Roma è allagata da una pioggia che da un mese non dà tregua. Beatrice Arnera annusa l’aria umida dal terrazzo di casa col disincanto di chi ha imparato ad attraversare le intemperie a capo scoperto: «Almeno mi annaffia il basilico». Più che rassegnazione, è il pragmatismo di una giovane donna che ha smesso di chiedere il permesso di stare al mondo. E che vive oggi un momento di straordinaria densità.

Da una parte, il consolidamento di un percorso artistico iniziato molto presto – tra musica, teatro e set – che l’ha appena portata al successo della tournée di un nuovo spettacolo di stand-up comedy, alla commedia ora al cinema Cena di classe e al debutto su Paramount+ con Scuola di seduzione di Carlo Verdone, film che esplora l’amore e le sue fragilità attraverso il racconto di un corso che promette di insegnare strategie sentimentali.

Beatrice Arnera in “Scuola di seduzione”, su Paramount+: nel film diretto da Carlo Verdone sei persone sentimentalmente insicure si rivolgono a una love coach.

Dall’altra, il precipizio di una piazza digitale che ha rischiato di annichilirla. Un polverone sollevato dall’eco di narrazioni che hanno riacceso i riflettori sulla fine della sua storia con Andrea Pisani, collega e padre della sua bambina, e sul nuovo legame con Raoul Bova. In quel corto circuito tra la versione dell’ex e la violenza dei commenti, l’identità di Beatrice è stata smontata da un tribunale di estranei. Lei ha risposto alla gogna mediatica con parole che sono un manifesto: ha denunciato insulti e minacce, rivendicando la libertà di allontanarsi dalle relazioni che non ci rendono felici e l’idea che anche le neo-madri – a dispetto di una retorica che le sacralizza – siano creature in evoluzione. Rifiutando il ruolo di vittima, la 30enne attrice piemontese ci offre un’analisi spietata della «sciatteria affettiva» del nostro tempo e della decisione irrevocabile di non farsi mai più “piccina” per compiacere gli altri.

Beatrice Arnera è più forte degli insulti degli haters
Body, camicia di jersey e giacca Missoni. Sandali Santoni. Orecchini Unoaerre. Foto Roberta Krasnig

Lavorare con Carlo Verdone è una bella consacrazione.

«Le dico la verità: non potevo credere che avesse scelto me. Non la finivo di chiedere: “Ma c’è scritto davvero il mio nome lì? ”. La mia sindrome dell’impostore ha fatto proprio il botto».

Com’è andato l’incontro?

«Ho cercato di dissimulare l’emozione: parliamo di un gigante, un uomo di una generosità d’animo rara. Il primo giorno di set ero tesissima. Gli ho confessato: “Non voglio deluderla”. Mi ha messo una manona in faccia, come un padre, e mi ha detto: “Stai tranquilla, sei brava, lo facciamo insieme”».

Scuola di seduzione indaga le fragilità amorose attraverso la commedia. Cosa emerge da quello specchio?

«Siamo tutti diversi, ma abbiamo paura delle stesse cose. Siamo goffi e fallibili allo stesso modo. Pronti a puntare il dito, in realtà prigionieri di un bisogno d’amore che fatichiamo a comunicare».

Beatrice Arnera è più forte degli insulti degli haters
Tuta di Areonautica Militare. Foto Roberta Krasnig

In un’epoca che ci vuole performanti anche nei sentimenti, quanto conta un’educazione affettiva che ci alleni a sostenere l’ottovolante del cuore?

«Ci insegnano tutto, tranne come gestire quello. L’amore non è un algoritmo, non è ingegneria. Eppure è faticoso scardinare la favola che ci è stata somministrata per anni: l’idea che debba esistere un binario identico per tutti, su cui far correre seduzione, innamoramento, matrimonio e famiglia. Siamo intrappolati in canoni che spacciamo per destino. E il risultato è feroce: chiunque decida di non seguire quel binario viene bollato come strano, sospetto».

Manca un’educazione sentimentale all’idea che la fine di un amore non è una sconfitta, ma solo un pezzo di strada che si conclude?

«Oggi nessuno ci allena al rifiuto o al dolore. Se insegnassimo ai giovani che un amore che finisce non annulla il tuo valore, impareremmo a ricominciare senza sentirci “rotte” o sbagliate».

Chi le ha insegnato ad amare?

«Mia madre, che è la persona più libera che conosca. Una donna che ha sempre scelto la felicità e, di conseguenza, l’ha regalata a noi figlie: ha sofferto, attraversato momenti difficili, ma ha fatto tutto ciò che era in suo potere per tenersi la vita in pugno. Sull’altro fronte, ho avuto un padre molto analitico, introspettivo. Insomma, una grande scuola».

Il suo personaggio, Adele, vive in trincea. In cosa vi somigliate?

«Adele ha costruito muri altissimi per proteggersi perché, abbandonata dal padre, è cresciuta con l’idea che gli uomini le si avvicinino solo per ferirla. Io, invece, non sono mai riuscita a “vendermi” più composta o ordinata di quella che sono. Ne pago le conseguenze, ma la sera tiro su il lenzuolino e sto bene con me stessa. Sono l’unico essere umano con cui dovrò convivere fino alla fine dei miei giorni: mi conviene starmi simpatica».

Beatrice Arnera è più forte degli insulti degli haters
Giacca over, gilet lungo e pantaloni Erika Cavallini. Sandali Mario Valentino. Bracciali e orecchini Unoaerre. Foto Roberta Krasnig

Mentre sul set celebrava la libertà di esplorare scelte e desideri, fuori quella stessa libertà le veniva ferocemente contestata.

«I social sono un luogo fertile per l’odio. Ho ricevuto insulti, minacce, mi scrivevano che non ero una buona madre o mi invitavano al suicidio. Ma la delusione vera è stata vedere come sono stati usati i video che io e Andrea pubblicavamo sui social per lavoro, a tutti gli effetti contenuti professionali, progetti pubblicitari concordati. Posso capire la delusione, ma vedere quella dimensione lavorativa e creativa usata contro di me, come se fosse la prova di una felicità scippata, è stato straniante».

La sua ironia è sopravvissuta all’assedio?

«Anche quella l’ho imparata da mia madre: mi ricorda sempre che tutti ci alziamo spettinati e con l’alito cattivo. Sul palco, nel pieno della shitstorm, avevo il terrore che qualcuno dal pubblico si alzasse per insultarmi, ero pronta a rispondere. A Milano è successo davvero…».

Cosa?

«Ho dato un volto all’odio: aveva l’aspetto innocuo di una signora con il carré e gli occhiali. A fine spettacolo mi si è avvicinata per chiedermi scusa: era tra coloro che mi avevano insultata pesantemente online, vedendomi a teatro aveva cambiato idea. Incontrarla mi ha dato modo di ridimensionare quella bolla disumana».

L’accanimento che ha subito ha una radice patriarcale?

«Certo. Per secoli alle donne è stato chiesto di sacrificarsi per l’idea di famiglia, anche se si trattava di famiglie infelici. Mia nonna nel 1960 non si separò perché al mercato, dove lavorava, le avrebbero dato della poco di buono. Oggi il meccanismo è lo stesso: non è più il mercato del paese, sono i social. Non è che una mattina ti svegli e dici: piove, mi separo. È una decisione ponderata, un travaglio lungo che non ha senso mettere in piazza solo per dare alle persone la cronistoria dei propri sentimenti».

Beatrice Arnera
Camicia over Seafarer. Pantaloni Les Copains in OVS. Collana Unoaerre. Foto Roberta Krasnig

Questa rivendicazione di spazio è il cuore del suo show teatrale Intanto ti calmi.

«È anche la frase che mi sono sentita ripetere più spesso: “Fatti più piccina, non occupare spazio”. Ho deciso che preferisco essere spettinata o fuori luogo, ma libera. Salire sul palco da sola, con un testo scritto da me, nel pieno della bufera, è stato un grande gol. Ho dimostrato a me stessa che ce la posso fare. Che non sono sola, se sto dalla mia parte».

Oggi di cosa va più fiera?

«Del fatto che mia figlia (nata nel 2024, ndr) stia bene. Io sono stata male, molto male: vederla serena significa che ho fatto un buon lavoro. Sono fiera di essermela smazzata e di essere fuori dal tunnel. Tutto questo l’ho fatto anche per lei, perché possa essere libera di scegliere quando sarà una giovane donna».

Cosa direbbe alla Beatrice ragazzina, che si destreggiava tra mille futuri possibili?

«Io sono ancora quella là, che vive i complimenti con un senso di oppressione. Mi sento spesso un bluff, ma sono comunque grata. Se un giorno tutto finisse, saprei ancora immaginarmi un’altra vita, magari in un agriturismo dove si fa pet therapy o si insegna la lingua dei segni. La libertà è sapere che hai tante altre vite possibili».

Foto di Roberta Krasnig. Styling di Cristina Nava. Ha collaborato Chiara Sarelini. Hair & make up di Emanuela Di Giammarco using Sisley Paris.