Sempre più bambini studiano danza classica

20 09 2018 di Angela Lonardo
<p>Roberto Bolle</p> Credits: Getty Images

Roberto Bolle

La notizia che il principino George frequenta lezioni di ballo ha suscitato sorpresa e clamore. Perché, mentre è ormai accettato che una bimba giochi a calcio, si guarda ancora con sospetto un bambino che si cimenta con piroette e plié. Colpa di un tabù duro a morire. Eppure qualcosa sta (lentamente) cambiando

Insieme a quaderni, penne e diario, quest’anno il principino George infila nella cartella anche calzamaglia e scarpette da ballo. Al primo anno delle elementari della St Thomas’s Battersea School di Londra, il primogenito di William e Kate, 5 anni compiuti il 22 luglio, affianca allo studio delle materie canoniche quello della danza classica. Nella rinomata scuola primaria il royal baby frequenta una lezione di ballo alla settimana: 35 minuti durante i quali, insieme agli altri bambini e con l’accompagnamento di un pianista, può allenarsi alla sbarra e scolpire il suo corpicino a suon di plié e battement tendu.

La notizia ha fatto il giro del mondo poiché il piccolo George è il primo membro maschio della famiglia reale britannica ad approcciarsi all’arte di Tersicore. Ma la vera ragione di tanto clamore è che ancora oggi la danza classica è considerata “roba da femmine”.

È una disciplina dove si lotta per le “quote azzurrre”

In un mondo dove le donne ancora combattono per le quote rosa, c’è una fetta di ragazzi che lotta per ottenere la quota azzurra. Mentre ormai è socialmente accettato che una bimba si avvicini a sport tipicamente maschili, come il calcio o il rugby, i piccoli che amano Giselle o Il Lago dei Cigni più del pallone vengono guardati con sospetto. «Succede perché si crede che un ragazzino che studia danza possa sviluppare un orientamento omosessuale, una preoccupazione meno nutrita nei confronti delle bambine che praticano sport maschili» spiega Melissa Balbo, psicologa dello sport con un passato da danzatrice, nel 2008 eletta rappresentante tersicorea presso il Miur. «In una società tradizionale come quella italiana, il più delle volte sono i papà ad arricciare il naso o a ostacolare le lezioni di balletto dei figli, timorosi che possano perdere la virilità». Lo conferma Cristiana Natali, docente di Antropologia culturale, impegnata in numerosi seminari e corsi di antropologia della danza all’università di Bologna e a quella di Milano. «Da sempre la grazia e la leggerezza che dona la danza classica sono viste come qualità esclusivamente femminili. Per rompere il tabù abbiamo bisogno di modelli sociali a cui uniformarci: alcuni programmi hanno reso possibile la costruzione dell’immaginario di un uomo che balla, mentre stelle danzanti del piccolo schermo come Kledi Kadiu sono diventati esempi positivi».

Modelli come Roberto Bolle favoriscono il cambiamento

Significativi passi avanti per superare questa discriminazione al contrario si stanno compiendo grazie ai mass media. «Negli ultimi anni Roberto Bolle, il più pop dei principi danzanti, è diventato un’icona, un riferimento per i giovani e le famiglie» dice Claudia Celi, storica della danza e docente dell’università La Sapienza di Roma. Il successo degli uomini sulle punte sta spianando la strada al cambiamento, ma per ora di Billy Elliot che si scontrano contro i preconcetti sociali - come il protagonista dell’omonimo film cult ispirato alla vera storia del ballerino Philip Mosley - ce ne sono ancora tanti. Il casertano Angelo D’Aiello, ex allievo della scuola tv Amici di Maria De Filippi e ora new entry del corpo di ballo del Teatro di Trier, in Germania, ha affrontato le maggiori difficoltà da adolescente. «Ho sofferto molto» racconta. Gli insulti l’hanno spinto a nascondere ai compagni di scuola che dedicava tutti i pomeriggi alla danza. «Ogni volta che tornavo a casa ponevo domande a me stesso e a mia madre. Lei mi ha fatto capire che non dovevo dare peso alle maldicenze dettate dall’ignoranza e che l’arma migliore per reagire era l’indifferenza».

L’opposizione più forte arriva dai padri

«Ci lamentiamo che i nostri figli non sanno cosa vogliono, per poi rimanere delusi se non hanno le inclinazioni che ci aspettiamo. Dobbiamo invece rispettarli, accettarne le passioni e imparare a guardare nella loro stessa direzione» dice Balbo. Anche perché sono tutt’altro che da tralasciare i benefici della danza classica: un’attività salutare durante la crescita, che forma corpo e mente, abitua al sacrificio e aiuta a sviluppare il tono muscolare, la creatività e l’espressività. Ma se i papà sono contrari? «Dovremmo abituare i nostri partner a frequentare luoghi di cultura e bellezza come cinema e teatri e, magari, portarli a lezioni di ballo per far capire loro quanto sia difficile».

Adesso alla Scala i ragazzi sono quasi la metà degli allievi

Quest’anno all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano ci sono 190 iscritti, tra gli 11 e i 18 anni, e circa il 45% sono ragazzi. A fianco, gli allievi dell’Accademia ritratti da Giovanni Hänninen nel ballatoio della celebre scuola in via Campo Lodigiani. Secondo gli ultimi dati Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo), nel nostro Paese ci sono 17.000 scuole di danza, dove si insegnano oltre 50 discipline diverse e si contano in totale 1 milione e 400.000 allievi.

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