Giorgia Linardi e la vita a bordo della Sea Watch

31 05 2019 di Gabriela Jacomella
<p>Giorgia Linardi a bordo della Sea Watch. Foto di <span>Federica Mameli</span></p>

Giorgia Linardi a bordo della Sea Watch. Foto di Federica Mameli

Questa 29enne comasca ha scelto di stare in mezzo alle tempeste: la nave della sua ong è tra le poche rimaste a soccorrere i naufraghi nel Mediterraneo. E lei ci mette la faccia (in tv) e le braccia (a Lampedusa). «Sono in perenne tensione. Ma ho visto, ho vissuto: tutto ciò mi dà la forza di reagire a chi mi abbaia contro»

Giorgia Linardi ha 29 anni, è nata e cresciuta a Como ma ha origini siciliane (la mamma è di Caltagirone). Ha in tasca un master di Diritto internazionale preso a Ginevra e nello zaino di tela cerata un abito di chiffon blu. L’ha comprato di corsa, sul filo delle emergenze che hanno portato in prima pagina - di nuovo - la Sea Watch, l’organizzazione non governativa tedesca di cui è portavoce nel nostro Paese (il team italiano è costituito da 2 donne: lei e Federica Mameli, responsabile della comunicazione).

La Sea Watch è una di quelle ong che, con le loro navi, mettono in salvo i migranti nel Mediterraneo e vengono accusate di essere “taxi del mare”, colluse con i mercanti di uomini. Giorgia, fisico minuto e adrenalina alle stelle, si ritrova proprio là in mezzo. Ci parliamo al telefono in un momento di tregua. Ed ecco saltar fuori, appunto, l’abito di chiffon.

«Si può portare avanti una battaglia e avere voglia di un gesto di femminilità»

Racconta Giorgia: «Pochi giorni fa ero ad Agrigento per l’inchiesta sulla Sea Watch 3, la nostra nave che è stata sottoposta a sequestro probatorio lo scorso 19 maggio. Passando per la via principale ho visto un abito bellissimo e, dato che quest’estate ho un sacco di matrimoni ma non riesco mai a organizzarmi su nulla, tempo mezz’ora l’ho comprato. Così, il vestito di chiffon è finito nel mio zaino, e da lì nella Panda a noleggio con cui sono andata dai magistrati, e poi ancora sulla nave per incontrare l’equipaggio. In fondo siamo tutti persone: si può portare avanti una battaglia, imbarcarsi sulle navi di soccorso e, al tempo stesso, concedersi un momento per distrarsi e avere voglia di un gesto di femminilità».

«Ho presenziato a dibattiti che discutevano di migranti come di merci o di animali»

Da 4 anni Giorgia è una giovane donna alle prese con la tempesta: le attività delle navi umanitarie sono nel mirino del governo italiano. La linea ufficiale è quella dei porti chiusi e dei respingimenti in mare. Ma gli sbarchi continuano ad avvenire e a farne le spese sono i migranti, salvati dal naufragio «per diventare oggetto di un braccio di ferro politico» commenta Giorgia.

Che da giurista misura le parole, soprattutto quando esprime una valutazione sul “decreto sicurezza bis”, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Salvini, fermato dal Presidente Mattarella per le sue criticità (tra cui l’introduzione di multe per chi soccorre i migranti in mare) e la cui eventuale approvazione è stata rimandata a dopo le elezioni europee. «Il decreto rappresenta sotto forma di legge un’involuzione del nostro modo di considerare chi viene soccorso in mare. Addirittura nella prima bozza si proponeva una multa per ogni essere umano salvato, una vera e propria mercificazione. Queste persone vengono chiamate in tutti i modi: dal punto di vista tecnico sono naufraghi, nel discorso comune migranti, ma ho presenziato a dibattiti con politici che ne discutevano come merci o animali, parlando di transumanza o importazione».

Per Giorgia, che ha iniziato a lavorare con la Sea Watch da volontaria a Lampedusa nel 2015 («la sera facevo la barista per guadagnare qualche soldo, e spesso servivo gli ufficiali della Capitaneria di porto con cui mi ero confrontata da consulente legale nel pomeriggio»), il fattore umano è imprescindibile. «Quando ho assistito allo sbarco della Sea Watch 3 al molo di Favaloro, a Lampedusa, mi è sembrato di tornare indietro di 4 anni, alla mia prima missione. La situazione, i gesti erano gli stessi: offrire un bicchiere di tè caldo, avvolgere i migranti con una coperta termica. Trovarsi a rifarlo è stata un’esperienza forte. Mi sono resa conto che in tutto questo circo, è come se le persone non esistessero più».

«Temevo di essere troppo esposta e bruciarmi il futuro in questo Paese»

E dire che all’inizio, quel lavoro di portavoce non lo voleva neanche. «Avevo paura di essere troppo esposta, di essere percepita come schierata e bruciarmi un possibile futuro in questo Paese. Ma alla fine ho capito che era necessario, e che forse - lo dico senza arroganza - nessuno avrebbe potuto farlo meglio di me, che questa ong l’ho vista nascere. Se mi chiedi quanto mi pesino gli attacchi sessisti, la violenza del dibattito, ti rispondo che sono tranquilla: ho visto, ho vissuto, e questo mi dà una forza talmente grande da farmi passare ogni paura di chi mi abbaia contro».

Una tranquillità, del resto, evidente a chiunque si sia imbattuto nei suoi frequenti interventi televisivi. C’è, come in ogni incarico così coinvolgente, anche un aspetto difficile da gestire: «Faccio un lavoro che ti espone a esperienze bellissime, ti aiuta a conoscere migliaia di persone ma ti costringe all’assenza, alla tensione perenne. L’unica con cui riesco a confrontarmi è Federica, che è non solo una collega, ma un’amica. Come immagino il mio futuro? Mi piacerebbe avere un po’ più di serenità, di tempo per me. Magari costruire una famiglia, vederla crescere coi miei genitori». Sogni normali di una ragazza appena fuori dall’ordinario. E la Sea Watch? «La vedo come una fase, anche perché il contesto politico non ci fa ben sperare: ogni volta che questa nave va in mare ci pare un miracolo. Qualsiasi azione umanitaria sta diventando impossibile».

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