Anoressia e bulimia.

Emergenze sempre più drammatiche, sempre più precoci. «In tutti i paesi industrializzati, l’adolescenza è sempre più anticipata, l’età del menarca nelle femmine arriva prima e con essa anche l’esordio dei disturbi alimentari. Sono sempre di più i casi che riguardano bambine intorno ai 10 anni, tanto che le comunità terapeutiche che si occupano di anoressia o bulimia iniziano ad aprire sottoreparti per le giovanissime” spiega la dottoressa Debora Colson, responsabile del progetto FoodNet, che si occupa di prevenzione dei disturbi alimentari nell’infanzia attraverso il portale www.foodnet.it e con interventi gratuiti nelle scuole.

Ma quali sono i fattori che influiscono nell’insorgenza dei disturbi dell’alimentazione?

Quanto conta il rapporto mamma-figlia?

“Occorre fare chiarezza: i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) non sono ereditari. Si parla piuttosto di contagio emotivo. È vero, infatti, che tanti casi di DCA si registrano in famiglie dove anche le mamme avevano avuto o hanno ancora difficoltà con l’alimentazione” spiega l’esperta. Nel 90% dei casi i disturbi come l’anoressia riguardano le femmine, si tratta insomma soprattutto di un fenomeno di genere. “Spesso nel difficile rapporto col cibo si rintraccia un disturbo relazionale precoce che ha coinvolto la mamma con quella specifica figlia fin dall’allattamento, che è il primo mezzo di comunicazione e che poi si ristruttura nel disturbo vero e proprio con un esordio solitamente in età preadolescenziale” dice Colson. Ma il rapporto con la madre, che però può risultare anche fonte di grande aiuto (vedi dopo), non è l’unico fattore in gioco.

Quanto conta la preadolescenza?

L’età in cui si manifestano i primi disagi è intorno ai 9/10 anni,  quando il corpo delle bambine inizia a cambiare con il menarca, la prima mestruazione, il cui arrivo è sceso dai 15 ai 9 anni: “L’ambiente esterno diventa fondamentale perché diventa un trigger, un “grilletto”: quando la ragazzina passa dalla fase di latenza (l’infanzia) alla preadolescenza, il proprio mondo fino a quel momento molto limitato, fatto di famiglia, scuola e al massimo sport, diventa più ampio. Anche grazie al contributo dei social si trova come su un palcoscenico, sotto gli occhi di tutti. Il confronto con le compagne di scuola, le modelle sui giornali o gli influencer su internet è molto duro, si è quasi costretti a comportarsi in un certo modo e ad adeguarsi a certi modelli per essere accettati” spiega Debora Colson.

Quanto conta sentirsi in colpa?

È qui che spesso entrano in gioco i sensi di colpa, sia delle figlie che delle madri. “La cosa più difficile è proprio uscire da questa sensazione di colpa tanto che uno dei nostri slogan è proprio “La colpa è della colpa’” dice la responsabile di FoodNet. Le mamme, dunque, non devono pensare di essere la causa del problema, ma ricordare che possono diventare le principali alleate delle figlie. Se il disagio è nato all’interno di un rapporto che col tempo si è ingarbugliato, è possibile seguire qualche consiglio per uscirne.

Cosa possono fare le mamme

Osservare i figli: “Occorre farlo in modo aperto e flessibile, sforzandosi di non avere in mente il figlio perfetto, quello immaginato magari ancora prima di conoscerlo al momento della nascita. Ogni figlio ha un carattere, un talento e un temperamento. Il primo passo è dunque un’accettazione di base” spiega l’esperta.

Notare cambiamenti repentini: “È possibile che nel rapporto col cibo si registrino cambiamenti, a volte sono frutto di momenti di difficoltà passeggeri, in altri casi invece possono diventare la spia di una difficoltà che col tempo diventa pervasiva, dunque sempre più strutturata e profonda” avverte l’esperta.

Parlare con la bambina (o il bambino): “Anche se piccoli, occorre parlare con i propri figli: spesso dal livello delle risposte si capisce quanto la difficoltà sia momentanea oppure no. Se la figlia ammette di essere un po’ triste, può essere che sia qualcosa di temporaneo. Se invece nega, dice che va tutto bene, dunque crea una barriera, allora la mamma dovrebbe allertarsi” consiglia Colson.

Non forzare: “Se i figli non mangiano, tentare di insistere non è mai una strategia vincente. Occorre comunque cercare di distingue se un bambino ha sempre mangiato poco o se invece ha cambiato atteggiamento nei confronti del cibo” spiega l’esperta di FoodNet.

Condividere i pasti: “Si è osservato che nelle famiglie degli obesi il momento dei pasti non è mai un momento sociale, ognuno mangia da solo senza regole e senza condivisione. È bene, invece, riportare il pranzo e/o la cena a un momento in cui ci si scambiano emozioni, si racconta e si ascoltano gli altri” consiglia Debora Colson.

Chiedere aiuto: “Se ci si accorge che c’è stato un cambiamento nel rapporto col cibo che si protrae de tempo, è bene rivolgersi a un esperto. Sul sito di FoodNet abbiamo mappato tutte le strutture più serie a cui rivolgersi per capire se la preoccupazione è fondata” spiega Colson.

La prevenzione nelle scuole e la raccolta fondi

La parola d’ordine rimane comunque la prevenzione, come conferma l’hashtag #prevenireèmegliochecurare. Per questo FoodNet e “Mi Nutro di Vita”, l’associazione nata a Genova per promuovere la giornata nazionale del fiocchetto lilla sui disturbi alimentari (15 marzo), hanno organizzato una serie di attività sul territorio e in particolare nelle scuole. Si tratta di interventi di prevenzione con gli alunni (tre incontri nelle classi quarte e quinte elementari), con insegnanti e genitori, ma anche con medici di base e allenatori sportivi.

Il portale FoodNet fornisce anche uno sportello online di ascolto gratuito con professionisti esperti di disturbi del comportamento alimentare e una sezione di approfondimenti tematici costantemente aggiornati. Per poter supportare l’attività è stata lanciata una campagna di raccolta fondi sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal Basso.