Perché la Tunisia è una meta turistica ma non un porto sicuro?

01 08 2019 di Carmine Gazzanni
Credits: FATHI NASRI/AFP/Getty Images

Chi viene soccorso in mare deve essere portato in un luogo dove la sua vita non sia in pericolo. Una valutazione che spetta al capitano della nave

Continuano a far discutere le motivazioni con cui il gip di Agrigento Alessandra Vella ha scarcerato Carola Rackete: poiché la Tunisia non è un porto sicuro, ha fatto bene la comandante della Sea Watch 3 a portare i migranti a Lampedusa. Una ragione che a tanti sembra in contraddizione con il fatto che il Paese sia una meta di viaggio per gli italiani. «Non si può paragonare un turista con chi scappa da fame o guerra: ci sono diversi posti nel mondo in cui noi andiamo in vacanza, ma che non hanno un sistema di accoglienza adeguato» dice Matteo Villa, esperto di fenomeni migratori dell’Ispi (Istituto di studi di politica internazionale).

Ciononostante c’è una zona grigia nel diritto internazionale: sebbene si specifichi che chi è soccorso in mare debba essere messo in salvo, non si definisce cosa sia il “luogo sicuro”. «Esistono linee-guida in cui si dice che tale luogo è un posto in cui la vita della persona salvata non sia in pericolo e si possano soddisfare i suoi bisogni primari» spiega Villa. «Siccome la definizione è vaga e non vincolante, non c’è nessuna regola o accordo internazionale per capire se un luogo sia sicuro o no». Questa mancanza di chiarezza crea un paradosso: «Tutti concordano che la Libia non sia un Paese dove portare in salvo i migranti. Ma sugli altri, Tunisia compresa, la decisione è a discrezione del capitano della nave. Sta poi alla magistratura, in ultima istanza, accertare la sicurezza del luogo di sbarco, caso per caso: la valutazione non può che essere a posteriori», come accaduto con la Sea Watch.

Ecco perché, per evitare situazioni di migranti bloccati in mare, Francia e Germania hanno proposto che gli sbarchi avvengano tutti nei Paesi di primo approdo, cioè Italia e Malta; i Paesi aderenti all’accordo si impegnano poi nella redistribuzione. Finora hanno accettato in 8 e altri 6 si sono detti disponibili a trattare. Proprio Italia e Malta sono contrarie. «Nel 2015, con i “ricollocamenti di emergenza”, l’impegno non fu mantenuto: gli altri Paesi europei presero dall’Italia 12.000 migranti, invece di 35.000». C’è, tuttavia, una differenza sostanziale rispetto al passato: «La nuova proposta annovera solo gli Stati effettivamente disponibili e non tutti i membri Ue, tra cui i Paesi dell’Est, che fecero saltare l’accordo di 4 anni fa».

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