Al via il Giro femminile, tra difficoltà e voglia di farsi riconoscere

Le imprese della pioniera Alfonsina Strada e della super campionessa Fabiana Luperini. Ma anche i massacranti viaggi in furgone e i premi irrisori rispetto a quelli degli uomini. Ti sveliamo cosa succede nella corsa a tappe più famosa. Con l’aiuto di una ciclista che la conosce bene

Quando si parla di donne in bicicletta, il primo riferimento è quasi sbiadito ma suggestivo: lei era Alfonsina Strada, seconda di 10 figli di una famiglia contadina, l’unica donna ad avere mai corso il Giro d’Italia con (anzi, contro) i maschi. Nel 1924 si presentò alla Gazzetta dello Sport, che lo organizzava, chiedendo di potervi prendere parte. Il regolamento le dava ragione: a nessuno era venuto in mente di vietare le corse alle donne. Ma la strada da fare era molto più lunga dei 3.613 chilometri di quella corsa passata alla storia per le cosce di fuori di Alfonsina.

Abbiamo aspettato fino al 1988 per vedere il primo Giro Donne

10 tappe e non 21, chilometraggi più corti rispetto a quello maschile e differite tv in orari improbabili. Vinse Maria Canins, leggendaria campionessa che allora aveva quasi 40 anni, da 10 era mamma e si era aggiudicata già 2 Tour de France. Negli anni successivi il Giro è diventata la più importante corsa a tappe femminile. La stella di sempre è Fabiana Luperini, vincente 5 volte tra il 1995 e il 2008. Scalatrice fortissima, la chiamavano Pantanina: fu la prima nel ’97 a vincere sul leggendario Zoncolan, nelle Alpi carniche, gli uomini non lo avevano ancora provato. Dopo di lei hanno dominato le olandesi, da Marianne Vos alla campionessa olimpica e mondiale Anna van der Breggen, con 3 vittorie a testa.

Quest’anno il Giro, al via il 2 luglio, promette molte novità:

con il nuovo gruppo organizzatore, PMG Sport/Starlight, sarà seguito in oltre 150 Paesi, grazie alla diretta dei finali di tappa. In Italia il commento tecnico, su RaiSport, sarà affidato a Giada Borgato, veneta di Legnaro, 33 anni compiuti appena dopo aver commentato, a maggio, il suo primo Giro d’Italia maschile. Giada è nata fra le bici (aveva 3 anni quando suo padre Aldo la portava in ammiraglia alle corse dei ragazzi) e il Giro lo ha corso 4 volte, l’ultima nel 2013. «Il più duro fu il primo, nel 2010; il più bello nel 2012: avevo appena vinto il Campionato italiano e ogni mattina partivo in prima fila con la maglia tricolore, ricordo l’emozione. Nel 2011 però scalammo il Mortirolo, mi sentivo nel mito».

La tentazione di equiparare i percorsi ogni tanto viene, ma non è questa la parità che le atlete invocano. «È ovvio che anche noi possiamo pedalare per 180 chilometri, ma non dobbiamo più dimostrare niente a nessuno. Mettere uno sterrato in una corsa non è necessario, è solo pericoloso» sbotta la fuoriclasse Annemiek Van Vleuten, 2 vittorie al Giro. Quello 2021 avrà un montepremi doppio rispetto al 2020, ma non vi aspettate cifre stellari: nell’ultima edizione, la maglia rosa Anna van der Breggen ha avuto 5.000 euro e l’italiana Elisa Longo Borghini ne ha ricevuti 1.000 per il terzo posto finale. Chi vince il Giro maschile se ne porta via 115.668 e con gli sponsor supera 1 milione: un altro mondo.

Giada Borgato, quando è diventata campionessa italiana nel 2012, ha vinto 100 euro

Andò meglio a Giuditta Longari, campionessa italiana nel 1964 che ebbe come premio una camera da letto: forse volevano suggerirle di mettere su famiglia. Non è dunque così strano che molte atlete abbiano un piano B. La svizzera Elise Chabbey e la francese Chloé Charpentier durante la pandemia sono tornate al loro lavoro di infermiere. In Italia molte possono dedicarsi completamente all’attività sportiva soltanto grazie ai gruppi militari che le arruolano assicurando loro uno stipendio. Giada racconta che «tutti gli anni, a fine stagione, ero piena di dubbi sul futuro». Finché ha scelto di smettere.

«Le cicliste non ambiscono alla parità di salari, non guadagneranno mai come Nibali. Però vorrebbero pari rispetto: io sognavo bus come quelli dei maschi, un massaggiatore, bici al top, tutto quello che serve per svolgere il tuo lavoro in serenità. Invece facevamo migliaia di chilometri in furgone tra una corsa e l’altra, mai una volta in aereo: in furgone ti cambiavi anche, e poi andavi. Ovviamente all’alba, con un freddo boia, per arrivare prima che partissero i maschi. Per non disturbare». Da allora tutte le più forti squadre del mondo si sono attrezzate per creare una sezione femminile, i minimi salariali sono in linea con quelli maschili e spesso c’è anche una garanzia per la maternità. Anche al Giro Donne ora ci sono i bus griffati, ma a essere cambiata è soprattutto la visibilità. «Prima le cicliste erano sconosciute, tranne che ad amici e parenti. Negli ultimi anni sono state brave ad autopromuoversi sui social, soprattutto su Instagram, e sono arrivate le tv, gli sponsor, gli ascolti. Non siamo più invisibili».

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