Chiedi a tuo figlio se vuole una mano con i compiti e scopri che “ha già chiesto a ChatGPT”. Provi a scambiare due parole con tua figlia e lei ti dice che preferisce parlare con un chatbot perché “non la giudica”. Tu non sai se preoccuparti, vietare tutto o capire meglio cosa sta succedendo. Se ti riconosci in una di queste situazioni, ora puoi contare su una nuova guida: AI come ansIA. Cosa dobbiamo sapere per insegnare ai più giovani a convivere con l’intelligenza artificiale.
L’ha scritta Sonia Montegiove, giornalista, ingegnera informatica e formatrice, che da anni affianca genitori, insegnanti e ragazzi nell’uso consapevole del digitale. In uscita il 14 aprile edito da Apogeo, il libro usa una bella metafora: l’intelligenza artificiale come un potente farmaco da banco, di cui è indispensabile leggere tutto il bugiardino. Per costruire questo percorso, Montegiove ha raccolto molte fonti diverse e coinvolto una costellazione di esperti: giuristi, pedagogisti, psicologi, esperti di didattica e comunicazione, perché orientarsi nell’AI richiede sguardi diversi, tutti necessari. L’obiettivo non è demonizzare la tecnologia, ma imparare a riconoscerla, comprenderla e usarla con spirito critico.

L’ho letto, ed è molto più di un saggio: è un manuale operativo, ricchissimo di esempi pratici, attività concrete da fare con i bambini, nomi di app, riferimenti normativi, studi accademici. Parole da sottolineare. E lo dico da Gen Z, quella generazione che i genitori guardano con un misto di ammirazione e smarrimento, convinti che “loro sì che capiscono la tecnologia”. Ma crescere dentro il digitale non significa saperlo leggere, e l’intelligenza artificiale generativa non è un social network: è qualcosa di più potente, più pervasivo, più difficile da tenere in mano. Per i ragazzi che la usano ogni giorno, ma anche per gli adulti che li guardano senza sapere bene cosa fare.
Molti genitori poi si avvicinano a questi temi con un atteggiamento nostalgico. E la nostalgia, come scrive Lorenzo Gasparrini citato nel libro, «fa sentire inadeguato, inadatto, incapace chi non fa parte di quel mondo ricordato con piacere e che ha lasciato delle “competenze” che chi è più giovane non ha». Il risultato? Si delega, si evita, si spera che vada bene. Oppure si vieta tutto, senza sapere bene perché. Quello che manca, in entrambi i casi, è la cosa più antica del mondo: il buon senso. Che non si insegna con un’app, ma con una vecchia carissima conversazione. Montegiove ha scritto una mappa e io l’ho chiamata per farmi raccontare come si usa.
Genitori, ragazzi e intelligenza artificiale: intervista a Sonia Montegiove
Il titolo del suo libro gioca su “AI” e “ansia”. Come mai ha scelto di partire proprio da questa emozione?
«L’ispirazione è venuta dal ben più famoso libro La generazione ansiosa di Jonathan Haidt. Ritengo che l’ansia non sia necessariamente un sentimento negativo: è auspicabile che i genitori provino un po’ di ansia quando i figli chiedono di usare uno strumento nuovo come ChatGPT, perché quel fondo di paranoia potrebbe portarli a informarsi e a conoscere. Purtroppo questo con le tecnologie non sempre avviene. Incontro tanti genitori e insegnanti completamente inconsapevoli, molto più dei ragazzi e dei bambini che usano questi strumenti da mesi. “Giocare” su questa emozione mi sembrava ironico, ma anche utile: se l’ansia è la leva che ci porta a informarci e capire meglio, allora ben venga».
I genitori spesso si sentono inadeguati, spaesati. Non hanno ricette educative collaudate rispetto a questo strumento nuovo. Cosa sente di consigliare loro?
«Innanzitutto bisogna conoscere: oggi non ci possiamo permettere il lusso di dire “Io ChatGPT non lo uso e quindi dico sì a mio figlio perché lui è più bravo di me”. È un po’ come succedeva in passato con altre novità in ambiti diversi della società. Il primo passo è sperimentare in autonomia, seguire dei corsi, leggere e cercare materiali, anche su YouTube. Il secondo passo, per niente facile – e da mamma posso dirlo – è costruire un dialogo con i figli su questi temi, discuterne con loro, confrontarsi per capire come stanno utilizzando quella tecnologia. In questo il ruolo educativo dell’adulto è rimasto invariato: sono cambiati gli strumenti, non la centralità del compito di guida.
Mi è capitato, per esempio, di sentire mia figlia dire “Ho chiesto a ChatGPT come rispondere a un’amica con una frecciatina”. Le ho detto: questa AI non sa che tipo di rapporto hai con quella persona, non sa se alcune parole potrebbero offenderla. Tu lo sai, perché sei una persona. Anche fare una battuta o parlare di intelligenza artificiale in casa, aiuta a trasferire delle regole di buon senso di cui spesso ci dimentichiamo quando usiamo le tecnologie».
Vietare o non vietare? Spesso è questo il dubbio più grande di un genitore.
«Noto molto il timore di dire “No”, di mettere delle regole, per esempio sul tempo di utilizzo di una certa tecnologia oppure all’interno dello strumento stesso. Eppure, soprattutto nel caso di bambini e bambine, regolare non significare limitare le loro opportunità rispetto all’essere tecnologicamente avanzati al pari con gli altri. Le regole servono: i ragazzi non possono essere lasciati soli con uno strumento tanto potente».
L’etichetta di “nativi digitali” ci ha fatto credere che i ragazzi fossero per natura competenti digitali. Che impatto ha avuto questo fraintendimento?
«Quel termine, coniato ormai anni fa, ha un senso profondo: significa che quella generazione è nata col digitale e non conosce un “prima” e un “dopo”, non sa cos’è un mondo senza Internet. Ma questo non significa avere piena competenza. I dati Eurostat ci dicono che le competenze digitali dei ragazzi italiani sono sotto la media europea, soprattutto in ambiti come il coding o la protezione dei dati personali. Sono ottimi “smanettoni”, sanno usare benissimo lo smartphone e le app perché ci sono nati, ma questo non significa che abbiano competenze solide abbastanza da poter essere lasciati soli».
Nel libro prende in esame le controindicazioni dell’AI, specie se utilizzata da un minorenne. Come esperta, ma anche come mamma, quale la colpisce di più?
«Sono due. La prima è quella della “macchina per fare i compiti”, come scrisse Gianni Rodari. Abbiamo a disposizione un’intelligenza artificiale che, per come i compiti vengono ancora in prevalenza assegnati oggi, permette di delegarle tutto. E sappiamo già che questo porta a spegnere alcune aree del cervello e a non raggiungere gli obiettivi di apprendimento definiti dalla scuola. È uno dei miei timori più grandi, per questo dico spesso ai miei figli: non delegate alla macchina ciò che dovete fare voi, ma usatela come se aveste a disposizione un insegnante bravissimo in tutte le materie, a ogni ora del giorno e della notte. Allora a un insegnante non dici “Fammi il compito”, gli chiedi “Non ho capito questo passaggio, me lo spieghi?” oppure “Ho fatto l’esercizio, me lo riguardi e mi dici dove posso migliorare?”. Quello è il modo corretto di portare l’AI nello studio».
E il secondo rischio che la preoccupa?
«La seconda controindicazione che mi genera ansia è l’aspetto relazionale, cioè la possibilità di instaurare legami con la macchina. La nostra tendenza come umani a pensare che il chatbot con cui stiamo chiacchierando sia un umano, proprio perché usa il linguaggio naturale in modo disinvolto, ci fa percepire l’esistenza di un rapporto. Ma la relazione vera si instaura con le persone, non con le macchine. Nel libro riporto la storia di Weizenbaum, l’inventore del primo chatbot della storia, Eliza: abbandonò il progetto proprio perché si rese conto che il rischio di umanizzarlo era così alto da renderlo pericoloso. Quasi sessant’anni dopo la situazione non è cambiata, eppure questo strumento è stato aperto a tutti, bambini compresi, spesso senza foglietto illustrativo».
Il quarto capitolo di AI come ansIA è un coro di voci esperte. Come mai questa scelta?
«Siamo di fronte a qualcosa di molto complesso, e non possiamo pensare che esista un unico punto di vista che ci salvi. Mi chiedono spesso: “Esiste un’app, uno smartwatch, un telefono che posso comprare a mio figlio per metterlo al riparo da ogni rischio?” La risposta è “Magari!”. Se esistesse, l’inventore sarebbe la persona più ricca del mondo. Servono tanti punti di vista: il giurista, la psicologa, l’esperto di didattica.
Quelle 20 voci secondo me sono i veri “doni” del libro, perché ciascuna porta i propri consigli specifici. Il libro non vuole dare risposte definitive, vuole aprire dei fronti di riflessioni. Perché oggi forse più che in passato è molto utile farsi domande, anche sapendo che le risposte non saranno mai definitive e che non esista la ricetta dell’atteggiamento “giusto”. Ogni situazione è diversa: i miei figli, per esempio, hanno solo tre anni di differenza, eppure il mio approccio alle regole tecnologiche con ciascuno di loro è completamente diverso, perché sono diversi loro. Sembrano quasi due generazioni differenti, proprio per la velocità con cui tutto cambia».
Il libro è nato pensando ai genitori, ma in realtà parla a tutti gli adulti. Era nelle intenzioni?
«È partito dai genitori perché ritengo che fare la mamma e il papà oggi sia un mestiere complicatissimo, molto più che in passato. I miei genitori hanno certo affrontato una situazione difficile, ma non dovevano fare i conti con il mio mondo virtuale. Ce n’era uno solo da gestire. Oggi i mondi virtuali sono un milione, uno per ogni piattaforma che i nostri figli frequentano. Le pagine di AI come ansIA, però, sono valide per tutti, anche per chi non ha figli e vuole capire cos’è l’intelligenza artificiale generativa. Credo che tutti dobbiamo conoscerla, a prescindere dal lavoro che svolgiamo. Questa tecnologia è molto più disruptive di altre: cambia profondamente il mondo del lavoro intellettuale, quello che fino a ieri consideravamo tipicamente umano».
«La tentazione di cercare una soluzione esclusivamente tecnica o normativa è forte ma insufficiente», scrive nel libro. Perché?
«Le leggi servono e anche i “guardrail” tecnici, ma sono entrambi aggirabili. I giovani hanno la capacità, e spero la conservino sempre, di voler superare i limiti: il desiderio di capire come funziona un sistema e di cambiarlo. ChatGPT ha delle barriere, messe anche a seguito di casi di cronaca non felici, ma i ragazzi possono eluderle. Quindi serve un intervento educativo che faccia sì che quell’hacking resti etico. Questo non lo possiamo delegare alla tecnologia, così come non possiamo delegare la responsabilità, che resta sempre in capo alle persone. L’umano resta umano proprio perché ha la libertà di scegliere. E il ruolo degli adulti in questo è rimasto invariato rispetto a un millennio fa».