La fecondazione assistita è ancora un tabù

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Perfino una donna di potere come Michelle Obama ha impiegato 20 anni per parlarne. Perché un corpo ostile alla procreazione è considerato inaccettabile, qualcosa da nascondere e di cui vergognarsi

Alla vigilia dell’uscita della sua autobiografia, Becoming, Michelle Obama racconta in un’intervista di essere ricorsa alla fecondazione assistita per concepire le sue figlie. Sono passati vent’anni da allora. Se, come dice Michelle, “la cosa peggiore che facciamo a noi stesse come donne” è “il fatto di non condividere la verità sui nostri corpi e su come funzionano”, perché è ancora necessaria una così lunga elaborazione di questa verità prima di poterla, appunto, condividere? Evidentemente in una società evoluta e laica come quella americana è tuttora più facile confessare un impianto dentale o una protesi valvolare rispetto all’impianto di un embrione ottenuto in vitro. E da noi in Italia? Quali aspetti dell’identità di genere restano illesi in un caso e compromessi nell’altro?

Non tutte le disfunzioni del corpo femminile hanno la stessa valenza

Le disfunzioni estetiche e quelle riproduttive pesano di più, ci vengono perdonate meno facilmente e anche noi donne le viviamo con più sofferenza. Dopo millenni di storia abbiamo ancora difficoltà a raccontare un corpo ostile alla procreazione, è ancora un difetto che mette a rischio il nostro posto nel mondo e sconfina spesso nel senso di colpa o fallimento. Ma paradossalmente anche il correre ai ripari risulta in qualche modo colpevole, tanto più quanto più il rimedio è ritenuto artificiale, protesico. Accettare di curarsi significa riconoscere comunque una minorità, una grave imperfezione femminile. Non è così neutro come fare l’insulina per il diabete. Da una donna si pretende non solo che si riproduca, ma anche che lo faccia nel modo più naturale possibile. Una donna può tingersi i capelli di blu, calzare scarpe con tacco dodici, occupare il lettino del chirurgo plastico, ma se si tratta della maternità tutto deve avvenire spontaneamente, dal concepimento al parto, se possibile “con dolore”. Altrimenti scatta comunque il sospetto di incapacità della stessa nel sostenere il suo ruolo di contenitore biologico. E il problema non è tanto il sospetto che arriva dall’esterno, da un altro, quanto la percezione di sé come femmine difettose. Da lì può nascere la difficoltà a condividere lo stato di salute riproduttiva e le eventuali cure intraprese.

Questo senso di vergogna, di inferiorità spesso porta a nascondersi,

a rimuginare in solitudine intorno a una condizione che finisce con l’apparire propria e singolare, non comune. Molte donne riferiscono come un’esperienza liberatoria l’incontro con altre che soffrono degli stessi disturbi e accedono alle stesse terapie, è un confronto necessario per rinunciare all’idea di essere affette da una particolarità patologica. Naturalmente tutte sanno che esiste l’infertilità e magari conoscono i dati statistici, ma ascoltare la viva voce di un’altra, magari anche un’intervista all’ex first lady americana, può aiutarci di più a superare il pregiudizio implicito che le altre siano perfette e noi no. Forse sarebbe interessante sentire anche il racconto di chi non ha voluto o non ce l’ha fatta a procreare, ed è riuscita a vivere appieno individuandosi come persona di sesso femminile non portatrice di figli. Perché è soprattutto di e con queste donne che non si parla e sembra che debbano comunque giustificarsi di una colpa o una disobbedienza. Hanno disubbidito al comando: moltiplicatevi. Sorprende e avvilisce un po’ il dover ribadire ancora la solita banalità: si può essere donne senza essere madri.

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