Cambio di genere: il percorso sanitario e psicologico

Cosa prevede l’iter, dalla diagnosi di disforia fino all’intervento chirurgico. I costi e i documenti necessari

Per poter ottenere la riassegnazione di genere, maschile o femminile ma pur sempre diverso da quello “biologico” al momento della nascita, occorre presentare una domanda di autorizzazione in Tribunale, che però è solitamente preceduta da una diagnosi di disforia di genere, cioè un disagio nel sentirsi di appartenere a un genere differente rispetto a quello biologico, ed è seguita a volte da un intervento chirurgico. Durante il percorso, invece, è prassi seguire una terapia ormonale.

Ecco cosa prevede l’iter, i costi e gli esperti ai quali rivolgersi.

Psicoterapia: quale e che diagnosi

Il percorso psicologico è parte dell’iter per ottenere una riassegnazione di genere. Per poter presentare la domanda, infatti, occorre che sia diagnosticata una disforia di genere. Consiste in una perizia effettuata da un esperto psicologo o psichiatra, che accerta un disagio psicologico legato alla percezione di sé estranea rispetto al proprio sesso biologico. «La diagnosi è fondamentale e solitamente si effettua somministrando una batteria di test, ai quali seguono alcuni colloqui clinici», spiega Fabrizio Quattrini, psicosessuologo e professore all’Università dell’Aquila.

«La disforia di genere diventa parte di un percorso che può essere solo anagrafico, nel caso ci si limiti alla richiesta del cambio di nome, o anagrafico-chirurgico, se porta a un intervento per il cambio degli organi sessuali, oppure per discriminare rispetto ad altre problematiche che possono sembrare disforia di genere, ma non lo sono. Ad esempio, alcuni soggetti con schizofrenia potrebbero avere tratti confondibili con chi si sente di un sesso opposto; è anche importante differenziare rispetto a una eventuale omosessualità nascosta, non accettata o non interiorizzata: è il caso di chi magari non si sente accettato in quanto omosessuale e quindi potrebbe pensare di intraprendere un percorso che porti a un intervento chirurgico per raggiungere proprio l’accettazione cambiando genere» aggiunge l’esperto.

A chi rivolgersi

La relazione dell’esperto può essere scritta da un professionista (psicologo o psichiatra) pubblico o privato. In pratica ci si rivolge al Sistema Sanitario Nazionale (SSN) o a uno studio privato di propria scelta. Il vantaggio della seconda scelta è quello di ridurre i tempi: generalmente è possibile fissare un appuntamento in pochi giorni, mentre con il SSN occorre attendere di più ed è necessaria una prescrizione del medico di famiglia per potersi iscrivere alle liste presso gli ambulatori di ospedali e policlinici.

In Italia esistono comunque molti centri specializzati, come il Policlinico Ospedale Giovanni XXIII di Bari, il Policlinico S. Orsola e Malpighi di Bologna, l’ospedale Niguarda di Milano, la Clinica Universitaria Federico II di Napoli, l’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma, l’Azienda Ospedaliera Città della Salute (Molinette) di Torino, l’Ospedale di Cattinara a Trieste, l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova e il Policlinico Gaetano Martino di Messina.

Dai protocolli al CTU: le differenze

Le strutture pubbliche utilizzano due protocolli di riferimento: l’ONIG, dal nome dell’Organizzazione Nazionale sull’Identità di Genere, e il WPATH, messo a punto negli Usa. «Sono linee guida riconosciute a livello mondiale in materia di disforia di genere e transgenderismo. Non è detto che tutti i privati vi si attengano, ma è auspicabile perché rappresentano i punti di riferimento internazionali» spiega Quattrini.

In caso la diagnosi sia effettuata da un libero professionista invece che da un centro pubblico, può accadere che il Tribunale nomini un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU). Questo può rallentare l’iter. «Accade nell’85% dei casi, mentre se la relazione è del Servizio Sanitario Nazionale succede più di rado. Qualcosa, però, sta cambiando: di recente un giudice a Bolzano ha accolto la diagnosi di uno psicologo che non era neppure italiano, ma inglese. Lo stesso è accaduto a Siena, dove la relazione era di un esperto privato americano» spiega l’avvocato Gianluca Piemonte, esperto nelle pratiche per la riassegnazione di genere.

«Certamente va detto che una perizia con un consulente può essere traumatica per il soggetto che chiede il cambio di genere, perché per molti è un trauma rivivere tutta la sua esperienza per arrivare a una nuova diagnosi. Se però il Tribunale lo chiede, non c’è possibilità di opporsi. In ogni caso, la nomina del CTU non rappresenta un ostacolo ai fini dell’autorizzazione finale, perché se la disforia di genere è presente, anche il CTU non potrà che confermare la diagnosi del professionista privato».

I tempi della psicoterapia

La tempistica dipende molto da Tribunale a Tribunale, ma anche dalle modalità di diagnosi. Rivolgendosi a un privato in genere si potrà scegliere il professionista di propria fiducia o più comodo, fissando un appuntamento nel giro di pochi giorni e nell’arco di una settimana. Se si opta per il Servizio Sanitario Nazionale, invece, necessariamente di dovranno fare i conti con le liste d’attesa.

«Chi teme che, rivolgendosi a un privato, si possa incappare nella nomina di un CTU, con un allungamento dei tempi, in realtà deve tener presente che il procedimento giudiziario potrebbe sì richiedere circa 2-3 mesi, ma nel complesso la procedura di transizione (psicologica/ormonale) durerà molto meno con il servizio privato, quindi alla fine i tempi sarebbero comunque inferiori» spiega Piemonte. Molto dipende anche dal numero di sedute richieste: «In media si va da un minimo di 4 o 5 incontri fino a un massimo di 10» spiega lo psicosessuologo.

I costi

Anche a livello di costi la scelta di affidarsi a un consulente può influire, in media di 400 euro. Le sedute dallo psicologo, invece, possono oscillare tra i 40 euro e i 100 (nel caso di uno psichiatra). «La maggior parte dei transessuali sceglie lo psicologo perché ha un costo minore – dice l’avvocato Piemonte – Gli incontri presso i centri specializzati pubblici richiedono, invece, solo il pagamento del ticket di 36 €, per coprire circa 8 sedute».

Cosa succede dopo la diagnosi

Una volta effettuata una diagnosi, la persona che vuole un cambio di genere generalmente viene indirizzata verso un centro specializzato, che solitamente avvia un iter specifico: «È quella che viene chiamata Real Life Experience, un percorso che prevede un supporto psicologico coadiuvato eventualmente da ormoni, che aiutano la trasformazione estetica. Non è detto, però, che si arrivi all’intervento chirurgico. Ad esempio, all’Università dell’Aquila e in molti altri atenei ormai c’è il doppio libretto: il transgender può avere anagraficamente ancora il vecchio nome, in attesa di completamento della domanda di cambio di genere a livello anagrafico, ma tutte le sue attività accademiche fanno riferimento al nome che ha deciso di avere come transgender. Questo permette di vivere la propria condizione con una maggiore serenità e senza dover ricorrere ad alcuna operazione chirurgica» spiega Quattrini.

La terapia ormonale

«La terapia ormonale non è obbligatoria, ma è ormai diventata una prassi. Io la consiglio e suggerisco di iniziarla prima della domanda in Tribunale. In chi la inizia prima dei 25 anni, gli effetti si vedono subito, dopo 1 o 2 mesi, quindi il giudice avrà una “prova” del convincimento della persona. Nelle persone adulte ci vuole qualche in tempo in più, ma la trasformazione mascolinizzante o femminilizzante avviene comunque con un impatto molto forte dopo l’inizio della terapia» spiega Piemonte. A prescriverla è un endocrinologo sulla base delle caratteristiche personali di chi vuole il cambio di genere.

L’intervento chirurgico

L’operazione, invece, sta diventando meno frequente, anche e soprattutto dopo che due sentenze della Corte della Corte di Cassazione (n.15138) e della Corte Costituzionale (221), entrambe del 2015, che hanno sancito che l’intervento chirurgico non è più obbligatorio per il cambio di sesso, ma è eventuale e deve essere inteso come un mezzo per raggiungere il benessere psicofisico, quindi per tutelare il diritto alla salute. «Ormai nell’80-85% dei casi non si procede neppure all’operazione» conferma l’avvocato Piemonte.

Se, però, si decide si intraprendere questa strada, le tempistiche variano sempre a seconda del servizio che si sceglie, se privato o pubblico. In quest’ultimo caso, quando il costo è a carico del Servizio Sanitario Nazionale, possono in genere occorrono un paio di anni di attesa. Tempi più ristretti possono esserci in Toscana, Alto Adige o Piemonte, mentre in altri territori si allungano. Qualcuno, comunque, preferisce rivolgersi all’estero, anche per questioni economiche, andando per esempio in Thailandia. D’altro canto i costi non sono sempre alla portata di tutti: si parla di 6mila per il seno, ma anche 18 o persino 20mila euro per l’organo primario».

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