Ragazzi bici parco

L’Italia del 26 aprile

L'editoriale della direttrice Annalisa Monfreda

Nel distratto scorrere delle email durante lo scorso weekend, ce n’è una che ha attirato subito la mia attenzione. Mi fanno paura le nonne ai giardinetti, era intitolata. Me l’ha scritta Giuditta, una professoressa di educazione fisica che qualche giorno fa si è vista accerchiare da un’orda di mamme e nonne inferocite per il fatto che i suoi studenti, al termine dell’ora di educazione fisica al parco, durante il controappello, si dondolavano sulle altalene. Il suo racconto mi è suonato tristemente familiare. L’Italia che dal 26 aprile tornerà gradualmente alla vita è incattivita, arrabbiata, sospettosa, stanca, frustrata, sfiduciata. Controprova virtuale di questo stato d’animo è la “tempesta di escrementi”, in gergo shit storm, che ha travolto Alessandro Gassmann dopo il suo tweet sul denunciare o meno il vicino che ospitava una festa di adolescenti. «Delatore, spione» gli hanno detto i più. Come se la maggior parte di noi non si sia posto la stessa domanda decine di volte negli ultimi mesi.

Questo stato d’animo nazionale non è la conseguenza di oltre un anno di Covid, ma di pochi mesi di zone rosse e assenza di controlli. Quando tutto è stato affidato alla responsabilità personale. E l’Italia si è divisa tra chi ha continuato a seguire le regole alla lettera (credendoci o meno), chi ha rosicchiato spazi di interpretazione personale (convinto di non mettere in pericolo la propria sicurezza e quella degli altri), chi ha visto nell’impunità l’occasione per archiviare ogni senso di responsabilità, protetto dall’altrui scrupolosa osservanza delle regole. Ciascuno si è comportato in base ai propri valori e al proprio modo di stare al mondo. E probabilmente, alla conta finale, il bilancio è stato positivo, se oggi, nonostante gli assembramenti illegali e indisturbati, stiamo lentamente uscendo dalla fase acuta.

Ma la frustrazione che ne è derivata, la sfiducia nel prossimo, l’annacquamento del senso di comunità non sono buoni sentimenti su cui costruire la ripartenza. Ci hanno messi gli uni contro gli altri. E lo ha fatto la politica, che in termini di restrizioni ha deciso di chiedere 100 per ottenere 50. Ma non siamo al suk della salute pubblica. Le cose sembrano proseguire allo stesso modo, visto che l’annuncio della riapertura è stato affiancato dalla chiosa: «Molto dipenderà dal modo in cui gli italiani si comporteranno nelle prime settimane delle riaperture»; «il governo si assume il rischio, a patto che i cittadini ne siano consapevoli». Mi ricorda quelle volte in cui, a scuola, la classe veniva minacciata di pagare per il comportamento del singolo. Forse si sperava che il gruppo avrebbe convinto il singolo a comportarsi bene, o più probabilmente che avrebbe fatto la spia. Non funzionava mai. Quando l’autorità delega alla comunità il compito di far rispettare le regole, ciò che ottiene è solo la divisione. Che servirà a “imperare” meglio, ma non a ricostruire un Paese sulla base della solidarietà.

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