Il blocco bianco di marmo di Carrara da cui Michelangelo tirò fuori il David era poroso, pieno di piccoli buchi e fenditure, ed era già stato malamente lavorato da mani inesperte. Nonostante questo, lo scultore creò le forme, la potenza e la grazia di una delle opere d’arte più belle del mondo. Una storia che sembra non aver nulla a che fare con il mondo del lavoro. Eppure, ognuno di noi, con le sue incertezze, imperfezioni e insicurezze, ben formato e supportato, può diventare un’opera meravigliosa, frutto di talenti che non sapeva di avere. Ogni persona, insomma, ha una propria unicità che può fare la differenza anche in azienda. Basta scoprirla.

È questo uno dei principi che muove le associazioni che formano le persone disabili e le collocano in uffici, risto- ranti e fabbriche.

Un impegno prezioso perché in Italia la presenza di limitazioni funzionali ha ancora un forte impatto sull’esclusione dal mondo lavorativo. Risulta occupato solo il 31,3% dei disabili con un’età dai 15 ai 64 anni, contro il 57,8% di chi è normodotato, mentre le persone con limitazioni funzionali gravi che sono inattive sono più del doppio di chi non le ha (dati Istat 2019). A cercare di colmare il gap pensano le iniziative delle associazioni del settore. Con il progetto Joblab, finanziato dal ministero del Lavoro, la Federazione italiana per il superamento dell’handicap si è interrogata sulla situazione delle persone con disabilità in ambito lavorativo perché è proprio in questo settore che c’è più discriminazione e le pari opportunità sembrano precluse.

«I dati raccolti dalla ricerca commissionata all’Iref su 600 lavoratori con disabilità rivelano che uno su 3 pensa di avere credenziali formative superiori a quelle necessarie per svolgere la propria mansione» dice Carlo Giacobini, responsabile del progetto. «Il 47,9 % ha un indice di soddisfazione lavorativa alto ma per- ché più che l’ergonomia, l’accessibilità del luogo di lavoro e la carriera (spesso più lenta e con meno scatti di quanto sarebbe normale), a pesare sul grado di appagamento sono le relazioni, la possibilità di partecipazione e i comportamenti inclusivi dei colleghi. Per questo servono i disability manager, che mediano tra il dipendente e il contesto in cui si trova, e servono progetti come Joblab, che ha prodotto un cortometraggio e una serie di video recitati da attori in cui raccontiamo le storie di vita di tanti professionisti disabili».

Lavoro disabili down
Un lavoratore Asperger prepara il cibo per gli animali di uno zoo francese.

Anche l’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare ha appena concluso il Progetto Plus,

durato 2 anni e volto alla formazione e all’inserimento lavorativo di 80 persone disabili in 16 Regioni. «L’obiettivo è abbattere barriere architettoniche e culturali» dice Stefania Pedroni, vicepresidente di Uildm (uildm.org), psicologa del centro clinico NeMo di Milano, formatrice e lei stessa portatrice di una disabilità (la distrofia muscolare dei cingoli). «Grazie a questo progetto abbiamo fatto formazione teorica e pratica e poi abbiamo inserito le persone in base alle capacità emerse, valutando competenze personali (autonomia e gestione delle risorse), relazionali (abilità di comunicazione e leadership) e professionali. Riflettere su se stessi ha fatto emergere i talenti e scardinare gli stereotipi che le stesse persone disabili hanno: molte rischiano di chiudersi in casa per la vergogna o per la paura di non essere in grado di affrontare un contesto lavorativo. Ma poi, se messe nelle condizioni adatte, si rendono conto di poter essere una risorsa preziosa». La possibilità di fare la differenza in ufficio è un forte motore per l’autodeterminazione, l’autostima e l’autonomia. «Anch’io ci ho messo anni per affrontare le mie emozioni e iniziare un percorso che ora mi permette di dare un significato alla mia malattia e aiutare gli altri» aggiunge la psicologa. «Nonostante la disabilità sono una risorsa e la soddisfazione più grande è quando mi dicono che sono un modello da seguire».

Albergo etico Asti
Alcuni dipendenti dell’Albergo Etico di Asti, che ora offre anche postazioni di coworking.

«In passato ho fatto il serramentista e il magazziniere, ho vissuto periodi bui in cui mi sentivo sottovalutato, ero visto come un eccentrico che andava a cercare il pelo nell’uovo»

dice Mario Dodaro, 51 anni, tecnico collaudatore con sindrome di Asperger. «Poi sono stato assunto in Flex. Qui mi occupo di testare dispositivi elettromedicali, ho un lavoro iperspecializzato per cui le mie qualità, la precisione, l’ordine, l’ottimizzazione dei tempi e l’alta concentrazione, fanno la differenza». Mario Dodaro è stato formato da Specialisterne, società danese di consulenza con finalità sociale che prepara e impiega professionisti autistici e Asperger in ruoli digitali, IT e amministrativi. Nel nostro Paese dal 2017 ha inserito 32 dipendenti nelle aziende italiane. «Siamo specializzati nella selezione di queste persone, facciamo colloqui per capire motivazione e attitudini, li mettiamo alla prova chiedendo loro di costruire un robot con i Lego e di programmarlo. Così osserviamo come organizzano il piano di lavoro, se seguono le istruzioni, come si comportano di fronte a un ostacolo» racconta Gabriella Di Natale, pedagogista clinica e coach di Specialisterne.

«Poi le formiamo e profiliamo per capire se c’è un posto per loro nelle aziende partner. Capita spesso che, una volta assunte, siano così efficienti da scoprire bug che rallentano la produzione e da avviare buone pratiche per ottimizzare il lavoro di tutti». Nella multinazionale americana Flex è successo. «Abbiamo sedi in 30 Paesi e per noi la diversità è un valore, ci permette di proporre ai clienti idee creative e innovative» spiega Valeria Ferreri, direttore del personale. «Ecco perché abbiamo deciso di formare prima di tutto i nostri dipendenti con workshop a cui hanno partecipato le associazioni che operano nel mondo delle disabilità. Il plus di queste persone è la capacità di portare il loro talento e metterlo al servizio degli altri. A volte, grazie al supporto di lavoratori che avevano una visione differente, abbiamo rivisto in positivo alcuni dei nostri protocolli. L’attenzione ai dettagli, la precisione e l’ordine sono doti determinanti nel settore hi- tech in cui operiamo».

Non sono tanto le competenze tecniche (che comunque ci sono), ma piuttosto quelle di relazione ed empatia

a saltare subito agli occhi di chi prenota una camera negli Alber- ghi Etici (sono a Roma, Asti e Fénis) o un tavolo al ristorante Tacabanda di Asti. Qui, a prendere ordini e prenotazioni, cucinare, servire ai tavoli, sono persone con disabilità motoria, sindrome di Down, sindrome di Asperger, non vedenti. «La disabilità deve essere un valore aggiunto e noi andiamo alla ricerca del talento nelle persone con diverse abilità» spiega Alex Toselli, presidente della cooperativa Download che gestisce gli Alberghi Etici. «I ragazzi sono inseriti in un percorso che chiamiamo Accademia dell’indipendenza fatto di formazione, lavoro e tempo libero in cui ruotano in tutti i ruoli della ristorazione e hotellerie.

Così, con l’indispensabile supporto della famiglie che iniziano a vedere i figli come persone capaci di autonomia, questi giovani imparano a vivere da soli e a portare valore nella società e nel mondo del lavoro. Quali sono i loro talenti? In genere i dipendenti con sindrome di Down hanno un’inclinazione naturale all’accoglienza, al sorriso, alla gentilezza e all’empatia. I portatori di Asperger hanno grandi capacità sulla distribuzione dei tempi e l’ordine. Chi ha disabilità motoria ha il limite delle barriere architettoniche ma può esprimere il suo talento come tutti. I non vedenti riescono a far apprezzare sapori e profumi ai clienti».

Un’offerta turistica così di qualità ha fatto sì che, nonostante lockdown e pandemia, questi alberghi e questi ristoranti oggi siano pieni. «La gente cerca un buon servizio, un bel sorriso e vuole alzarsi da tavola con qualcosa da raccontare» afferma Antonio De Benedetto, presidente dell’associazione Albergo Etico Italia. «Con il Covid abbiamo sperimentato tutti la fra- gilità e forse ci sentiamo più vicini a queste realtà. I nostri ragazzi sono in prima linea, aiutano i loro pari nella formazione e somministrano l’handicap in dosi omeopatiche ai clienti». Jessica Berta ha 32 anni, un ritardo cognitivo e da 10 lavora al Tacabanda. «In cucina e in sala sono a mio agio» dice. «Mi sento autonoma, vivo da sola in un appartamento e faccio da tutor alle altre ragazze. Parliamo, ci divertiamo. Non ho mai pensato a quale fosse il mio talento ma ogni tanto i clienti mi fanno i complimenti. E questa è una grande gratificazione».

I dati in Italia

Nel nostro Paese, nel 2018, si contavano quasi 360.000 lavoratori con disabilità, occupati in base agli obblighi normativi introdotti dalla legge 68/99. Sono in prevalenza uomini (il 58,7% contro il 41,3% delle donne) e residenti nelle Regioni del Nord Italia (il 56,3%, con una punta del 21,5% in Lombardia). Tra loro il 53,7% ha superato i 50 anni e il 14,3% ne ha più di 60, mentre solo il 17,5% ha un’età inferiore ai 40 anni (Fonte: Fondazione Studi Consulenti del Lavoro 2019).

C’è un corso che sta per partire

A gennaio 2021 Specialisterne parte con un nuovo ciclo di formazione gratuita di 4-5 mesi (80% da remoto e 20% in aula a Milano). È rivolto a persone con autismo e sindrome di Asperger e le prepara a lavorare nelle aziende partner in ruoli digitali e amministrativi. Il corso è aperto a 12 persone da tutta Italia. Per informazioni clicca qui.