Il caso Genovese come il massacro del Circeo

Il clima intorno al caso di Alberto Genovese, arrestato con l'accusa di aver violentato e seviziato una ragazza invitata a una delle sue feste, è simile a quello del 1975: ci concentriamo più sulla vittima che sul carnefice, alla ricerca di segnali che giustifichino la violenza. Come fu per Donatella e Rosaria

Finora ne sappiamo poco, le indagini sono in corso. Sono iniziati gli interrogatori, eppure basta attenersi a quello che ha raccontato lui stesso, per affermare che Alberto Genovese ha massacrato il corpo della ragazza che era con lui il 10 ottobre scorso, e che poi è riuscita a lasciare l’attico della festa solo 24 ore dopo. Si parla di 18 lesioni - come i suoi anni - manette, sangue. Di violenza sessuale e droga di vario tipo (non solo cocaina), volti noti dello spettacolo e ragazze che portavano altre ragazze alle feste sulla “Terrazza Sentimento”. 

Come 45 anni fa ci concentriamo sulla vittima

In questa storia, però, di sentimento ce n’è molto poco. Ci sono tante altre cose, che rendono il caso Genovese del tutto simile - 45 anni dopo - alla vicenda terribile del massacro del Circeo, dove Donatella Colasanti e Rosaria Lopez andarono a quella che credevano una festa, e finì come sappiamo tutti. «Oggi non c’è un corpo brutalizzato nel bagagliaio di un’automobile, ma c’è una ragazza che è stata picchiata e torturata e, l’ha ammesso Genovese stesso, violentata. Abbiamo bisogno di un cadavere per capire che se anche una donna accetta di andare a una festa non per questo si ha diritto di brutalizzarla? Questa ragazza non se l’è cercata, come tanti stanno dicendo nei commenti sui social. E anche se nel “giro” di Genovese ci fossero state prostitute, nessuna prostituta va colpita o violentata». Ascoltiamo Dalila Novelli, lei che da 35 anni è di fianco alle donne nella difesa dei loro diritti. Oggi è presidente onorario di Assolei Donna Onlus e nel 1975, nel giorni della vicenda di Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, era una giovane donna, sconvolta dalla violenza ma anche dalla mancanza di sdegno e ribellione da parte di tutti, e soprattuto delle donne. «La vicenda del Circeo fu scioccante, come fu scioccante la lettura che ne derivò, ma questa non lo è di meno. Ancora una volta ci stiamo concentrando sulla vittima e non sull’aguzzino chiedendoci se fosse una prostituta e pensando che, in fondo, se ti vuoi divertire, metti in conto anche di essere violentata. Come fu per Donatella e Rosaria. Con l'"aggravante", oggi, che questa ragazza è una modella, e magari alla festa era scollata e provocante. E questo deve renderla colpevole?». 

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Se la donna è drogata è ancora più vittima

In rete sta girando il video di una influencer, protagonista lei stessa di alcune feste sull’attico, immersa nella lussuosa piscina roof top vista Duomo. L’equazione disponibilità uguale accettazione del rischio - e quindi dello stupro - è istintiva, facile e veloce. E purtroppo pervade anche le aule giudiziarie. Ce lo spiega la giudice Paola Di Nicola, autrice - tra gli altri - del libro La mia parola contro la sua, dove dimostra il pregiudizio persistente contro le donne analizzando 200 sentenze. «In Italia, ma anche nel mondo, viviamo immersi nello stereotipo secondo il quale lo stupro è un assalto violento di un estraneo commesso in un luogo abominevole nei confronti di una donna cosciente che vi si può sottrarre. Non è così. La gran parte degli stupri è commesso da parte di persone che si conoscono, delle quali ci si fida, di solito sotto l'influenza di alcol o droghe per abbassare le difese della vittima che, proprio per questo, o non denuncerà, o sarà colpevolizzata per esserne responsabile, oppure non sarà creduta. Studi internazionali dimostrano che se lo stupro avviene secondo questo stereotipo, l'uomo viene giustificato e tutta l’attenzione si sposta sulla vittima, sui suoi atteggiamenti, sull’essere o meno provocante. Ma questo ribaltamento dei piani e delle responsabilità è un errore giuridico e culturale che chiude per sempre la possibilità di denunciare». 

Se il violento è drogato è ancora più colpevole

Noi giornalisti facciamo la nostra parte nell’alimentare questo stereotipo che “assolve” il carnefice e colpevolizza la vittima, come sottolinea Dalila Novelli, che è anche giornalista. «Perché Genovese viene definito imprenditore? Aver gestito delle aziende lo rende più meritorio di comprensione? È un’aggravante perché, invece di creare ricchezza, la dissipa compiendo pure violenze. Come è un’aggravante il fatto che stia ammettendo di consumare fino a quattro grammi di cocaina al giorno (come ha rivelato al Corriere della sera). Le droghe acuiscono ed esasperano tendenze che a cose normali restano represse». Ma soprattutto chiediamoci: perché il violentatore dovrebbe essere “meno colpevole“ perché non lucido, mentre la vittima “più colpevole” nel caso in cui anche lei abbia assunto droga? Se entrambi sono drogati, uno comunque ha abusato dell’altro, e non è certo stata la donna a farlo. 

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