Cancro e fertilità: come proteggere gli ovuli

08 11 2019 di Ernesto Brambilla
Credits: Anna Bussolotto

Di oncofertilità si parla poco, di conservazione degli ovuli in caso di diagnosi di cancro, ancora meno. Eppure sono tante le donne colpite da tumore in età fertile. Una mostra ci aiuta ad affrontare questo tema così delicato

Di oncofertilità si parla poco, di conservazione degli ovuli in caso di diagnosi di cancro, ancora meno. Eppure dovrebbe essere un tema su cui insistere per le pazienti che affrontano il tumore in età fertile. Sono circa 5 mila l'anno le donne sotto i 40 anni con diagnosi oncologica in Italia. Il triste podio dei tumori femminili vede primeggiare, in quella fascia di età, cancro alla mammella, alla tiroide e melanoma. Nella fascia d'età 15-25 anni, i più frequenti sono invece i tumori della sfera ematologica, ossia quelli che colpiscono le cellule del midollo osseo, il sistema linfatico e il sistema immunitario. 

La mostra "Adolescenza impavida"

Hanno affrontato proprio questi tipi di malattie le ragazze ritratte negli scatti presentati nella rassegna "Adolescenza impavida", una mostra fotografica che sarà a Milano presso il Salone della Direzione Impact di Intesa Sanpaolo di Largo B. Belotti (angolo Via Clerici) fino al 22 novembre. È dedicata alle pazienti adolescenti del Reparto di Oncoematologia Pediatrica di Padova, ed è opera della fotografa ritrattista Anna Bussolotto su iniziativa della Onlus Associazione Team for children. Le giovani pazienti sono ritratte come principesse-guerriere, con la precisa volontà di mostrarne la bellezza e, insieme, di non nascondere le cicatrici che la lotta contro la malattia ha lasciato sui loro corpi.

Guarda gli scatti della fotografa ritrattista Anna Bussolotto presentati nella rassegna:

Credits: Anna Bussolotto
Credits: Anna Bussolotto
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Credits: Anna Bussolotto
Credits: Anna Bussolotto
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Foto

Fertilità e impatto delle cure oncologiche

Sirene, amazzoni, regine e piratesse, che ora devono guardare con fiducia al loro futuro, oltre la malattia. In quel futuro c'è anche il tema della fertilità. Anche se a questa età è difficile pensare a un progetto genitoriale, che può essere visto come lontanissimo nel tempo, la questione dovrebbe avere un posto in prima fila nel complesso delle cure per la giovane paziente. Perché curare, appunto, un tumore può compromettere la possibilità di avere un figlio, un domani. Spiega il dottor Fedro Peccatori, direttore dell'Unità fertilità e procreazione dello Ieo (Istituto europeo di oncologia): «La fertilità è molto diversa a 15, 20, 30 o 40 anni. Una giovane sotto i 20 anni è nel momento di massima, mentre a 40 il declino è già iniziato. E l'impatto delle cure oncologiche è diverso di conseguenza». 

Gli effetti collaterali della chemioterapia

Cominciamo dal capire i potenziali danni: «Alcuni farmaci usati in chemioterapia risultano molto tossici sull'ovaio e quindi possono indurre una sterilità permanente dopo la loro somministrazione. Sono le chemio che contengono una classe di farmaci denominata alchilanti, si usano in quasi tutti i tumori ma in particolare nel tumore della mammella e per le patologie ematologiche, in particolare per i linfomi. E anche in preparazione del trapianto di midollo osseo». Siamo proprio nel campo delle cure frequenti per le patologie tumorali tipiche della giovane età. 

La crioconservazione degli ovociti

La crioconservazione degli ovociti è una strada: «Una ragazza può raccogliere i suoi ovuli e farli conservare in azoto liquido, per utilizzarli in seguito in caso di sterilità permanente. Le strutture deputate alla raccolta degli ovuli per la preservazione della fertilità sono quelle accreditate per le tecniche di riproduzione assistita, dunque i centri di fecondazione assistita di secondo livello. Si esegue una stimolazione ovarica, la raccolta degli ovuli tramite  prelievo - di norma con ago sottile e per via transvaginale - e lo stoccaggio in una "banca". Gli ovuli resistono così per tempi lunghi, anche 20-30 anni».

La procedura è tanto più efficace quanto più una paziente è giovane, per via della migliore qualità degli ovuli prelevati. Ma chi deve informare le ragazze su questa possibilità? «Il percorso», spiega il dottor Peccatori, «nasce da un colloquio con l'oncologo ed è previsto nelle linee guida assistenziali. Lui deve fare il primo counseling e, nel parlare dei rischi a breve e lungo termine della chemio, deve sottolineare anche la gonado-tossicità (ossia gli effetti tossici dei farmaci sulle ovaie). È un passaggio fondamentale perché la paziente spesso non pensa alla riproduzione futura, a questa età». 

La crioconservazione è inserita nel percorso oncologico delle pazienti giovani in tutta Italia

Attenzione, perché la cosa importante in questa fase è tramettere consapevolezza. Congelare gli ovuli non è la soluzione universale, dipende tutto dalle specificità del caso. «Esistono altre procedure, come la somministrazione, durante la chemioterapia, di un farmaco che riduce in parte la tossicità della chemio stessa. In altri casi si può raccogliere il tessuto ovarico e congelarlo, ma è una procedura ancora considerata sperimentale e ha una indicazione nelle bambine prepuberi, quando cioè la paziente non è ancora fertile e non è possibile effettuare la stimolazione ovarica. Di questi tempi se ne parla, fortunatamente, sempre di più, da una decina d'anni. Tuttavia la penetrazione delle informazioni non è ancora ottimale e il percorso clinico è ancora difficile per molte pazienti, perché manca una buona rete tra ginecologi e oncologi». In ogni caso, la procedura è inserita nel percorso oncologico delle pazienti giovani in tutte le regioni italiane. «Attenzione ai costi», precisa Peccatori, «ci possono essere differenze territoriali e in qualche caso potrebbe essere a carico della paziente una parte della procedura o i costi di conservazione».

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