La notizia arrivata da Colonia sembra l’incipit dell’ennesimo film distopico, ma è pura cronaca: una ragazza di sedici anni è stata molestata sessualmente da un robot umanoide. In coda davanti a un fast food, il robot l’ha palpeggiata pesantemente mentre i due presunti proprietari (coetanei della ragazza) ridevano e filmavano col telefonino. Ma non c’è niente da ridere e questo non è uno scherzo.

Molestata da un robot

In attesa che gli investigatori chiariscano ogni dettaglio sulle modalità con cui la macchina si è spinta decisamente oltre i confini del lecito, una cosa appare già chiarissima: speravamo che l’era dei robot e dell’Intelligenza Artificiale ci liberasse finalmente dai vecchi vizi del genere umano, e invece ci ritroviamo con algoritmi e macchine che hanno assorbito a pieni polmoni i peggiori stereotipi patriarcali del mondo reale.

Dal pedinamento a Macao al Far West del Metaverso

Quello di Colonia non è purtroppo un caso isolato. A Macao, un robot umanoide (il modello Unitree G1, impiegato per scopi promozionali da un centro educativo gestito da un uomo di 50 anni) ha iniziato a pedinare per strada una signora di settant’anni ferma a guardare lo smartphone. Quando la donna, terrorizzata, gli ha urlato «Sei pazzo? Mi fai battere il cuore all’impazzata!», l’umanoide ha alzato le braccia in segno di resa, ma è rimasto piantato accanto a lei rifiutandosi di andarsene. È dovuta intervenire la polizia che l’ha afferrato e portato via. Lei è finita in ospedale per lo spavento.

Nel mondo virtuale le cose non vanno molto meglio. Nel Metaverso di Meta, una ragazza di soli 16 anni ha denunciato un’aggressione sessuale subita da parte di altri avatar. E prima di lei, la ricercatrice Nina Jane Patel ha raccontato di essere stata verbalmente aggredita, palpeggiata e violentata virtualmente da un gruppo di avatar a voce maschile appena un minuto dopo il suo ingresso nella piattaforma. La risposta iniziale di Meta? Incolpare la vittima per non aver attivato tempestivamente la funzione di protezione safe zone. Un atteggiamento che incarta la cara vecchia misoginia in una nuova confezione adatta all’era digitale. L’equivalente di dire alle donne che se non vogliono essere molestate dovrebbero restarsene a casa. Soltanto dopo un’ondata di proteste, Meta si è decisa a introdurre di default il Personal Boundary, una bolla invisibile che impone agli avatar una distanza di sicurezza di circa un metro.

Se l’algoritmo è maschio: la radice del problema

Di chi è la colpa se i robot sviluppano comportamenti invadenti, aggressivi o molesti? La risposta sta nei laboratori dove vengono progettati e addestrati, come dimostrano i dati. Secondo il World Economic Forum, soltanto il 22% dei professionisti dell’Intelligenza Artificiale sono donne, e nelle grandi aziende tecnologiche la presenza femminile in ruoli tecnici oscilla appena tra il 15% e il 25%. I modelli di machine learning non nascono neutrali: imparano da enormi masse di dati create dagli esseri umani, metabolizzandone i pregiudizi e le strutture di potere. Quando il settore tech è a schiacciante maggioranza maschile, la tecnologia finisce inevitabilmente per riflettere una visione parziale e stereotipata della realtà.

Questa impronta si nota a tutti i livelli. Prendiamo le assistenti vocali sottomesse. Piattaforme come Siri e Alexa sono nate storicamente con voci femminili servizievoli. Il celebre rapporto 2019 dell’UNESCO I’d blush if I could (arrossirei se potessi) ha evidenziato come tali assistenti fossero programmate per rispondere con docilità e sottomissione anche a insulti o commenti sessisti, rafforzando l’idea che la figura femminile debba essere sempre “accomodante”.

Robot sessuali e cultura dell’oggettificazione

L’industria della robotica sessuale (con prototipi come Roxxxy – la prima bambola androide interattiva – o i modelli RealDoll) propone standard estetici e comportamentali femminili stereotipati, oggettificando i corpi e azzerando la cultura del consenso reciproco. Diversi studiosi evidenziano che, senza una riprogrammazione che permetta alla macchina di rifiutare un rapporto di fronte a condotte prevaricatrici, si rischia di legittimare pretese di possesso sui corpi femminili anche nel mondo reale.

Educare gli algoritmi (e chi li programma)

Prima di preoccuparci della ribellione delle macchine come nei film di fantascienza, sarebbe il caso di mandarle a lezione di rispetto ed educazione affettiva. Per evitare che la tecnologia diventi la cassa di risonanza delle discriminazioni, è urgente abbattere il divario di genere nel settore tech, garantendo che le donne siano parte attiva nella programmazione degli algoritmi di domani — un principio richiamato anche dal Parlamento Europeo per garantire la parità di genere e la responsabilità sociale nelle tecnologie emergenti.