Daniela Fregosi, 50 anni, di Grosseto. Ci ha raccontato com'è stato tornare a lavoro dopo un carcin

Daniela Fregosi, 50 anni, di Grosseto. Ci ha raccontato com'è stato tornare a lavoro dopo un carcinoma

Tornare al lavoro dopo il cancro

L’87% delle donne sopravvive al tumore al seno. E grazie alle nuove terapie molte possono riprendere la propria attività dopo 6 mesi. Una ripartenza preziosa come una cura, perché restituisce dignità e normalità. Ma non sempre semplice. Lo denunciano qui due di loro

L'intervento, la chemioterapia, le cicatrici che segnano corpo e anima. Le donne colpite dal cancro hanno tante e coraggiose battaglie da affrontare, ma di una in particolare si parla ancora pochissimo: è quella della conciliazione malattia-lavoro. Un tema di cui si è appena occupato, con un rapporto inedito, il settimanale inglese The Economist, secondo cui il 22% delle donne che ha avuto un tumore perde l’impiego dopo la malattia, il 70% ha difficoltà con i colleghi. Per l’associazione Europa Donna il 50% delle pazienti lamenta problemi a conservare il lavoro, il 24% a esercitare i propri diritti.

I tabù in ufficio

Il giornale britannico si è concentrato sul carcinoma al seno. In Italia sale l’incidenza, con 162,9 casi su 100.000 donne (la media europea si ferma a 102,4 casi). «Non dimentichiamo le 13.500 italiane che nel 2016 hanno avuto una neoplasia al polmone. Ogni giorno, quindi, quasi 500 donne ricevono una diagnosi di cancro» spiega Nicoletta Orthmann, responsabile medico di Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna (www.ondaosservatorio.it). Ad aumentare è anche la sopravvivenza, che nel nostro Paese si attesta all’87%. «Da una parte il tumore al seno è più diffuso in età lavorativa, dall’altra si va in pensione tardi. La conseguenza? Programmare il ritorno in ufficio dopo un intervento o durante la chemio è una questione sempre più importante.

Lavorare è terapeutico e complementare alle cure: si dimostra a se stesse e agli altri di stare bene, ci si sente utili». Il primo supporto deve arrivare dall’ambiente medico: sono gli oncologi che possono capire quando la paziente è pronta, che devono spronarla a ricominciare la vita di prima. Ma il secondo aiuto fondamentale è trovare, al rientro, un ambiente accogliente. «Sul tema aleggia un forte tabù» prosegue l’esperta. «Spesso le pazienti sono considerate dai colleghi - anche inconsciamente - “malate per sempre” e vengono ghettizzate. Loro stesse si nascondono: tante ci confidano che non ne parlano con nessuno, invece condividere il peso e il percorso di cura alleggerisce la fatica e permette agli altri di essere partecipi e comprensivi».

Le tutele della legge

Malattia e quotidianità devono dunque andare di pari passo, come da tempo sostiene l’Associazione italiana malati di cancro (www.aimac.it, help-line 840503579). «Le nuove terapie oncologiche consentono un recupero più rapido: prima si tornava al lavoro dopo 18 mesi, oggi possono bastarne 6» dice la vicepresidente Elisabetta Iannelli. «Ma non bisogna rientrare perché si teme di perdere il posto, piuttosto per ritrovare dignità e normalità. Il primo passo è informarsi sui propri diritti: sul nostro sito c’è un utile vademecum in cui si chiarisce che non si può essere licenziati per 2 anni, c’è la possibilità di avere il part-time per il periodo di cura e poi di tornare all’orario pieno (ma solo l’11% delle pazienti lo sfrutta, ndr), si ha il diritto di rifiutare turni o mansioni incompatibili con la propria salute. Anche le aziende da parte loro devono impegnarsi: noi organizziamo giornate di formazione con amministratori, responsabili delle risorse umane e dipendenti. Abbiamo iniziato con Eni e Ikea e coinvolgeremo altre imprese. Si parla molto di smartworking: potrebbe essere una soluzione per non perdere parte dello stipendio e lavorare qualche giorno da casa».

Il welfare su misura

Tra le associazioni che promuovono una nuova cultura che tuteli i malati sul lavoro c’è il movimento Europa Donna Italia (europadonna. it): sono centinaia le denunce di disagi che raccoglie ogni giorno. «Il lavoro è un acceleratore di guarigione. Alzarsi con uno scopo, partecipare a una riunione, sentirsi gratificati sono tutti fattori che incidono positivamente sui pazienti» nota la presidente Rosanna D’Antona. «Però serve flessibilità, intesa non come precarietà ma come apertura. Per esempio, oggi sono in aumento i tumori metastatici che implicano percorsi di guarigione più intensi, quindi bisognerebbe allungare la durata del comporto (il periodo in cui non si è licenziabili, ndr). La stessa flessibilità serve durante le cure, che sono diverse da donna a donna. Ci vorrebbe un testo unico che armonizzi contratti e tutele, e un welfare su misura con assistenza psicologica e legale».

Daniela Fregosi, 50 anni, di Grosseto. «Sono una libera professionista. Dopo il carcinoma i clienti sono spariti»

«Sono una operatrice Reiki: è una tecnica giapponese che aiuta le persone a ritrovare il benessere. Fino al 2013 facevo formazione per le aziende da libera professionista. Viaggiavo per tutta Italia, avevo sempre l’agenda piena. Poi ho scoperto un tumore al seno: prima la biopsia, poi l’operazione, quasi non realizzavo cosa mi stava accadendo. Cancellavo gli appuntamenti senza dire nulla ai clienti per il timore di perdere contratti. Poi ho dovuto fare fisioterapia per 8 mesi a causa di alcune complicazioni e tutto è precipitato: i clienti non mi chiamavano più, chi mi doveva pagare spariva. Tutele? Zero: noi partite Iva abbiamo 60 giorni di indennità per malattia, poi se non fatturi è un problema tuo. Così cercavo di lavorare ma stavo male e l’incubo di non avere i soldi per l’affitto era più forte della paura delle metastasi. Allora ho incanalato la rabbia in una battaglia civile: ho lanciato una petizione online per i diritti delle partite Iva e ho anche fatto uno sciopero contributivo per 18 mesi, non pagando i miei contributi all’Inps. Sto saldando ancora i debiti, ma qualcosa è cambiato: oggi la legge ci dà 6 mesi di indennità per malattia e permette di congelare i contributi per 2 anni».

Maria Grilli, 40 anni, di Milano. «Sono responsabile dell’ufficio ritiri di un corriere. Ma i colleghi mi considerano l’eterna malata»

«Sono una paziente Brca, ovvero portatrice di una mutazione genetica. Questi termini difficili significano che ho già sconfitto 3 tumori al seno. Il primo a 29 anni mi ha rubato anche il lavoro perché non potevano concedermi il part-time. Per fortuna ho trovato un altro impiego. Non ho mai avuto difficoltà a godere dei miei diritti, il mio superiore è davvero informato e attento. Il problema riguarda i colleghi: il cancro fa paura. Molti mi considerano l’eterna malata e così sono trasparente, vivo una specie di mobbing psicologico. Anche carriera, premi o gratificazioni sono un’utopia, perché tanto “io sono quella sempre avanti e indietro dall’ospedale”. Per questo faccio parte della onlus aBRCAdaBRA (www. abrcadabra.it): bisogna informare la gente per sconfiggere i tabù».

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