Io, né pellegrina né esploratrice, sul Cammino di Santiago

23 08 2018 di Daniela Collu
Credits: Shutterstock

Perché un’amante delle vacanze comode dovrebbe percorrere 360 chilometri in 15 giorni senza nemmeno avere una particolare ragione spirituale? in queste pagine il racconto di un viaggio iniziato per curiosità. E finito con una scoperta importante

«Preparati alle vesciche» dicevano alcuni. «Vedrai che fatica» aggiungevano altri. «Ti cambierà la vita» annuivano in coro. Non ho creduto a nessuno, e avevano ragione tutti. Sulla scia dei 301.000 che l'hanno percorso nel 2017, un record assoluto, ho deciso di fare il Cammino di Santiago una sera, girovagando online mentre cercavo un viaggio in solitaria dopo mesi di tanti spostamenti (2 aerei alla settimana e infiniti treni) ma di poche “avventure”. Io, che religiosa non lo sono da 20 anni, coraggiosa non sono mai stata, esploratrice meno che mai: vacanziera, piuttosto, e anche parecchio comoda.

Cercando informazioni, ho scoperto il terrorismo psicologico ai danni di chiunque decida di fare il Cammino

Bisogna essere allenati, maestri della resistenza, campioni dell’assemblaggio dello zaino, esperti delle tecniche di primo soccorso. Praticamente Tom Hanks in Cast away. Ho letto tutto ciò che ho trovato in 3 ore, poi ho fatto quello che ogni persona equilibrata farebbe: ho digitato “Cammino di Santiago morti e dispersi” su Google, non ho trovato nessun risultato davvero spaventoso e quindi ho prenotato un volo di andata. Sono partita da sola da León: è una delle tappe intermedie più gettonate per chi non fa tutto il percorso da Saint Jean Pied de Port, inizio del cosiddetto “cammino francese”, 850 chilometri di pura bellezza in mezzo a mesetas (il grande altopiano spagnolo), cittadine deliziose e montagne verdissime. Io ne ho progettati, e poi camminati, “solo” 360, avevo 15 giorni e volevo assolutamente partire. Non esistono tour operator, non si prenotano nemmeno gli alberghi, si va e basta. Il primo giorno ero sola come un cane ma con l’outfit perfetto, mi sentivo Lara Croft: pantaloncini, scarpe da trekking leggere ma resistenti, trecce e berretto, 7 chili di zaino sulle spalle, calzini tecnici antisfregamento, acqua, guida cartacea. Avevo previsto 25 chilometri per la prima tappa e li ho percorsi in 4 ore e mezzo, sotto un sole cocente, con un’attitudine da perfomance di Runtastic più che da pellegrina.

Il secondo giorno è cambiato tutto, perché il Cammino ti insegna subito cosa devi fare

Ovvero: fermarti spesso, goderti il ritmo, sentire il passo, ascoltare il corpo, infilarti tutti i vestiti perché la mattina presto fa freddo, smettere di guardarti allo specchio perché i capelli resteranno così fino a Santiago, dimenticare i selfie, arrenderti all’avventura. Il terzo giorno è comparsa la prima vescica sull’alluce, che è stata bucata da Josè, un australiano di 50 anni appena conosciuto: eravamo in un bar, ha sterilizzato un ago, ha inserito il filo come se dovesse cucire un orlo e l’ha infilato nella vescica, lasciando questa sottile cordicella dentro ad assorbire l’acqua per evitare l’infezione. Da lì la prima regola del Cammino, e la più importante: ci si prende cura di tutti e tutti si prendono cura di noi, ci si fida di tutti e tutti si fidano di noi. Si inizia a familiarizzare con questo concetto più o meno dal primo passo, visto che a indicare la strada sono frecce gialle tracciate da sconosciuti pellegrini che si sono preoccupati di chi sarebbe venuto dopo, veri angeli custodi soprattutto in quei lunghi tratti di nulla eterno in cui si perderebbe anche una bussola.

Il quarto giorno è arrivata la tendinite al piede destro

Ero sconvolta di quanto il mio corpo stesse rispondendo bene muscolarmente alle lunghe distanze (circa 33 chilometri al giorno in media), ma il peso dello zaino distrugge le articolazioni dei più allenati, e io non facevo eccezione. Si va avanti lo stesso, con una caviglia a zampa d’elefante con strati di arnica e contorno di ibuprofene, benedicendo i sandali sportivi che mi hanno salvato la vita, soprattutto per la tappa di montagna: 1.100 metri di dislivello ripagati dalla vista più commovente di sempre, sulla cima del Cebreiro, in Galizia. Ho pianto, io che preferivo il traffico del Lungotevere a qualunque altra dimensione, proprio io mi sono abbandonata alla bellezza e ho pianto come un vitello per la sola felicità di vedere il mondo, per la gratitudine di vederlo una volta tanto così meraviglioso.

Dal quinto giorno in poi non sentivo più dolore e fatica

Avevo un gruppo di amici di varie nazionalità che erano diventati la mia famiglia, a volte si camminava insieme, a volte bastava avere più energie o qualche pensiero da sbrogliare per accelerare il passo, ma ci si ritrovava sempre nel primo bar o in qualche pulperia malfamata per pranzo. O al massimo la sera, per dormire negli ostelli insieme ad altri 20 sconosciuti, noncuranti di puzze, russamenti notturni, letti scomodi e cimici dei materassi (sì, ho avuto anche quelle, non mi sono fatta mancare nulla). Gli ultimi 3 giorni la Galizia ci ha benedetti con giornate di pioggia incessante e un freddo becco: tratti di bosco con la paura dei fulmini, tratti di asfalto senza nemmeno un riparo, albergue municipali con le docce all’aperto e senza coperte.

A un passo dalla resa, finalmente Santiago

La piazza della cattedrale appena restaurata, la stanchezza, l’adrenalina, la libertà e la soddisfazione. E lo stesso negli occhi di quelli che hanno camminato con te, unici depositari di un sentimento inspiegabile per gli altri, ché quello che succede sul Cammino è diverso da tutto il resto. E anche io, che non cercavo Dio, non cercavo me stessa e non scappavo da nulla, anche io che ero andata solo a camminare, pensando che fosse più un fatto di gambe che di anima, me ne torno a casa con un vento dentro, come se mi avessero aperto il cuore con un cric e ci avessero soffiato aria buona, come se fossi andata in un posto lontano per ritrovarmi proprio al centro di me. Ah, ultima cosa: mai avuto il sedere così sodo in vita mia!

4 dritte "provate per te"

1. Le scarpe Sceglile di almeno un numero e mezzo più grandi e usale un bel po’ prima di partire. Spalma il piede di vaselina come se non ci fosse un domani prima di indossare i calzini per prevenire le vesciche.

2. Lo zaino Porta un maglione e una maglietta di cotone che ti piacciano. Inizierai presto a odiare i vestiti tecnici e sarà confortevole smettere i panni del pellegrino la sera. Occhio a non esagerare: il peso ideale dello zaino è sotto gli 8 chili.

3. Il cuscino Prendi una federa di scorta: gli ostelli hanno quelle monouso di carta ma non si sa mai.

4. Le soste Dimentica la tabella di marcia: dividere le tappe va bene, ma i fuori programma sono la parte migliore del cammino. Fermati nei paesini che ti piacciono, rallenta per qualche chilometro, goditi il viaggio.

2 libri da leggere per ispirarti

Storia del camminare (Ponte alle Grazie) di Rebecca Solnit analizza la profonda relazione tra andare a piedi e pensare.

Camminare. Un gesto sovversivo (Einaudi) di Erling Kagge invita a spostarsi a piedi per riscoprire libertà e creatività.



Riproduzione riservata