Un «Wow, ma come fa?» seguito subito dopo da un «Oddio, dove finiremo?». Suona più o meno così ogni mia interazione con l’Intelligenza artificiale. È un misto di meraviglia e inquietudine. Secondo il report Ipsos AI Monitor 2026, il mondo è spaccato a metà tra chi si entusiasma per le sue potenzialità e chi ne è spaventato. Spesso sono le stesse persone a provare entrambe le sensazioni. Un dualismo legittimo, dice la filosofa Amanda Askell (per sapere chi è, leggi qui sotto!): «Puoi pensare che l’AI sarà un grande affare e allo stesso tempo essere molto scettico e preoccupato». Viviamo in quello che gli esperti chiamano Say-Do Gap, ovvero il divario tra il dire e il fare: non ci fidiamo del tutto di questi strumenti, eppure li usiamo comunque. Spesso per paura di restare indietro.
Il cuore dell’AI Act è la trasparenza
In questo scenario di incertezza, il 2 agosto è una data spartiacque: diventano direttamente applicabili gli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento europeo detto AI Act. Cosa significa, in parole semplici? Lo abbiamo chiesto a Nicole Monte, avvocata esperta di nuove tecnologie e privacy, socia dello studio legale 42LF e vicepresidente dell’associazione Permesso Negato: «L’AI Act è la prima legge al mondo che mette regole certe all’Intelligenza artificiale prima che i danni si moltiplichino. Non vieta l’AI, ma la classifica in base al rischio che comporta per le persone». L’esperta spiega che il cuore di questa legge, quello che toccherà la vita di ognuno di noi, è la trasparenza. Abbiamo, finalmente, il diritto di sapere se quella con cui stiamo interagendo è una macchina oppure no. E se il contenuto che vediamo è stato creato o modificato dall’AI. «È importante perché riguarda la nostra capacità di fidarci di quello che vediamo, leggiamo e sentiamo online, in un momento in cui distinguere il vero dal falso è sempre più difficile».
Chatbot: l’obbligo di dirci che stiamo parlando con una macchina
Una delle novità più tangibili riguarda i chatbot, come quegli assistenti virtuali che ormai popolano i siti di banche e servizi clienti. Dal 2 agosto, chiarisce Nicole Monte, «chi progetta un sistema pensato per interagire direttamente con le persone è obbligato a farci capire chiaramente che dall’altra parte c’è un’Intelligenza artificiale, non un essere umano. Non basta scriverlo in piccolo nelle condizioni d’uso: l’informazione deve essere percepibile nel momento stesso in cui interagiamo». È una tutela fondamentale per la nostra sicurezza: sapere con “cosa” stiamo parlando cambia radicalmente il nostro modo di porci e la qualità delle informazioni che siamo disposti a condividere.
Deepfake e watermark: come riconoscere i contenuti creati dall’AI
C’è poi il grande tema della realtà manipolata, i cosiddetti “deepfake”. Quante volte ci siamo chiesti se quella foto o quel video diventati virali sui social fossero veri? L’AI Act introduce l’obbligo di watermarking, una sorta di etichetta digitale che dovrà accompagnare ogni contenuto generato dall’AI a partire dal 2 dicembre 2026. È invisibile ai nostri occhi, ma è rilevabile dai sistemi: l’informazione viene infatti nascosta nel codice del file (i cosiddetti metadati), rendendola leggibile solo da appositi software che possono così smascherare l’origine artificiale del contenuto. Come precisa però Nicole Monte, «da sola non basta, può sparire con uno screenshot, per esempio. Resta quindi necessario il nostro spirito critico, soprattutto sui contenuti che ci arrivano isolati dal contesto originale». Molte piattaforme social si erano già mosse inserendo etichette come “AI generated content”, ma ora questa buona prassi diventa una regola uniforme in tutta Europa.
Stop alle app “nudifier”: una tutela in più per le donne
Per le donne la protezione più importante riguarda la lotta alla realizzazione e diffusione di contenuti sessuali non consensuali. Sempre dal 2 dicembre, le app “nudifier” saranno ufficialmente vietate. «Sono applicazioni che permettono di caricare la foto vestita di una persona reale e ottenere un’immagine falsa che la ritrae nuda o in pose sessualmente esplicite» spiega l’avvocata. Un fenomeno tutt’altro che marginale, che colpisce in maggioranza donne e ragazze, spesso vittime di conoscenti o ex partner. «Le aziende che sviluppano sistemi progettati per creare contenuti sessuali non consensuali dovranno rispettare requisiti di sicurezza stringenti, con sanzioni fino a decine di milioni di euro» avverte Monte. E ricorda anche che in Italia chi è vittima della pubblicazione di immagini intime senza consenso può già sporgere denuncia per diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite, reato introdotto nel nostro ordinamento dal settembre 2025.
Il marchio CE e i controlli sui sistemi più rischiosi
Tutto questo basterà a farci sentire più tranquilli? I dati Ipsos dicono che solo il 47% si fida della protezione dei propri dati da parte delle aziende che usano l’Intelligenza artificiale e che noi europei restiamo il pubblico più attento e cauto. Come spiega Nicole Monte, per i sistemi più rischiosi l’AI Act richiede una vera pagella di conformità, verificata da organismi indipendenti che controllano sicurezza e rispetto dei diritti delle persone. Solo chi la supera può apporre il marchio CE. «È un po’ come il bollino che troviamo sui dispositivi medici» dice l’avvocata. «Significa che è stata svolta una verifica sulla sicurezza di quel prodotto». Non basta a chiudere il discorso, lo ammette lei stessa: «Non è la tranquillità assoluta, restano dei nodi aperti. Ma ora abbiamo una cornice di responsabilità che prima non esisteva, un primo passo verso quella fiducia informata che i cittadini europei chiedono da tempo». In effetti il 66% di noi è convinto che l’AI ci stravolgerà la vita nei prossimi anni. Eppure nessuno l’aveva ancora regolata per legge. Da agosto l’Europa è la prima a provarci.
Anthropic e Amanda Askell: insegnare l’etica a Claude
Mentre l’Europa scrive le sue leggi sull’AI, un’azienda nata nel 2021 sfida i giganti della Silicon Valley puntando su una parola insolita per un ufficio di programmatori: etica. È Anthropic, fondata dai fratelli italoamericani Daniela e Dario Amodei, che hanno lasciato OpenAI – il colosso che ha lanciato ChatGpt, oggi il loro principale competitor – per costruire un’Intelligenza artificiale più “attenta”.

Oggi Anthropic vale quasi 965 miliardi di dollari, un successo che porta nel nome un richiamo all’idea che la tecnologia debba restare a misura d’uomo, e non il contrario. Dario, 43 anni, fisico e biofisico, è il Ceo e la mente scientifica, spinto verso la ricerca del progresso anche dalla scomparsa prematura del padre. Daniela, la presidente, rappresenta l’anima umanistica: 39 anni, laureata in Letteratura inglese alla Santa Cruz grazie a una borsa di studio musicale, ha lavorato da Stripe e OpenAI prima di fondare Anthropic col fratello 5 anni fa. Questa sensibilità mista ha reso la loro azienda una “public benefit corporation”, tenuta per statuto a generare un impatto positivo sulla società.
Al centro di questa missione c’è un’altra donna chiave: la filosofa scozzese Amanda Askell, il cui lavoro consiste nell’insegnare l’etica a Claude, il loro chatbot di punta con 18,9 milioni di utenti mensili stimati. Come? Scrivendo una sorta di “costituzione” interna, una lista di valori che il modello consulta prima di rispondere per evitare di essere offensivo, di parte o pericoloso. Per lei, definire il carattere di un’Intelligenza artificiale significa porsi questa domanda: «Come si comporterebbe la persona ideale, una persona perbene, nella situazione in cui si trova Claude?». Un lavoro che paragona al crescere un figlio: non basta impartire regole, bisogna far capire perché certe scelte sono giuste.
Insegnare l’etica a una macchina, però, comporta dei rischi. In primis, quali sono i valori di questo codice morale? Quelli occidentali? Quelli europei? L’avvocata Nicole Monte avverte: «Le basi culturali su cui si fondano i diritti fondamentali non sono uniformi nel mondo». Se in Europa il valore della vita è legato al potenziale futuro, in culture come quella giapponese il rispetto per gli anziani rovescia il rapporto tra età e valore sociale. La “costituzione” di Claude, per quanto ben intenzionata, rifletterà sempre la cultura di chi l’ha scritta. Askell spera che in futuro si dirà di questi anni: «Eravate un po’ al buio, cercavate di capire, ma poi avete risolto tutto e le cose sono andate bene».
Resta un dubbio: un’azienda da quasi 1.000 miliardi di dollari ha tutto l’interesse a presentarsi come la più responsabile del settore e una “costituzione” scritta da un privato è, per sua natura, invertibile. Come nota Monte, «l’autoregolamentazione è preziosa perché arriva prima delle leggi, ma un impegno volontario, per quanto sincero, resta reversibile»: può cambiare domani, se cambiano gli equilibri di mercato o gli azionisti. «Iniziative come questa non possono sostituire l’AI Act: la legge fissa i paletti minimi non negoziabili» conclude l’avvocata. Claude non è buono o cattivo per statuto. È una scommessa. E le scommesse, si sa, a volte si vincono e altre si perdono.