Perché la legge contro l’aborto in Alabama ci riguarda tutti

17 05 2019 di Silvia Schirinzi
<p> Una protesta contro l'inasprimento delle leggi sull'aborto ad Atlanta, in Georgia. Le attiviste sono vestite come nella celebre serie tv "The Handmaid's Tale". Foto Getty Images</p>

 Una protesta contro l'inasprimento delle leggi sull'aborto ad Atlanta, in Georgia. Le attiviste sono vestite come nella celebre serie tv "The Handmaid's Tale". Foto Getty Images

Il Senato dell’Alabama vuole vietare l’aborto in tutto lo stato, anche nei casi di stupro e incesto: se approvata, sarebbe la legge più dura di tutti gli Stati Uniti. Ma non è affatto un caso isolato

La notizia ha ormai fatto il giro del mondo: il senato dell'Alabama, stato "rosso" storicamente a maggioranza repubblicana, ha approvato un disegno di legge che proibisce di abortire in qualsiasi fase della gravidanza a meno che non vengano riscontrati chiari rischi per la salute della donna. Il divieto rimane in vigore anche nei casi di stupro e di incesto: l'emendamento che proponeva infatti di inserire queste possibilità è stato bocciato. I medici che proveranno a praticare l'operazione rischiano la condanna a 10 anni di carcere; che diventano fino a 99 anni nel caso ne portassero a termine una.

La proposta di legge è passata con 25 voti favorevoli e 6 contrari e, qualora venisse approvata, sarebbe il provvedimento sull'aborto più restrittivo in vigore oggi negli Stati Uniti: in Georgia, un altro Stato molto conservatore, il limite per l'aborto è fissato nelle prime sei settimane di gravidanza. La proposta di legge è stata firmata giovedì 16 maggio dalla governatrice dell'Alabama, la repubblicana Kay Ivey, anche lei convinta anti-abortista. Ora si apre la battaglia legale.

La legge, infatti, verrà quasi sicuramente sospesa in Tribunale, ma come hanno segnalato molti commentarori, è proprio questo lo scopo dei Repubblicani: far arrivare il caso alla Corte Suprema per ridiscutere e cambiare le leggi federali sull'aborto. Attualmente i giudici di orientamento conservatore alla Corte Suprema sono 5 su 9: tra i più conservatori c'è Brett Kavanaugh, che è stato nominato lo scorso anno tra moltissime polemiche dopo diverse accuse di violenza sessuale. I conservatori sperano che con la sua presenza nella Corte Suprema possa essere messa in discussione la “Roe v. Wade”, ovvero la sentenza del 1973 che ha legalizzato l’aborto in tutti gli Stati Uniti.

La reazione della comunità internazionale è stato un misto di incredulità e sdegno: sia online che nella vita reale sono montante infatti le proteste e la preoccupazione per la svolta sempre più radicale dei conservatori americani sui diritti delle donne e della comunità Lgbtq.

L'aborto, un diritto (ancora) da difendere

Il caso dell'Alabama non è certo isolato: come riporta infatti Claudia Torrisi su Valigia Blu, «nei primi sei mesi del 2019 negli Stati Uniti sono state promulgate 21 leggi che in varia misura limitano l'aborto. Secondo il Guttmacher Institute, che fa analisi e ricerca su dati e politiche sulle interruzioni di gravidanza negli USA, in 28 stati sono state presentate proposte di legge che introducono una qualche forma di divieto di abortire. In 15 casi si tratta dei cosiddetti "heartbeat bill", provvedimenti che vieterebbero l'interruzione di gravidanza dopo le sei settimane». D'altronde, in America non esiste un'unica legge sull'aborto: ogni Stato può decidere da sé.

Gli attivisti di estrema destra, cristiani fortemente conservatori in seno al Parito Repubblicano e spesso animatori dei movimenti cosiddetti pro-life (letteralmente "per la vita", in contrapposizione a quelli "pro choiche", ovvero "per la scelta" che invece difendono il diritto all'aborto), negli ultimi anni si sono fatti riconoscere per la spinta sempre più decisa verso la restrizione del diritto di accesso all'aborto, galvanizzati, come scrive il Guardian, dalla presidenza di Donald Trump, che ha scelto come suo vice Mike Pence, il quale condivide questo tipo di posizioni integraliste.

Non sembrino discorsi distanti da noi: solo lo scorso mese, infatti, Verona è stata il luogo di incontro di tutti i movimenti pro-life del mondo in occasione del discusso Congresso Mondiale delle Famiglie, sostenuto dal Ministro dell'Interno Matteo Salvini, il Ministro della Famiglia Lorenzo Fontana e il Senatore della Lega Simone Pillon (Fontana e Pillon, d'altra parte, sono molto vicini agli estremisti cristiani americani), che aveva anche proposto una controversa riforma dell'affido condivisopoi archiviata. Non è un caso che anche in Italia la Legge 194, che dal 22 maggio 1978 assicura (non senza incoerenze di fondo e difficoltà croniche, come quella dell'obiezione di coscienza) alle donne italiane il diritto di abortire, sia presa di mira dalle forze politiche più conservatrici. Quarant'anni dopo, sta alla società civile difenderla e migliorarla, con più decisione che mai.

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