Jill Biden
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Jill Biden: «Chiamatemi Doctor, non Madame»

Un articolo del Wall Street Journal che invita la futura First Lady a rinunciare al titolo di studio prima del nome scatena la polemica: capita solo alle donne?

«Madame First Lady, signora Biden, ragazza: un piccolo consiglio su una cosa che potrà sembrare insignificante ma che invece credo sia una questione non di poco conto. C’è qualche possibilità che lei rinunci al “Dottore” che mette sempre prima del suo nome? “Dr. Jill Biden” sembra quasi una frode, per non dire comico». Così il giornalista del Wall Street Journal Joseph Epstein apostrofa Jill Biden, moglie del presidente eletto Joe Biden e futura First Lady degli Stati Uniti, nel suo contestato articolo intitolato “C’è un dottore alla Casa Bianca? Non se vi serve un medico”. Nel suo editoriale, Epstein sostiene l’inutilità nel sottolineare un’onorificenza, riservata a chiunque abbia conseguito un dottorato ma generalmente associata ai medici, che avrebbe perso negli ultimi anni tutto il suo valore simbolico.

L’articolo ha provocato un gran polverone in America e non solo: i social si sono infatti riempiti di reazioni indignate, che lo definivano paternalistico e sessista, mentre Jill Biden ha così risposto su Twitter: «Insieme, costruiremo un mondo in cui i risultati delle nostre figlie saranno celebrati invece di essere sminuiti». Durante lo scorso weekend, migliaia di donne hanno elencato i loro successi accademici sui loro profili, sostenendo che il tono dell’articolo fosse denigratorio e quanto invece fosse importante sottolineare i meriti professionali delle donne.

«Può chiamarsi medico chi fa nascere un bambino», sostiene Epstein nel suo articolo, una frase che è diventata una delle più contestate: «Ho partorito il mio primo figlio, ho scritto una tesi di dottorato in Letteratura inglese, nel 2008, e ho avuto il mio secondo figlio, un essere umano, nel 2014. Potete chiamarmi Dr. Jones. E la chiamerò dottor Biden», ha commentato sempre su Twitter la direttrice di Vanity Fair Us Radhika Jones.

La battaglia sul linguaggio…

La controversia che ha accompagnato l’articolo di Epstein è solo l’ultima delle polemiche che oggi vediamo nascere sempre più spesso intorno al linguaggio, soprattutto quando si tratta di declinazioni al femminile o, faccenda ancora più complicata, sulla necessità di introdurre locuzioni che non facciano distinzioni di genere, come dimostra il recente caso dell’attore Elliot Page. In Italia parole come “avvocata” o “ministra” o “direttora” creano ancora un senso di spaesamento, perché non vengono percepite come parte del linguaggio comune, mentre in America ci si accapiglia ora sul termine “doctor” e sul suo significato storico.

Come spiega il New York Times, infatti, «Quando le donne iniziarono a diplomarsi alle facoltà di Medicina a metà del 19° secolo, si facevano chiamare “doctor” [al maschile, ndr]. Ma i giornali e i critici davano spesso loro un titolo più sprezzante – “doctoress” – per segnalare che si trattava di donne». “Doctor” è diventato perciò il titolo onorifico universalmente accettato, che da quel momento le donne iniziarono a reclamare per sé. Ecco spiegato perché Jill Biden – professoressa laureata in Letteratura inglese – ci tiene a quel titolo, nonostante non sia un medico, e lo preferisce al “Madame First Lady” che tradizionalmente si riserva alle mogli dei presidenti americani. 

… e le sue contraddizioni

In molti hanno fatto notare come la futura First Lady si concentri sul titolo di studio ma abbia poi il cognome del marito, usanza molto diffusa in America. Perché rivendicare un prefisso e non la scelta più radicale di mantenere il proprio nome e cognome anche dopo il matrimonio? È certamente un’obiezione legittima e dimostra ancora una volta quanto il dibattito sia complesso e pieno di sfaccettature. Ciò non toglie, tuttavia, che quello che oggi si cerca di fare sul linguaggio, ovvero introdurre un vocabolario più ampio che tenga conto dell’evolversi della società, è un’operazione che è sempre avvenuta nella storia e che fa parte dell’evoluzione del linguaggio stesso, che la società la rispecchia e la plasma allo stesso tempo.

I titoli onorifici non significano più nulla, argomenta non senza ragione Epstein nel suo articolo, visto che vengono concessi dalle università anche a celebrity che con la carriera e i meriti accademici hanno poco a che vedere, ma il valore simbolico della parola resta, almeno per le donne che hanno il background di Jill Biden e che fanno parte della sua generazione. È una scelta, criticabile di sicuro ma coerente con quella di non abbandonare la sua carriera di insegnante, e come tale è meritevole di rispetto. Il tempo ci dirà se e in quali altri modi Jill Biden vorrà modernizzare il suo ruolo di First Lady, obiettivo che pare essere in cima alla sua lista.

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