Dall’esplosione di una violenza minorile sempre più indecifrabile alla progressiva assuefazione alla guerra globale, dal respiro affannoso di un Pianeta che brucia sotto i colpi del climate change fino alla trappola dei social media, il cui algoritmo esaspera il conflitto trasformando l’altro in bersaglio: l’umanità sembra attraversata da un riverbero cupo, un’eco che sembra scaturire da un’unica ferita profonda. Una «anestesia dei sentimenti» – così la definisce Paolo Crepet in Riprendersi l’anima (HarperCollins) l’ultimo libro, il più intimo e personale dello psichiatra e sociologo – che rende sempre più faticoso il semplice atto di restare umani.
Come ritrovare una connessione?
Insieme alla sua, altre voci, diverse per formazione e sensibilità, convergono in un’unica, urgente domanda: cosa definisce oggi la nostra matrice umana, come ritrovare una connessione? Come Crepet, Andrea Pezzi, imprenditore che ha saputo convertire una popolare carriera televisiva nel lucido impegno di indagine sul rapporto tra coscienza e innovazione, ci offre, col saggio La nostra Odissea. Ritorno all’umano (Il Saggiatore), una mappa profetica del nostro smarrimento. Un cammino di iniziazione, i cui capitoli ripercorrono le tappe del nostos, il viaggio di ritorno di Ulisse, ciascuna emblematica di un’insidia del presente. Il cuore della profezia si consuma nel palazzo dei Feaci, quando Ulisse, ascoltando il canto del bardo che narra le sue stesse gesta, scoppia in un pianto irrefrenabile.
Spogliarsi dalle finzioni digitali e ritrovare il proprio “io”
Per Pezzi quelle lacrime sono l’atto umano per eccellenza: «Ulisse piange perché si è dimenticato chi è. Davanti ai Feaci l’eroe compie il gesto più difficile: si toglie la maschera di Nessuno, rinuncia alla furbizia che lo ha protetto ma anche isolato, e dichiara la propria identità. È l’istante in cui l’uomo contemporaneo, perso nei labirinti della tecnologia, ritrova la forza di dire “io”, spogliandosi delle finzioni digitali e della logica della sopraffazione.
Questo pianto liberatorio segna l’inizio del vero nostos: non è più solo il desiderio di tornare a Itaca, ma la volontà radicale di tornare a se stessi, accettando la propria fragilità come l’unico terreno su cui può rifiorire l’umano». La via d’uscita, la vera Itaca, non risiede dunque nel calcolo, nelle malizie, nella sopraffazione, ma nel gesto di Atena che, nel finale del mito, impone parità e amore. È qui che si condensa l’identità umana che resiste al tempo: la riscoperta che «l’unica vera superiorità è quella di chi sa amare di più». Per Pezzi, l’umano si salva tornando ad accettare il dolore insito in ogni legame.

Intelligenza artificiale e responsabilità umana
Dalla cornice del mito lo sguardo scivola verso la realtà quotidiana descritta da Gigio Rancilio in Vite digitali. Storie, domande e strumenti per restare umani (Vita e Pensiero), libro che prende il titolo dalla rubrica che da 8 anni il giornalista firma su Avvenire. Se Ulisse navigava per mari ignoti, «noi surfiamo in una condizione onlife», spiega, in cui analogico e digitale sono indistinguibili. «Tutto ciò che facciamo nel mondo digitale ha conseguenze nel reale, non c’è più distinzione». Rancilio avverte: stiamo vivendo nell’occhio di una vera rivoluzione, rappresentata dall’arrivo dell’Intelligenza artificiale generativa, che paradossalmente riporta la responsabilità all’umano. «Le macchine sono prodotte dagli uomini, non creano il vuoto, lo rendono solo visibile».
L’etica della prossimità digitale
In un ecosistema in cui «il digitale impone una continua richiesta di attenzione e la moneta è il nostro tempo», la sfida è educativa. «Bisogna offrire un’alternativa di senso allo schermo, sapendo che controllare non è educare, mai». Più la tecnologia accelera, spiega, «più le discipline umanistiche si rivelano l’unico antidoto per mantenere vivo il pensiero critico. Restare umani, in questo contesto, significa prendersi la responsabilità delle proprie scelte quotidiane. Nel suo racconto emerge un’etica della “prossimità digitale”: l’idea che non si debba passare oltre, scrollando davanti al dolore o alla complessità, ma farsi prossimi, come il Buon Samaritano. E addita esempi reali, come quello di Ravi Yekkanti, figura quasi mitologica nel panorama della sicurezza digitale, l’agente che nel Metaverso lavora nell’ombra per proteggere i minori: un occhio umano che resta insostituibile laddove gli algoritmi falliscono.

Restare umani è un atto di resistenza emotiva
Il bisogno di presenza autentica ci riporta alla dimensione più intima di Paolo Crepet. In Riprendersi l’anima lo psichiatra abbandona la veste del saggista per indossare quella del viandante dell’interiorità. Il libro non è un manuale, ma un percorso fatto di incontri, ricordi e folgorazioni: una mappa dell’anima costruita «per sottrazione», fino a ritrovare il battito dell’umano. «Vedo un mondo accomodato, che non reagisce… Siamo come la nostra Nazionale di calcio in questo momento, che ha smesso di correre» ironizza Crepet con la sua consueta franchezza. Il rischio che intravede non è il conflitto, ma l’anestesia globale: una pacificazione che nasce dalla rinuncia alle proprie opinioni e dall’assuefazione all’orrore. Per Crepet restare umani significa dunque compiere un atto di resistenza emotiva, recuperando l’entusiasmo, quella «bellezza eterea che le macchine non potranno mai emulare.
Chi sono i nuovi miserabili
L’Intelligenza artificiale può fare tutto, può persino scrivere un libro meglio di me, ma non sa entusiasmarsi» sottolinea con forza. È qui, nella capacità di farsi travolgere da una passione indomabile, che risiede l’unico territorio che l’algoritmo non può colonizzare. Il libro è anche una sferzata contro i «nuovi miserabili»: persone che «non sono povere di soldi, ma di idee, sogni, visioni». Per sfuggire a quella miseria spirituale, Crepet invita a rompere la comfort zone educativa che nega ai giovani la «gioiosa fatica di crescere, privandoli dello sforzo che trasforma un desiderio in destino». Anche qui la via del riscatto passa attraverso la consolazione, intesa come la capacità di essere «prossimi a chi non conosci».
La ribellione gentile
Crepet ricorda con commozione l’episodio di una signora a Napoli che, senza riconoscerlo, ma vedendolo provato dalla stanchezza, gli offre un caffè e una parola di conforto: «Se non avesse visto la mia anima, forse non mi avrebbe avvicinato e raccontato la sua storia». È questo atto di riconoscimento reciproco che rompe l’isolamento e ci restituisce l’uno all’altro. «La resistenza umana non è scontata» avverte Crepet invitandoci a una «ribellione gentile: una rivoluzione in cui, invece di tagliare teste, accarezziamo i visi degli altri».

La conquista quotidiana per restare umani
La risposta che alla fine tiene insieme la visione filosofica di Pezzi, la responsabilità digitale di Rancilio e l’ardore psichico di Crepet è la consapevolezza che l’umano non è un dato garantito per nascita, ma una conquista quotidiana che richiede coraggio. Scegliere la profondità contro la superficie, la relazione contro la connessione, la cura contro l’indifferenza è l’unico modo per non smarrire la strada verso casa. Restare umani è, oggi, l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere. La scelta che ci porta ad alzare lo sguardo e riconoscerci, finalmente, simili.