La più famosa è lei: Chimamanda Ngozi Adichie, nigeriana, 39 anni, scrittrice, tra le 100 persone più influenti al mondo nel 2014 secondo Time Magazine. Chimamanda è diventata la fautrice di un nuovo femminismo. Non è la sola: altre donne di colore stanno alzando la testa per denunciare ingiustizie e rivendicare libertà, senza rincorrere gli uomini o modelli ideali di emancipazione. Ti raccontiamo come. 

Il manifesto per le figlie

15 minuti nel 2013 sul palco del Ted, il famoso ciclo di conferenze Usa, e Chimamanda è diventata una star. Il suo discorso intitolato Dovremmo essere tutti femministi è stato poi ripreso da Beyoncé nella canzone Flawless, dall’album Beyoncé del 2014. Ma il testo, in Italia pubblicato da Einaudi, di cosa parla? E in cosa si differenzia dal femminismo a cui siamo abituati?

Dimentichiamo i reggiseni bruciati: Chimamanda non disdegna rossetto e tacchi ed è testimonial di una linea di make-up inglese. Ha partecipato alla marcia delle donne contro Donald Trump a Washington e subito dopo alle sfilate di Parigi.

Video: Perché dovremmo essere tutti femministi, di Chimamanda Ngozi Adichie, Ted Talk 2011


Un nuovo modo di essere femminista

«Il femminismo oggi non si basa su un modello ideale di donna emancipata a cui ispirarsi, come negli anni ’70. Né punta a rincorrere i traguardi raggiunti dagli uomini per usarli come termine di paragone» spiega Ingrid Salvatore, docente di Studi di genere all’università Luiss di Roma. L’analisi di Chimamanda è incentrata sugli stereotipi tra generi che ci portiamo dietro, sulle differenze culturali nell’educazione dei nostri figli. Il suo è un appello a cambiare la percezione che abbiamo di noi stesse in questa società.

Un discorso che ritorna in Cara Ijeawele. Ovvero Quindici consigli per crescere una bambina femminista (uscito il 7 marzo per Einaudi). Si va da «evita di definirti solo in termini di maternità» a «insegnale a porsi domande del tipo: quali sono le cose che le donne non possono fare in quanto donne?». Concetti che sembrano scontati ma non lo sono, soprattutto se sei nera e devi fare i conti, oltre che con il sessismo, anche con il razzismo.

A proposito di femminismo nero

Ne sa qualcosa, di femminismo nero, Margot Lee Shetterly, autrice del saggio Il diritto di contare (Harper Collins) da cui è stato tratto l’omonimo film da Oscar. Margot, figlia di un ingegnere della Nasa, è cresciuta in mezzo a matematiche e fisiche capaci di fare calcoli stratosferici armate solo di matita, regolo e addizionatrice per mandare Neil Armstrong sulla Luna.

Raccontando la storia di queste “calcolatrici umane”, donne nere che nell’America della segregazione razziale degli anni ’60 riuscirono a conquistare la stima di alcuni colleghi uomini (bianchi), Margot ha fatto conoscere al mondo intero una realtà finora nascosta.

Le lezioni delle Radical Brownies 

Capire la nostra storia, le libertà e i diritti conquistati, è anche alla base del movimento delle Radical Brownies, appena nato in California. Una versione aggiornata ai nostri tempi delle girl scout. «Niente a che vedere con quello che è il femminismo classico, incorniciato in una teoria» dice Ingrid Salvatore.

«Sullo sfondo c’è una società, quella americana, piena di conflitti, ma molto vivace. E dove nulla è dato per scontato: nemmeno l’identità sessuale». Così, invece di imparare a montare una tenda e ad accendere il fuoco, apprendono i diritti civili e la giustizia sociale: dal rispetto per se stesse e a quello per gay, lesbiche e transgender.