Maestre, fuori dalla graduatoria le diplomate

28 02 2019 di Eleonora Lorusso
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La sentenza conferma l’esclusione delle insegnanti non laureate dalle graduatorie a esaurimento. In arrivo un’altra pioggia di ricorsi, mentre i sindacati dicono: “Il concorso non basta a coprire i posti vacanti”

Non c’è speranza per le maestre diplomate della scuola dell’infanzia e della primaria: non potranno essere inserite nelle graduatorie a esaurimento (Gae) per poter accedere a una cattedra fissa. Dopo 14 mesi l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha ribadito, con una sentenze pressoché identica a quella di un anno fa, che le maestre senza laurea dovranno restare fuori dalle Gae. Per 5.600 insegnanti già assunte nel frattempo con riserva, il pronunciamento si traduce in un “licenziamento” dal ruolo. Per tutte coloro che erano state assunte con riserva (e una clausola rescissoria in attesa del pronunciamento del giudice), il posto sarà garantito fino al 30 giugno, poi torneranno al precariato. Per poter ottenere una cattedra fissa dovranno aspettare l’esito del concorso straordinario, lanciato lo scorso autunno dal ministro dell’Istruzione, Bussetti, e in corso di completamento a livello regionale (si concluderà entro il 30 luglio 2019). Ma i sindacati prospettano una nuova raffica di ricorsi, che si aggiungono a quelli già presentati in passato.

Cosa succederà alle maestre diplomate

Sono oltre 40mila le maestre senza laurea (il 98% è donna), coinvolte dal pronunciamento del Consiglio di Stato. Per tutte coloro che hanno ottenuto il diploma magistrale prima dell’anno scolastico 2001/2002 resta confermata l’abilitazione all’insegnamento, ma non l’accesso alle Graduatorie ad esaurimento. “Non ci aspettavamo pronunciamenti molto differenti, perché purtroppo già la prima sentenza aveva indicato la linea. Il problema in realtà è la legge 124 del 1999, che ha creato un vulnus, non ammettendo le diplomate alle graduatorie a esaurimento. Adesso da un punto di vista giudiziario non ci sono margini di manovra, andrebbe modificata la legge. La soluzione, dunque, dovrebbe essere politica: è impensabile che ci siano docenti che lavorano da 5/10/15 o 20 anni a tempo determinato, senza una prospettiva di stabilizzazione, mentre in molte scuole mancano gli insegnanti” spiega a Donna Moderna Marco Sanguinetti, dell’esecutivo Cobas Scuola di Roma. L’unica soluzione per queste insegnanti è il concorso straordinario, indetto nel novembre 2018 dal Ministero dell’Istruzione.

La nuova battaglia legale e il concorso straordinario

Lo scontro a suon di sentenze, però, non finisce qui. Tra pochi giorni la Cassazione dovrà pronunciarsi sulla richiesta di annullamento della prima sentenza del Consiglio di Stato del dicembre 2017. Naturalmente le conseguenze investiranno anche l’ultimo pronunciamento. Nel frattempo, in attesa della decisione dei Supremi giudici, le insegnanti diplomate hanno presentato domanda per il concorso deciso dal MIUR, che non prevede prove scritte, ma un solo colloquio orale e che si sta svolgendo su base regionale.
Le domande ricevute sono state 42.708, da parte di maestre della scuola dell’infanzia e della primaria. In Lombardia si è registrato un vero e proprio boom, con 8.955 richieste. A seguire si trovano Lazio (3.815), Piemonte (3.747), Emilia Romagna (3.706) e Toscana (3.650). Vi partecipano diplomate magistrali che hanno ottenuto il diploma entro il 2001/2002, ma anche insegnanti laureate in Scienze della formazione primaria, anch’esse sul piede di guerra. Al momento sono inserite nelle graduatorie di seconda fascia e protestano perché nel frattempo sono state “superate” dalle colleghe senza laurea.


Il concorso permetterà di formare graduatorie di merito straordinarie su base regionale entro il 30 luglio 2019. Per chi lo vincerà, ci sarà l’immissione in ruolo in una graduatoria speciale, previo periodo di formazione e prova per la conferma dell’assunzione. “Il problema, però, resta la stabilizzazione. Le immissioni a ruolo, anche tramite il concorso, saranno con il contagocce, mentre ci sono migliaia di posti vacanti in tutta Italia e il prossimo anno si prevede un nuovo turn over. Basti pensare che nel Lazio i posti disponibili tramite concorso sono appena 130” spiega ancora Sanguinetti.

Il caos nato nel 2017

Il calvario per le maestre diplomate è nato dopo la sentenza del Consiglio di Stato del dicembre del 2017, con la quale è stato stabilito che “il solo diploma magistrale conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002 non costituisce titolo sufficiente per l’inserimento nelle Gae del personale docente ed educativo”. Il problema è che le Gae rappresentano il principale strumento di reclutamento degli insegnanti per l’inserimento in ruolo (50%, mentre il restante 50% è legato ai concorsi) e per le supplenze fino al 31 agosto o 30 giugno. Il pronunciamento del Consiglio di Stato, dunque, ha rappresentano una bufera per oltre 40mila insegnanti che, dopo aver presentato ricorso, erano state inserite nelle Gae con riserva. Dando loro torto, le maestre si sono trovate fuori dalle graduatorie ad esaurimento, con la sola possibilità di concludere l'anno scolastico in corso e poi rimanere in quelle di seconda e terza fascia.

Per 5.600 di loro, che nel frattempo erano state assunte a tempo indeterminato non resta che seguire la strada del concorso speciale, in corso su base regioanale, per poter accedere a speciali graduatorie "post Gae". “Nel frattempo, però, il loro numero è aumentato a 7.000 perché tra agosto e settembre scorso sono state fatte altre assunzioni, con riserva o cautela” dice il sindacalista.

Le reazioni

Il pronunciamento del Consiglio di Stato è stato accolto con soddisfazione dal ministro dell’Istruzione Bussetti: “La sentenza conferma la bontà e la lungimiranza delle decisioni prese dal Governo e dalla maggioranza con il Decreto Legge Dignità a tutela di questi lavoratori”. Non la pensano così i sindacati: il sindacato Anief annuncia una nuova battaglia, parlando di violazione di un principio cardine del diritto, sulla certezza del giudicato, in riferimento proprio alla situazione delle maestre “licenziate”. Anche i Cobas parlano di paradosso: “Con il decreto Dignità si è stabilito il tetto massimo di due anni per i contratti a tempo determinato nel settore privato, mentre in quello pubblico e statale si hanno dipendenti che sono precari anche da 10 anni o più” dice Sanguinetti.

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