Come abituarli a condividere il mondo digitale?

«I genitori che demonizzano il digitale perdono in partenza» dice Manuela Trinci, psicoterapeuta dell’età evolutiva. «Se sul telefonino possono essere inflessibili e concederlo a scuola media inoltrata, su chat e videogiochi devono essere aggiornati. La strategia è mettersi accanto al bambino
e abituarlo alla coscienza critica, cioè a capire se una cosa è valida e se ci sono alternative. Vale anche per le favole. Ha visto solo la Cenerentola versione Disney? Andate insieme in biblioteca e guardate quante versioni esistono della favola: scoprirà che ci sono tanti diversi punti di vista. Oppure chiedetegli come funziona un videogioco: è un modo per partecipare alla sua vita, digitale e no».

Si può aiutarli a usare bene i social?

«Il concetto di identità digitale è complesso, si può spiegare agli adolescenti. Ai bambini conviene raccontare delle storie» risponde Marco Gui, sociologo dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi Milano Bicocca e coordinatore del centro di ricerca Benessere Digitale (benesseredigitale.eu). «Per esempio quella di una ragazza che, dieci anni dopo aver postato una foto in cui faceva un gestaccio, si propone a una famiglia come baby sitter e viene rifiutata per quel motivo. Il bambino capirà il pericolo di poter essere “bollati” per un singolo contenuto e imparerà che l’informazione in sé può non essere compromettente, ma ha il potere di definire da sola una persona. Tempo fa la campagna “Posta con la testa” paragonava una foto sui social a una che viene attaccata agli armadietti della scuola. Ogni studente può prenderla e usarla come vuole. Mentre il soggetto dell’immagine non può più controllare la sua diffusione. Storie così catturano l’attenzione dei nostri figli».

Gli ebook possono essere d’aiuto?

«Il libro digitale, che permette di modificare spaziatura, sfondo, carattere, può facilitare la lettura. Si tratta però di parametri soggettivi che migliorano
solo il comfort e sono utili quando c’è già una certa abilità nel leggere» chiarisce il neuropsichiatra Termine. «Più che al bambino della primaria, gli ebook sono adatti all’adolescente, che ormai sa che cosa è meglio per sé»

A che età avere uno smartphone? E aprire un account social?

«La normativa europea fissa a 16 anni l’età per iscriversi alle piattaforme social, ma l’Italia ha derogato e abbassato il tetto a 14» risponade il sociologo Gui. «Abbiamo condotto una ricerca su 3.400 ragazzi di
16 anni per capire la relazione tra l’età di arrivo dello smartphone e la situazione di vita (performance scolastica, competenze digitali, benessere soggettivo, dipendenza dai media). Il risultato: più precoce è l’arrivo, meno positiva è la situazione di vita. Non è certo un rapporto causa-effetto, ma abbiamo indizi che il rapporto sia problematico, più che fare bene. Quindi è bene posticipare e concedere lo smartphone dopo i 14 anni. Ma per farlo, ci vuole sintonia. Ad esempio organizzando incontri con i genitori per aiutarli a prendere decisioni condivise. Così i bambini senza cellulare non rischiano di sentirsi esclusi. Saranno in buona compagnia».

Per chi soffre di dislessia studiare con un pc è più facile?

«Per i bambini con DSA il computer è uno “strumento compensativo”, cioè un aiuto per superare le difficoltà di lettura, scrittura, calcolo. Se un bambino ha una buona capacità di comprensione e di ascolto ma fa fatica ad apprendere perché è troppo lento nella lettura, il computer che può leggere al posto suo è utile già in terza o quarta elementare» spiega Cristiano Termine, neuropsichiatra infantile e membro del comitato scientifico della Fondazione Italiana Dislessia. «In questo modo supera la difficoltà e soprattutto diventa autonomo dai genitori che, quasi sempre, lo assistono nei compiti, leggono e decodificano i testi per lui. Se la difficoltà non è grave, in genere è alla scuola media che si comincia a usare la sintesi vocale. Lo stesso vale per il calcolo e la scrittura. Spesso purtroppo i bambini rifiutano gli strumenti digitali a scuola perché li fanno sentire diversi dai compagni. L’ideale sarebbe che venissero proposti a tutti in parallelo a quelli tradizionali, a partire dalla primaria».

In che modo si insegna il concetto di privacy?

«Abituiamo i bambini a un concetto di privatezza e pudicizia, parole che non vanno più di moda ma che bisogna ancora insegnare» consiglia Manuela Trinci. «Spieghiamo loro che ci sono parti del corpo che sono intime e pensieri che fanno parte del proprio mondo interiore. I sentimenti non vanno sbandierati a tutti ma raccontati a familiari e amici. Certo l’esempio vale molto: i genitori devono essere coerenti e rispettare la privacy dei bambini non dicendo tutto di loro su chat e social. L’educazione passa attraverso l’esempio».

Conosci le sigle pericolose?

Spesso in Rete i ragazzini usano uno slang fatto di acronimi. Conoscerli può aiutare i genitori a intercettare rischi potenziali. Eccone alcuni.
Paw/Taw: “Parents/Teachers are watching” (i genitori/gli insegnanti stanno guardando) serve ad avvisare il bambino che non si è liberi di parlare.
Gnoc: “Get naked on camera” chiede di spogliarsi davanti allo schermo.
Asl: “Age, Sex, Location” chiede età, sesso e luogo da cui si chatta.
Mof: maschio o femmina. Oom+: Ora o mai più.

Come si raggiunge l’autonomia digitale?

«Procedendo per step» dice Marco Gui. «Si comincia con un computer messo in una stanza comune e condiviso tra tutti i membri della famiglia. Poi, senza imporre nulla dall’alto, si decidono insieme le regole, gli orari
e i modi di fruizione».

Un post è per sempre: è difficile da spiegare?

«No. Basta aprire Internet e mostrare loro che tutto quello che vedono resterà lì, a disposizione di tanti, se non di tutti» afferma Manuela Trinci.

Il parental control serve?

«Sì. E la decisione di impostarlo deve essere comunicata ai figli» afferma il sociologo dei media Gui. «Il nostro team di ricerca consiglia di filtrare le ricerche su Google con Safesearch e di impostare la modalità con restrizioni su YouTube, così si evita il contatto accidentale con materiali espliciti sul web. Andrebbe anche limitato l’uso del dispositivo a una sola app per evitare distrazioni, per esempio durante la Dad (sul sito benesseredigitale.eu, nella sezione materiali, si spiega come fare). Proteggere l’attenzione, minimizzando gli stimoli disturbanti e programmando sessioni di lavoro concentrato, dà vantaggi importanti. Con la sola limitazione però non si va lontano. Il mio consiglio è di avere un confronto costante tra genitori e figli sui contenuti e le regole di accesso ai media. E una concessione graduale di spazi di autonomia ai bambini».

Come dare il buon esempio senza vietare?

«Mettendo via il cellulare a cena e quando il bambino vi sta parlando» risponde Manuela Trinci, psicoterapeuta dell’età evolutiva. «Se state lavorando o aspettate una telefonata importante, ditelo chiaramente: il piccolo capirà il concetto che genitori e figli non sono sullo stesso piano e che non hanno gli stessi diritti e doveri».

I videogiochi possono migliorare il rendimento scolastico?

«Solo se sono disegnati apposta» risponde Marco Gui, sociologo dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi Milano Bicocca. «Per il resto, credo che i videogiochi abbiano l’obiettivo di tenere agganciata soprattutto l’attenzione, usando leve come competizione, stimolazione, novità, ricompensa. Alcuni game sono troppo stimolanti, mettono ansia e ostacolano l’attenzione concentrata. I siti commonsensemedia.org e mamamo.it sono validi aiuti per capire la qualità e le potenzialità educativa
di un videogioco».

Programmare aiuta a sviluppare la logica?

La programmazione informatica consiste nello spiegare al pc cosa fare usando parole e numeri (algoritmi) che, ordinati in sequenza, gli danno ordini. «Sono due i grandi obiettivi del coding. Fare da supporto alla capacità analitica e logica dei bambini. E renderli più consapevoli nell’interpretare il digitale, perché capiscono come vengono sviluppate le app che usano» spiega Marco Gui. «La robotica educativa insegna a programmare un robot per fargli eseguire operazioni, ma prima di usare gli algoritmi la si può capire anche in modo “analogico”, con il gioco. Per esempio dandosi le istruzioni per andare da un punto all’altro restando all’interno di una griglia predefinita. Oppure muovendo un omino su un foglio fornendo comandi come “destra” e “sinistra”. Lo scopo? Capire che, per ottenere un obiettivo in un ambiente regolato, devi conoscere la “catena” delle regole. Per usarla dovrai ridurla in tanti pezzi e poi rimontarli nel modo che ti è più utile».

Cyberbullismo: quali segnali cogliere?

Non faremmo guidare un’auto al nostro bambino. Eppure lo lasciamo libero di navigare in Rete, una macchina potentissima. «La Rete è sempre meno virtuale perché le conseguenze di quello che ci capita dentro sono reali e non è difficile ritrovarsi vittime, per esempio di cyberbullismo» spiega Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina, che sensibilizza sui rischi legati all’uso inconsapevole dei social (fondazionecarolina.org). Dunque, come proteggerli? «Stando vicini ai ragazzi. I genitori che ascoltano, che li guardano, che sono presenti nella loro vita, si accorgono subito se i figli sono nervosi, svogliati, improvvisamente chiusi in se stessi. Quando è così, è possibile parlare, farsi raccontare cosa sta succedendo, prima che la situazione diventi pericolosa. E se qualcosa non va davvero, si potrà intervenire prima».

«Sì, a patto che non se ne abusi e che il genitore stia vicino al figlio per aiutarlo a scegliere i contenuti» dice la psicoteraputa Manuela Trinci. «Molti studi sono contradditori su questo tema. Alcuni dicono che il fatto che tutto sia sempre a disposizione di un clic disabitua i bambini alla pazienza e alla ricerca: rischiano di sentirsi “onnipotenti” e di pensare che, navigando mezza giornata in Rete, possano sapere tutto. Ma voce, contatto fisico, manualità restano determinanti per costruire la mente del bambino, soprattutto in età scolare».