Un frame del video in cui la Biotex, clinica per la maternità surrogata a Kiev, mostra i bunker dov
Un frame del video in cui la Biotex, clinica per la maternità surrogata a Kiev, mostra i bunker dove sono stati messi al sicuro le future mamme e i bambini appena nati, che aspettano i futuri genitori stranieri.

La maternità surrogata in Ucraina prosegue nei bunker

Nell'Ucraina in guerra la gestazione per altri prosegue in bunker a prova di bombe. Da noi c'è una proposta di legge ancora ferma, mentre le coppie migrano all'estero

La guerra a Kiev ha come drammatica conseguenza la fuga dei profughi, tra i quali ci sono moltissime donne con i figli. Ma altre sono rimaste nel proprio Paese e fino all’esplosione delle prime bombe, anche nelle cliniche dove è praticata la gestazione per altri. Si tratta di un fenomeno meno conosciuto, quasi sotterraneo esattamente come i bunker nei quali si trovano migliaia di ragazze. Secondo un'inchiesta del Guardian, sarebbero infatti centinaia le donne che, portando avanti a pagamento una gravidanza per coppie che non possono avere figli, permettono a numerose famiglie straniere di diventare genitori. In Italia non è possibile, perché la maternità surrogata non è legale.

La gestazione per altri nelle cliniche ucraine

Una delle strutture più grandi in Ucraina, specializzata nella gestazione per altri, si trova nella capitale Kiev. È soprannominata il “Bunker per neonati” e fino alla vigilia dello scoppio del conflitto i gestori della Biotexcom, colosso nel settore della maternità surrogata, continuavano a rilanciare uno slogan che oggi appare agghiacciante: «Make Babies, not War».

Come spiegato in un’altra inchiesta del Times, secondo cui l’attività permette di far nascere almeno 2.000 bambini all’anno, il responsabile Konstantin Nekrasenko ha continuato fino all’ultimo a rassicurare le coppie che avevano presentato domanda, spiegando che l’azienda aveva «costruito un rifugio antiatomico di emergenza per proteggere i bambini se dovesse scoppiare una guerra». Guerra che poi è scoppiata, ma che per Nekrasenko non metterebbe in pericolo chi si trova nel rifugio, «dotato di tutto il necessario: cibo, vestiti, maschere antigas, kit di primo soccorso, sacchi a pelo, pannolini, coperte, culle e molto altro». Il Guardian ha realizzato una lunga inchiesta sulla clinica in questione, denunciando abusi sui bambini e sulle mamme: una donna - quella che ha dato il via alle indagini - ha denunciato la clinica per un tumore alla cervice uterina subentrato dopo la gestazione, altre tre hanno sporto denuncia dopo aver subito isterectomie in seguito alla maternità surrogata. E poi c'è una coppia che si è ritrovata un bimbo senza il proprio patrimonio genetico, e altre che hanno rifiutato bambini nati con problemi di salute.

Cosa ne sarà della bambina ucraina nata con la maternità surrogata

VEDI ANCHE

Cosa ne sarà della bambina ucraina nata con la maternità surrogata

In aumento le coppie che ricorrono all’utero in affitto

Se in Ucraina le condizioni non sono certo ottimali, in America il fenomeno è in continua crescita. Secondo la Surrogate Alternative Inc, impresa creata da una donna a sua volta madre surrogata, la richiesta cresce del 20% all’anno, soprattutto da parte di coppie eterosessuali (70%), seguite da quelle omosessuali e da single, tanto che in un anno si calcola che siano portate avanti almeno 2.000 gravidanze per altri. Secondo la stessa Sai tutto l’iter può arrivare a costare anche 120mila euro, se si seguono procedure regolamentate come quelle previste in molti stati Usa, come la California. Un lusso che non tutti si possono permettere e non a caso tra i genitori diventati tali tramite la maternità surrogata ci sono Tiziano Ferro, di recente, ma anche Sarah Jessica Parker, Elton John, Kim Kardashian, Nicole Kidman e Robbie Williams (con la terzogenita, nata dopo due figli naturali). In Italia aveva fatto scalpore il caso dell’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, diventato padre di Tobia con il marito Ed, dopo essersi rivolto a un centro specializzato in California. Ma non mancano anche persone “comuni”, come Andrea Simone, giornalista milanese, sposato con Gianni, diventati padri di Anna grazie alla gestazione per altri portata avanti in California. Oggi vivono nel capoluogo lombardo e della sua storia Andrea racconta nel libro Due uomini e una culla: «Oggi rifaremmo tutto, seguendo lo stesso percorso, quindi negli Stati Uniti o in Canada per avere la garanzia di una piena tutela di ogni soggetto coinvolto e in completa trasparenza». Andrea Simone respinge anche l’idea di un “mercato fiorente”: «È un termine decisamente sbagliato e se c’è un incremento della domanda – soprattutto nei paesi stranieri – è proprio dovuto alla miope opposizione di chi non vuole rendere possibile la gestazione per altri nel nostro Paese, regolamentandola in modo chiaro e trasparente».  

Dove è legale e dove no (come in Italia)

Al momento, infatti, l’Italia resta uno dei Paesi europei nel quali la maternità surrogata è vietata, in particolare da un articolo della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. È ammessa, invece, in Francia, Spagna, Finlandia e Germania. Anche in Asia sono molti gli Stati nei quali è praticata legalmente, pur con differenze nelle singole legislazioni, come in Russia, India, Thailandia e Uganda. Chi non può permettersi gli Usa, si rivolge proprio alle cliniche ucraine o a quelle a Creta. Qui dal 2014 è consentita la maternità surrogata sia agli abitanti del posto che agli stranieri, con costi stabiliti per legge: la madre surrogata non può ricevere più di 10mila euro, mentre i genitori arrivano a spendere tra i 20 o 30mila euro per tutto l’iter. Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi e Grecia, invece, ammettono l’utero in affitto, ma sono vietati gli accordi economici, fatta eccezione che per i rimborsi per le gestanti.

Cosa succede nei paesi dove l’utero in affitto è legale

VEDI ANCHE

Cosa succede nei paesi dove l’utero in affitto è legale

A che punto è la proposta di legge italiana

Proprio l’aspetto economico è al centro di una proposta di legge dell’Associazione Luca Coscioni, che distingue tra la gestazione per altri di tipo commerciale, cioè che prevede un pagamento, e quella altruistica o solidale, a titolo gratuito. «La differenza sta nel fatto che nella prima ipotesi, alla portatrice viene riconosciuto il diritto di ricevere un compenso per la prestazione, diversamente dal secondo caso in cui le potrà essere riconosciuto un mero rimborso che tenga conto delle spese sostenute durante la gravidanza» spiega l’Associazione, con riferimento ad abbigliamento, controlli, medici, ecc. La proposta, nata nel 2016, è stata depositata alla Camera nel 2021, ma non è ancora stata esaminata in Commissione. Prevede, ad esempio, un registro nazionale delle gestanti per altri, depositato presso l’Istituto Superiore di Sanità e con garanzia di anonimato; si ipotizza anche un limite di due gravidanze per altri (tre solo nel caso di una stessa famiglia) per ciascuna donna «e una serie di altre garanzie di trasparenza e di rispetto dei diritti di tutti i soggetti coinvolti. Intanto, però, sono stati presentati altre tre testi di contenuto opposto, cioè mirano a introdurre il reato anche per italiani che vanno all’estero, dove la pratica è normata, che al rientro potrebbero rischiare il carcere fino a 5 anni e 2 milioni di euro» spiega Filomena Gallo, segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni.

Il recente richiamo del Parlamento europeo

Intanto il tema è dibattuto anche a livello europeo, tanto che «il 17 febbraio 2022 il Parlamento Ue ha presentato la relazione annuale in tema di diritti umani e democrazia nel mondo e si è espresso condannando la sola pratica commerciale della gestazione per altri, invitando tutti gli Stati membri a garantire diritti a tutte le persone che accedono a queste tecniche» spiega l'avvocata Gallo. In Italia si ricordano due “casi storici”: nel 2000 il Tribunale di Roma ha autorizzato un medico ad effettuare l’impianto dell’embrione appartenente a due coniugi nell’utero di un’altra donna che, volontariamente e gratuitamente, si era offerta di portare avanti la gravidanza per conto loro. È stato, invece, nel 1993 che è stata realizzata per la prima volta in Italia e per la seconda volta al mondo una gestazione per altri tra madre e figlia. Quest’ultima, infatti, per complicazioni durante un parto per gravidanza, aveva perso l’utero e la madre, poco più che quarantenne, aveva messo a disposizione l’utero portando avanti la gravidanza per la figlia. Poi però è subentrato il divieto, nel codice deontologico dell’Ordine dei medici, che non ha consentito di ripetere questo tipo di pratica, punita con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro. «La scienza ci dà la possibilità di creare una famiglia, anche laddove ci siano problemi come sterilità, infertilità o impossibilità a procreare, come per le coppie omosessuali, ma il legislatore ci ferma» aggiunge Gallo. Permettere il ricorso alla maternità surrogata altruistica, «sarebbe un enorme passo avanti per la nostra società e soprattutto porterebbe un vantaggio a tantissime coppie (soprattutto eterosessuali, che sono la stragrande maggioranza di chi ricorre dalla gestazione per altri), che oggi sono invece costrette ad andare all’estero e poi a combattere in Italia per veder riconosciuti i diritti dei propri figli» conclude Andrea Simone.

Riproduzione riservata