«Trovatele e fatele vergognare». Nel 2023, un video su TikTok con questo “invito” fece il giro del mondo e trasformò tre anonime ragazze italiane nel bersaglio di un linciaggio internazionale: accusate di razzismo, le tre furono identificate, i loro nomi pubblicati, vennero coinvolte persino le università. Di casi analoghi sui social media se ne verificano ogni giorno, con finali purtroppo anche tragici. Ma perché migliaia e talvolta milioni di persone attaccano qualcuno che neanche conoscono, sulla base di un frame di pochi secondi? È la domanda che mi sono fatta scrivendo Dentro la gogna (libro appena pubblicato per Mimesis editore), che racconta come nasce un linciaggio digitale, cosa lascia nella vita di chi lo subisce, perché tanti vi partecipano e quali strumenti abbiamo per difenderci.

I casi possono essere diversi tra di loro, ma il copione è quasi sempre lo stesso: una parola di troppo, un commento giudicato di cattivo gusto, un gesto ripreso fuori dal suo contesto originario e che appare più grave di ciò che era. Basta poco per scatenare addosso a qualcuno la cosiddetta shitstorm (letteralmente “tempesta di cacca”), ossia l’indignazione collettiva della rete. La persona viene esposta al giudizio di una platea potenzialmente infinita, che non sa niente di lei ma si sente autorizzata ad attaccarla e condannarla senz’appello, a colpi di commenti feroci, screenshot e meme. Rovinandole la vita, a volte per sempre.

La critica è molto diversa dalla gogna

Criticare, ovviamente, non significa automaticamente mettere alla gogna: se un politico mente o un personaggio noto si comporta male, contestarlo può essere legittimo. Prima di discutere di qualcuno, però, dovremmo sempre domandarci se e perché la sua vicenda ci riguarda: «Il punto di partenza è uno solo: deve esistere un interesse pubblico a parlarne» mi ha spiegato l’avvocato Guido Scorza, esperto di diritto delle tecnologie. Se questo manca, non è lecito esporre una persona al giudizio degli altri. Poi, certo, contano il contesto e i toni. In una gogna digitale, ancora più che nelle antiche piazze medievali, è la proporzione che manca, perché si vuole che una persona “paghi” il suo presunto errore in ogni ambito della vita: si cerca dove abita, si scrive all’azienda perché venga licenziata, si coinvolgono i familiari. E l’episodio si trasforma così in uno stigma.

Alimentare l’odio online è facile

Ma se è vero che siamo tutti potenziali vittime – perché gli errori, tanto più quelli sciocchi, capitano a chiunque – è altrettanto vero che siamo tutti potenziali carnefici. La cosa scomoda, però, è che raramente chi alimenta una gogna si considera un aggressore, spesso pensa: “Sto solo dicendo la mia”. «Negli spazi digitali non abbiamo semplici audience o comunità, ma vere e proprie folle» ha osservato Manolo Farci, sociologo dei media digitali all’Università di Urbino. E, come nei luoghi fisici, anche online le folle si accendono ed esplodono attorno a emozioni forti e condivise. Anzi, di più, perché sulle piattaforme intervengono gli algoritmi, il cui obiettivo è tenerci attaccati allo schermo il più a lungo possibile, spingendoci a commentare e condividere.

E (ri)proponendo quel contenuto a sempre più persone, che a loro volta interagiscono, in un circolo che si autoalimenta. Non è cospirazione, è un meccanismo, e lo racconta anche The Social – Il prezzo della verità, il film di Aaron Sorkin ora al cinema. Online è tutto più “facile”: non vediamo chi c’è dall’altra parte del monitor, né lui o lei vede noi (è il famoso processo di “deindividuazione” online). A peggiorare le cose c’è poi ciò che Farci definisce ricatto morale: se la causa iniziale è giusta – come in un’accusa di razzismo o di falsità – chi partecipa alla gogna si sentirà moralmente superiore, e accuserà chi non partecipa di complicità.

Tutti rischiamo di diventare vittime

Può succedere a chiunque dicevamo e, quando succede, «il corpo risponde come di fronte a una minaccia concreta» ha rilevato lo psicologo dell’esperienza digitale Luca Bernardelli. Possono comparire ansia, insonnia, pensieri intrusivi, difficoltà a incontrare gli altri. E spegnere il telefono serve a poco, perché nel frattempo quella storia è arrivata a scuola, in ufficio, nella chat dei genitori. Verrebbe spontaneo rispondere a tutti o cancellare il profilo e sparire, «ma entrambe le reazioni sono sbagliate» mette in guardia l’esperto di reputazione digitale Matteo Flora. Prima di pronunciarsi, bisognerebbe infatti capire a chi rivolgersi, perché «non si può convincere chi si è già schierato contro di noi, bisogna invece parlare a chi non ha ancora scelto da che parte stare».

Quando ricorrere alla legge

Nel frattempo, è opportuno tenere traccia di ciò che accade online, segnalando i contenuti più lesivi alla piattaforma su cui si ricevono gli attacchi. È sempre controproducente, invece, cancellare i propri contenuti sperando di far sparire l’accusa, perché potrebbero già circolare copie e screenshot. Messaggi violenti, persecuzioni, diffamazione o diffusione di immagini intime possono essere reati, e contattare un legale è utile; se c’è un pericolo concreto – come minacce, ricatti, pubblicazione dell’indirizzo di casa o di lavoro – è meglio rivolgersi subito alle forze dell’ordine. Per le violazioni nel trattamento dei dati personali si può presentare reclamo al Garante per la protezione dei dati personali (garanteprivacy.it): è gratuito e non serve un avvocato.

Cosa fare quando il linciaggio digitale si placa

E quando l’ondata si placa? In certe circostanze si può chiedere la deindicizzazione delle ricerche associate al proprio nome, compilando il modulo che Google, come gli altri motori di ricerca, mette a disposizione nel proprio Centro assistenza (support.google.com). Se la richiesta viene respinta, ci si può rivolgere al Garante o a un giudice. Attenzione, però: la pagina originaria, per esempio un articolo di giornale che parla di noi, non sparisce, ma non compare più cercando il nostro nome. Con l’AI la tutela si complica: «Un chatbot può rielaborare informazioni apprese durante l’addestramento e persino attribuirci fatti mai avvenuti», osserva Flora. Anche eliminando la fonte, insomma, l’episodio può continuare a riaffiorare nelle risposte dei vari chatbot, magari distorto o inventato di sana pianta.

Nel linciaggio online manca la proporzione: si vuole far pagare a quella persona in ogni ambito della vita il suo presunto “errore”

Promuoviamo la de-escalation

Prima che arrivino nuove leggi, possiamo arrivare noi. Senza schierarci a prescindere in difesa dell’accusato (col rischio di allargare la rissa e finire nel mirino anche noi), ma cercando di abbassare i toni, evitando di premiare il commento più aggressivo; correggendo una falsità, anche se riguarda qualcuno che ci sta antipatico o riportando il discorso dalla persona al fatto («Si può criticare quello che ha detto senza insultarla?»). E possiamo scrivere in privato a chi è nel mirino, anche solo due righe per dirgli che non è solo.

Nel libro parlo di «ecologia della de-escalation»: imparare a intervenire per abbassare la tensione, anche quando tutto intorno ci spinge ad alzarla, ricordandoci che chi oggi chiudiamo dentro un episodio «su Internet» domani tornerà al lavoro, incontrerà gli amici, accompagnerà i figli a scuola. E, soprattutto, domani quella persona potremmo essere noi.

«Mai mi sarei aspettata un inferno per un post»

«Tutto è cominciato con un commento sotto al post di un noto giornalista, in cui gli facevo notare una questione di deontologia professionale» racconta Cristina, 47 anni. «Lì per lì ho ricevuto solo qualche risposta aggressiva, poi ho chiuso il telefono. Quando l’ho riaperto, avevo oltre 700 notifiche. Lui aveva fatto uno screenshot del mio profilo e lo aveva pubblicato per rispondermi. I suoi seguaci avevano cominciato ad attaccarmi, anche in privato, con insulti e minacce di morte. Non credo che lui volesse colpirmi deliberatamente, ma aveva certamente sottostimato le conseguenze. Intanto la discussione si alimentava da sola, soprattutto di notte. Ho salvato alcuni screenshot per precauzione, provando a reagire con ironia. Mi ripetevo: “Chi sono queste persone? Io non le conosco e loro non conoscono me”, comportandomi come se la cosa non mi riguardasse. Per fortuna è passata quasi subito e io me la sono cavata, ma so che non è per tutti così».

«Mi hanno attaccato sui social e nel privato»

«Avevo appena finito l’università e stavo per iniziare a lavorare come assistente quando un ex compagno di corso ha cominciato ad attaccarmi sui social» rivela Luigi, 30 anni. «All’inizio pensavo “È arrabbiato perché mi sono laureato prima di lui, gli passerà”. Invece i post sono diventati quasi quotidiani: accuse infondate, foto private, attacchi anche alla mia famiglia. Mi feriva soprattutto vedere persone che conoscevo dargli ragione e incoraggiarlo. Ho cercato qualcuno che lo convincesse a smettere, poi mi sono rivolto a un avvocato. Con alcuni amici raccoglievo screenshot, fotografie e segnalavamo tutto a Facebook, ma senza ottenere risposte. Non mi ero mai sentito così umiliato prima, anche perché sono sempre stato molto geloso della mia vita privata. Dopo qualche mese per fortuna è finita, ma qualcosa è rimasto: lui aveva scritto anche a colleghi, studenti e docenti, trovandoli tra i miei contatti su Facebook. Persone che incontravo e che incontro tuttora ogni giorno, senza sapere chi tra loro abbia letto quelle falsità. Ho tolto da Facebook la lista dei contatti. Prima non ci avrei mai pensato».

Dentro la gogna. La verità dietro al linciaggio digitale sui social (Mimesis) è il nuovo libro della giornalista Raffaella Serini.