Perché la scuola deve essere più ambiziosa

Siamo tornati a Milano per un cambio di valigie. E per uno switch mentale, dalla modalità lavoro a quella vacanza, difficile come non mai. Nella corrispondenza accumulata in un mese e mezzo di nomadismo, spunta una lettera del sindaco Beppe Sala indirizzata alle nostre figlie. È la risposta a una missiva che loro gli avevano inviato pochi giorni prima che l’emergenza Covid assumesse i contorni di gravità che conosciamo, con una serie di proposte per migliorare la loro scuola.
Di tanto in tanto, nelle lunghe giornate del lockdown, ci ripensavano, esternando la delusione per la mancata risposta del sindaco. Come se in quelle ore lui non avesse altro a cui pensare, commentavamo noi. «Altro che il menu della mensa, guardate che ne è stato della scuola in poche settimane» rincaravamo. E la fiamma si spegneva così come si era accesa.

La risposta del sindaco, giunta in pieno agosto, con tanto di scuse per il ritardo, sembra arrivare da un altro mondo. Risponde sul tema delle ore di motricità (troppo poche, secondo le piccole), della qualità dei cibi (troppo scarsa) e delle infrastrutture (malmesse o inagibili). Parla di cose che ci preoccupavano fino a pochi mesi fa e su cui abbiamo imparato, nostro malgrado, a sorvolare. Chissà cosa daremmo perché, a settembre, quelle scuole malmesse e pericolanti riaprano le porte per accogliere i nostri bimbi. In tempi di emergenza, ci si focalizza sull’essenziale. Io stessa ho elogiato la scuola, perché alla prova dell’essenziale, ossia le persone e la loro capacità di gestire con immaginazione gli imprevisti, si è rivelata straordinaria. Quando l’emergenza finisce, però, quella dell’essenziale diventa una trappola. Forse è il caso di riprendere in mano le lettere dei bambini che invocano ore di sport e cortili agibili. Forse è il momento di ripensare non al fallimento della didattica a distanza, ma a quello della didattica di sempre, che ci porta a essere uno tra i Paesi con più alto abbandono scolastico e più mediocri livelli di apprendimento. Forse è il caso di ripensare gli edifici e le classi, non per garantire il distanziamento sociale, ma per capire come possano accogliere i ragazzi per più ore e riuscire a compiere il piccolo miracolo di lenire le disuguaglianze sociali. Siamo alla vigilia di uno dei più grandi finanziamenti mai messi a disposizione dall’Ue per ridisegnare il mondo che verrà. Proviamo a essere ambiziosi come sarebbero i nostri bambini. 

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