Dopo i fatti di Corinaldo, dove sei persone sono morte in attesa di un dj-set del trapper Sfera Ebbasta presso la discoteca Lanterna Azzurra, sono stati tanti i punti di cui si è discusso sui giornali, in tv e sui social media, dalla “conta” dei biglietti alle responsabilità del locale fino alla (brutta) nuova abitudine dei promoter di fissare più “ospitate” di un artista nella stessa serata. A colpire, però, è anche l’uso che sempre più spesso viene fatto dello spray al peperoncino, dal 2011 riconosciuto come strumento di autodifesa ma oggi perlopiù utilizzato per rapinare e terrorizzare.

Lo spray urticante, vecchio cavallo di battaglia della Lega di Matteo Salvini, è stato per lungo tempo pubblicizzato come un “utile metodo” per arginare la violenza di genere e la microcriminalità. Fermo restando che la violenza contro le donne non si elimina certo insegnando a queste ultime “come difendersi”, ma piuttosto cambiando una mentalità radicata nel maschilismo, è interessante osservare cosa succede quando si sdogana un’arma, seppure una dagli effetti tutto sommato passeggeri come può essere per gli spray urticanti. Sia il Corriere della Sera che Il Sole 24 Ore Il Post hanno scritto di come episodi di questo tipo, in cui gli spray sono stati usati per attaccare qualcuno invece che per difendersi, siano diventati sempre più frequenti negli ultimi anni.


Succede molto spesso durante ai concerti, soprattutto dei rapper, ma non solo: è capitato a Sfera altre volte, ma anche a Ghali, Gué Pequeno, Enzo Dong, a Elisa e persino a Justin Bieber, mentre si esibiva sul palco dell’autodromo di Monza nell’estate del 2017. Il più delle volte gli artisti sul palco sono riusciti a riportare l’ordine e a prevenire che la situazione degenerasse, con tanto di cori di scherno quando i responsabili venivano subito individuati («C’è gente che non si sa divertire che deve rompere le palle agli altri», ha detto Sfera in un’occasione). Su internet esistono moltissimi meme (cioè fotomontaggi divertenti) a tema “pepper spray”, che spesso coinvolgono poliziotti immortalati nell’atto di “gassare” qualcuno: sono immagini di violenza quotidiana, decontestualizzate al servizio dell’ironia, spesso amara, da social. In molti dei casi successi in Italia, comunque, le uniche conseguenze sono stati i furti di gioielli, cellulari e portafogli.

L’episodio più eclatante prima di Corinaldo, però, è stato quello della finale di Champions League in piazza San Carlo a Torino, quando il 2 giugno del 2017 un falso allarme partito proprio dall’uso di spray urticante aveva provocato il panico tra la folla. In quell’occasione era morta la 38enne Erika Piolettisotto processo c’è ora una banda di persone accusata di utilizzare lo spray per effettuare rapine, sfruttando la confusione dei grandi eventi pubblici. Come riporta il Corriere, nell’inchiesta sui fatti di Torino «si contano 64 indagati per almeno 54 colpi, molti in discoteche in giro per l’Italia e all’estero. Dall’informativa della polizia, emerge che il gruppo torinese possa non essere l’unico con questa terribile specialità». Un nuovo modo di compiere piccole rapine, insomma, che può avere, complice la difficoltà di gestire i grandi assembramenti di persone, degli effetti devastanti.

Come ha scritto Francesco Costa sul suo blog del Post: «Incentivare le persone ad armarsi e difendersi da sole vuol dire aumentare la diffusione – per le strade, nelle scuole, ai concerti, in famiglia – di strumenti nati per arrecare un danno al prossimo, con le note conseguenze». Si potrà obiettare che dipende dall’uso che se ne fa, di questi strumenti come di quelli decisamente più pericolosi, ma rimane un argomento piuttosto debole: basti pensare al dibattito sulle armi che infiamma gli Stati Uniti, dove ogni potenziale terrorista può avere facilmente accesso ad armi letali. Da noi per fortuna quelle sono ancora bandite, ma alla luce di questi fatti, forse è il caso di chiedersi che bisogno avevamo di rendere popolari gli spray urticanti.