“La cosa peggiore che augurereste al vostro peggior nemico? L’iscrizione a un gruppo whatsapp di genitori degli alunni”.

È una battuta che circola proprio in questi gruppi, fortunatamente dotati di autoironia. Io ho due figlie, e quindi due chat di genitori attive. Fucine di notifiche su epidemie di pediculosi, sintomi di influenza e opinioni sui test Invalsi.

Eppure tale abbondanza, sul mio cellulare, è stata neutralizzata dalla nascita di un altro gruppo, ben più prolifico e impegnativo. Quello dei miei compagni di classe del liceo. Venti anni dopo che ci siamo diplomati.

All’inizio, è stata una sbronza collettiva. Messaggi a ogni ora del giorno e della notte. Selfie per far vedere come eravamo diventati. Clip audio per riascoltare le nostre voci.

Pensavo che non potesse durare. Credevo che finita la fase A, l’amarcord, ricostruito il collage di aneddoti, saremmo crollati di fronte alla fase B: cosa siamo diventati. Ossia il momento in cui l’ingenua curiosità per la sorte toccata a ciascuno di noi, avrebbe dissotterrato ambizioni, sogni, promesse, delusioni. Per riallontanarci definitivamente.

E invece no, in capo a qualche mese siamo già alla fase C: la costruzione di una nuova quotidianità, l’elaborazione di nuovi riti, come il caffè della domenica mattina. Dei ricordi ormai non parliamo più: sono la grammatica del gruppo, il codice che ci permette di decifrare le battute.

classe

La domanda è inevitabile: abbiamo fatto a meno per vent’anni gli uni degli altri, com’è che da 8 mesi ci diamo il buongiorno e la buonanotte, e in mezzo ci raccontiamo fatti di vita quotidiana, ci prendiamo in giro con ferocia, facciamo battute spinte, escludiamo i compagni meno attivi, parliamo male degli assenti?

Questa chat è lo spazio franco di un’adolescenza rimasta intatta. Un’adolescenza che finalmente sappiamo gestire: abbiamo imparato ad accettare lo scherzo, a non prenderci sul serio, a spegnere qualsiasi fuoco con il sorriso.

Parafrasando Tom Robbins, potrei dire che non è mai troppo tardi per farsi un’adolescenza felice.

Ora, però, mi riconnetto alla chat dei genitori e mi chiedo quand’è che imparerò a padroneggiare altrettanto bene l’età adulta. Spero non debbano passare altri vent’anni.

 

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