forte migrazione sanitaria (l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe calcola in circa 1 milione i cosiddetti migranti della salute). È il caso dei genitori del giornalista calabrese Emiliano Morrone. Nel 2003 la madre cardiopatica deve fare un intervento d’urgenza impossibile da effettuare al Sud. «Siamo dovuti andare al Niguarda di Milano». La situazione, di lì a poco, peggiora: è necessario un trapianto. «Dopo vari ricoveri in Calabria, mia madre è stata inserita nella lista d’attesa del Centro Trapiantologico di Bergamo». Ma c’è da aspettare. La donna, allora, viene ricoverata nella struttura riabilitativa di Romano di Lombardia. «Mio padre per mesi deve pagare una camera d’albergo. E, come se non bastasse, a lui viene diagnosticato un linfoma che ha richiesto sedute di chemio e cure specifiche». Alla fine i genitori sono costretti a trasferirsi in pianta stabile a Bergamo. «Tra interventi, affitti, soggiorni, spese di cura, abbiamo speso circa 250.000 euro» spiega Morrone.

Le spese per le malattie croniche

Chi ha una patologia cronica deve affrontare di continuo tante spese. Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato- Cittadinanzattiva aggiunge: «Un’altra partita si gioca sui malati cronici che spesso sostengono costi per farmaci non passati dal Servizio Sanitario Nazionale o dispositivi medici non inclusi nel nomenclatore tariffario». A pagare sono, per esempio, i cosiddetti “emodanneggiati”, cittadini che si sono ammalati in seguito alla somministrazione di farmaci o trasfusione di sangue infetto. Uno scandalo di Stato che tanto fece discutere negli anni ’90. «Ero un promotore finanziario di successo» racconta Andrea Spinetti, portavoce del comitato Vittime Sangue Infetto. «Ho contratto prima l’epatite B e C, poi l’Hiv e ho dovuto abbandonare il mio lavoro». Lo sviluppo delle terapie permette oggi ad Andrea di condurre una vita normale, però i problemi finanziari non mancano. «È vero che non pago gli esami» dice «ma alcune ricette, che per me sono essenziali, sì. Ed è tanto per una persona che campa con 1.000 euro al mese, tra invalidità e indennizzo dato dallo Stato».

Quale futuro per la Sanità italiana

La sanità pubblica, quindi, sta diventando per soli ricchi? Secondo Tonino Aceti non bisogna estremizzare: «I problemi innegabilmente ci sono. Ma il nostro Servizio Sanitario Nazionale resta all’avanguardia. Anzi, i dati ci dicono che i cittadini chiedono più pubblico e meno privato. Un intervento utile sarebbe, per esempio, quello di portare nelle Regioni in difficoltà competenze e strutture delle Regioni più virtuose».

I tempi e i costi degli esami

65 i giorni di attesa media per una visita nella sanità pubblica contro i 7 giorni nel privato. Molte persone sono pronte anche a indebitarsi proprio per accorciare i tempi dei controlli.

27 i giorni d’aumento dell’attesa media sia per una visita oculistica sia per una colonscopia nella sanità pubblica, dal 2014 a oggi. Nel primo caso si è passati da 61 a 88 giorni, nel secondo da 69 a 96.

288 gli euro che si pagano, in media, per una colonscopia nel privato, mentre per una visita oculistica si sborsano mediamente 97 euro.

Fonte: Studio commissionato dalla Cgil ed effettuato dal centro C.R.E.A. Sanità.

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