C’è un confine invisibile che troppo spesso, per amore o distrazione, tendiamo a calpestare: è quello del corpo dei bambini. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, torna in libreria con Il mio corpo è la mia casa (Salani Editore), un saggio che è il punto d’arrivo di oltre vent’anni di ricerche: è dall’inizio degli anni Duemila che Pellai lavora nelle scuole con progetti pionieristici come il manuale Le parole non dette e portando persino in tivù, in programmi come L’albero azzurro, il tema dei “segreti pesanti”, attraverso la presenza di Fata Lina, personaggio magico che incoraggiava il pubblico dei più piccoli a rompere il silenzio che spesso circonda le molestie.
I recenti fatti di cronaca, che raccontano di reti di pedofilia stratificate e insospettabili, sono il segnale di un’emergenza che non riguarda solo l’“orco” fuori dal cancello, ma una cultura profonda che fatica a considerare il bambino come un soggetto autonomo. Se come genitori siamo diventati espertissimi in sicurezza fisica e digitale, sembriamo rimasti incredibilmente indietro sulla tutela emotiva e sulla capacità di fornire ai nostri figli le parole per dire di no, precisa Pellai, che nel suo nuovo libro mostra come trasformare la paura in protezione e porre l’attenzione sul consenso infantile. Lo abbiamo intervistato.
I dati parlano: 1 bambino su 15 è vittima di abusi
Dottor Pellai cosa è cambiato oggi?
«Già vent’anni fa con i laboratori nelle scuole cercavamo di dare ai bambini competenze protettive. Ma oggi l’evidenza scientifica è schiacciante: almeno un bambino su 15 è vittima di abuso durante la crescita. Nonostante questi numeri, i genitori sono ancora spaventati nel parlarne, temono di inquinare l’innocenza dei loro figli. Al contrario, fornire parole e strumenti riduce drasticamente il rischio. Oggi non dobbiamo solo insegnare i confini del corpo reale, ma anche i limiti di quello digitale».
Cosa significa per un bambino sentire che il proprio corpo gli appartiene davvero?
«Il corpo è la prima casa che abitiamo. Se è sicura, il bambino percepisce che lì dentro c’è il suo posto nel mondo. Ma se quella casa viene invasa, lui perde il senso di sé. Il problema è che spesso siamo noi adulti i primi a valicare quello spazio, magari per un malinteso sentimento di affetto o per educazione».
Non forziamoli ad abbracciare amici e parenti
Lei definisce “mala cultura” l’abitudine a forzare, per esempio, un figlio ad abbracciare o baciare amici o parenti.
«Questo è un punto centrale. Spesso, anche se loro non vogliono, obblighiamo i piccoli a contatti fisici per non apparire “maleducati” agli occhi di uno zio o di un conoscente. In quel momento stiamo convalidando un messaggio terribile: “Il tuo disagio non conta, devi compiacere l’adulto”. Stiamo disattivando la loro centralina emotiva, la pancia, che è l’unico strumento che hanno per percepire il pericolo. Un bambino allenato all’obbedienza fisica è un bambino più vulnerabile».
Le testimonianze che porta mostrano che la molestia spesso arriva da persone conosciute. Come si spiega a un bambino che il pericolo può venire da chi gli vuole bene?
«È la sfida più difficile. L’abuso non è quasi mai un atto violento improvviso di uno sconosciuto, ma un tradimento della fiducia. Perciò, insegno la distinzione tra “segreti belli”, che portano gioia, e “segreti brutti”, che pesano come sassi nello stomaco. Dobbiamo dire ai bambini: “Se qualcuno ti chiede di mantenere un segreto che ti fa sentire a disagio, quello va rotto subito”. E noi dobbiamo dimostrarci porti sicuri, pronti a credere loro anche quando l’accusato è un insospettabile».
I rischi online
Oggi il confine si è spostato online. Cita dati sconcertanti sull’abbassamento dell’età degli abusanti nel mondo digitale.
«È un segnale che deve farci alzare le antenne. Prima del digitale, gli arrestati per abusi erano quasi tutti uomini tra i 40 e i 60 anni. Oggi la percentuale di giovanissimi, tra i 18 e i 25 anni, è decuplicata. La sovraesposizione precoce alla pornografia digitale sta danneggiando la nostra capacità di restare umani, trasformando la sessualità in un atto di prepotenza e aggressività che poi si ripercuote nella vita reale».
La strategia per aiutarli
Qual è la strategia concreta che ogni genitore dovrebbe mettere nello zaino dei propri figli?
«La regola è semplice: “Dico no, vado via, corro a dirlo”. Dobbiamo allenarli al diritto di dire di no, anche a noi. Se un bambino impara che il suo diniego ha valore in casa, saprà usarlo anche fuori. E poi dobbiamo monitorare la loro vita digitale, non come poliziotti, ma come guide emotive. Dobbiamo preservare quella dimensione di umanità che nel virtuale rischiamo di perdere».
Il campanello d’allarme da ascoltare
Un’ultima riflessione: i fatti di cronaca ci spaventano, ma qual è il vero campanello d’allarme che un genitore deve saper ascoltare?
«Il cambiamento. Quando un bambino si chiude, quando il suo corpo esprime un disagio che non sa nominare, quando la sua “casa” sembra improvvisamente meno accogliente. In quel momento, più che le indagini, serve l’ascolto. Le parole non dette sono quelle che fanno più male; il nostro compito è aiutarli a tirarle fuori».
Le statistiche che il saggio Il mio corpo è la mia casa (Salani) riporta sono allarmanti: il 5% della popolazione adulta (1 su 20) riferisce di aver subito abusi nell’infanzia. Le bambine hanno una probabilità da 3 a 10 volte superiore rispetto ai maschi. Il 25% degli abusi colpisce bambini sotto i 9 anni, con un picco di vulnerabilità tra i 9 e i 12.
L’importanza di rompere il silenzio
Contrariamente ai luoghi comuni, la quasi totalità degli episodi avviene in contesti di prossimità: l’incesto paterno riguarda il 7-8% dei casi, mentre la maggioranza delle molestie è opera di parenti o conoscenti stretti. Nell’era digitale, la quota di abusanti tra i 18 e i 25 anni è decuplicata rispetto al passato. Un dato incoraggiante: i programmi di prevenzione e alfabetizzazione emotiva riducono del 50% il rischio di vittimizzazione, confermando l’importanza di rompere precocemente il silenzio.
