Qualcuno lo chiama “effetto Greta Thunberg”, qualcun altro ricorda come la proposta risalga già a qualche tempo fa e non sia una novità in Paesi come Cuba, Brasile, Ecuador, Argentina o in alcune realtà europee come l’Austria, Malta e qualche land tedesco. Di certo il fatto che si sia tornati a parlare della possibilità di voto per i 16enni all’indomani dei Fridays For Future nati dall’iniziativa dell’attivista svedese (16enne, appunto) non è un caso.

A rilanciare l’ipotesi di un abbassamento dell’età per partecipare attivamente alla scelta dei parlamentari è stato l’ex premier, Enrico Letta, secondo cui si tratterebbe di “un modo per dire a quei giovani (che hanno partecipato alle manifestazioni della Climate Action Week, NdR) che abbiamo fotografato nelle piazze, lodando i loro slogan e il loro entusiasmo: vi prendiamo sul serio”.

Al mondo politico, che per una volta ha risposto positivamente in modo bipartisan, si è unito chi vede un altro aspetto positivo: la mobilitazione ampia ed entusiasta di tanti ragazzi per il futuro, la salute del pianeta, la domanda di un modello sociale ed economico più sostenibile, ha certamente acceso un faro di interesse della politica nei loro confronti e nelle modalità di loro coinvolgimento. Ha fatto concretamente capire che non sono apatici e disinteressati, che se si toccano le corde giuste sanno rispondere anche oltre le aspettative. “Abbassare il voto a 16 anni diventa anche una sfida per la politica italiana su come riconoscere e accogliere le sensibilità, le istanze, le modalità di partecipazione delle generazioni più giovani” dice a Donna Moderna Alessandro Rosina, Ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano e Coordinatore scientifico del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo.

Voto a 16 anni: chi è d’accordo

Il primo a proporre di dare la possibilità di voto ai 16enni è stato nel 2007 Walter Veltroni, mentre la Lega nel 2015 ha presentato una proposta di riforma costituzionale, mai approdata in aula. L’anno dopo è tornato a sostenere l’ipotesi anche Beppe Grillo con l’hashtag #Votoa16anni, anche in questo caso senza seguito. 

Ad ogni modo all’idea di Letta hanno risposto positivamente molti esponenti politici di quasi tutti gli schieramenti. Il premier Conte ha però precisato: “Negli ordinamenti giuridici si fissa una soglia anagrafica per la maturità psicofisica. Credo che i nostri ragazzi a 16 anni abbiano la piena maturità psicofisica, ma è un tema più da sede parlamentare. Io fornisco un assist”.

A scatenare il dibattito, però, sono state le parole provocatorie del ministro degli Esteri, Di Maio: “I giovani in Italia vengono definiti, a seconda del momento, choosy, viziati, “gretini”: per noi questi giovani vanno soprattutto rispettati, ascoltati e messi al centro della nostra politica”. Unica voce fuori dal coro, il senatore di Forza Italia Giro, che ironicamente ha chiesto “perché non prevedere il voto anche per i dodicenni?”.

In ogni caso, c’è chi fa notare l’incongruenza di una simile proposta con altre norme italiane in vigore.

Incongruenza?

In Italia se un minorenne vuole sposarsi ha bisogno di un’apposita autorizzazione di un tribunale. Come concedere, dunque, la possibilità di partecipare alla vita politica del Paese se non si può decidere da soli della propria? “I sedicenni possono lavorare e quindi pagare le tasse. Tanto più per le elezioni amministrative – secondo il principio “no taxation without representation” – è del tutto giusto riconoscere che possano dire la loro su chi utilizzerà le risorse pubbliche per migliorare il quartiere e la città in cui vivono. Riguardo alla maturità, non può essere data per scontata. È importante aiutarli a dar pieno valore al diritto al voto. Metterli nelle condizioni migliori per esercitarlo con consapevolezza e responsabilità. Per questo un’eventuale anticipazione del diritto al voto andrebbe abbinata ad un potenziamento dell’educazione alla cittadinanza attiva all’interno delle scuole, prevedendo anche campagne ad hoc sulla partecipazione dei più giovani al voto, da ideare e realizzare con i giovani stessi” spiega il professor Rosina.

Cosa ne pensano i giovani?

Stupore per la proposta è stato espresso da Emanuele Crisanti, meglio noto come Nuela. La rivelazione del momento di X Factor con il suo tormentone “Carote” ha commentato così: “Quella di Enrico Letta è una proposta interessante, non ci avevo mai pensato. A sedici anni si possono fare molte cose, come lavorare e pagare le tasse, quindi sarebbe ragionevole immaginare anche l’idea del voto”. Poi, però, la precisazione: “Io e i miei coetanei non siamo abbastanza informati per poter davvero esprimere un voto ragionato”.

Ma i giovani potrebbero cambiare l’orientamento del paese? Risponde Alessandro Rosina: “In realtà il peso maggiore e crescente continua ad averlo l’elettorato anziano. L’abbassamento a sedici anni non fa aumentare il peso dei giovani, compensa solo in parte la riduzione in atto, per motivi demografici, del numero dei partecipanti al voto. Però è vero che, se l’elettorato anziano è più stabile e conosciuto, quello giovane è più mobile – sia come decisione di votare o meno, sia su chi votare – quindi spesso può fare la differenza nelle singole consultazioni. Inoltre va considerato che chi maggiormente riesce a mettersi in sintonia con le nuove generazioni mette le basi di un rafforzamento del consenso che può andar oltre la prossima scadenza elettorale”.

L’Italia non è un Paese per giovani

Lo si dice da tempo e anche Rosina aveva scritto un libro con questo titolo:L’ultimo capitolo di quel libro, scritto dieci anni fa, si chiudeva con tre mostri da abbattere per ridar forza alle nuove generazioni nei processi di cambiamento del paese. Nessuno di tali tre mostri è ancora stato abbattuto. Uno dei tre era la riduzione delle soglie anagrafiche, tra le più alte nelle democrazie occidentali, che vincolano a 40 anni l’entrata in Senato e a 25 alla Camera, oltre che l’abbassamento a 16 anni dell’età minima per il voto alle elezioni amministrative. Teniamo presente che sedicenni e diciassettenni sono in totale poco più di un milione e 100 mila, mentre gli over 65 sono cresciuti di oltre 3 milioni dal 2000 ad oggi e cresceranno di oltre 6 milioni prima del 2050” aggiunge l’esperto di statistica.

Gli esempi esteri

In Europa non mancano esempi di Paesi nei quali i 16enni possono votare. In Austria si può fare dal 2007 (ma la maggior età è sempre a 18 anni e non è previsto, fino ad allora, il diritto all’elettorato passivo, dunque a candidarsi); in Scozia è stato possibile per la prima volta in occasione del referendum per l’Indipendenza del 2014 (ma non per la Brexit!) e dal 2015 è previsto per tutte le elezioni politiche. Malta è stata una delle ultime ad abbassare l’età di voto, nel 2018, mentre in Germania alcuni land prevedono questa possibilità a livello locale. In Sud America, invece, capostipite è stata Cuba fin dal 1976, seguita da Nicaragua (1984), Brasile, Ecuador e Argentina: in questi ultimi Stati il voto è facoltativo dai 16 anni, ma obbligatorio dai 18 (in Argentina è prevista anche una multa per chi si astiene). In Grecia si vota dai 17 anni, così come in Corea del Nord, Indonesia, Sudan e Sud Sudan, a Timor Est. Per le sole primarie anche in 16 stati Usa sono ammessi al voto i minorenni. In controtendenza, invece, l’Iran, che ha alzato da 15 a 18 l’età nel 2011, e l’Arabia Saudita, dove occorrono 25 anni per recarsi alle urne.

Quanto all’Italia, molto è cambiato dal 1912, quando il diritto di voto era riservato ai soli uomini dai 30 anni su (abbassati a 21 solo in caso di istruzione o censo di un certo livello). Dal 1918 l’età scese a 21 anni, anche se potevano votare anche i minorenni purché avessero prestato servizio militare. Solo dal 1945 il diritto di voto fu esteso anche alle donne, mentre è dal 1975 che l’età minima per l’elettorato attivo (diritto di votare un candidato) è stata fissata a 18 anni per la Camera e a 25 per il Senato.