È una questione spinosa quella relativa alla bellezza, ai canoni che a ogni decennio mutano, ci stravolgono e poi si rimangiano tutto. Ogni epoca ha i suoi ideali estetici a cui ispirarsi per essere “perfette”. Ma questo è il punto: esiste ancora la bellezza ideale? «Ciò che appare bello in un periodo può essere etichettato come brutto in un altro» commenta Antonella Mascio, docente a Scienze politiche e sociali dell’università di Bologna «e ha a che fare con strutture di pensiero complesse e inestricabili, che cambiano in virtù delle epoche storiche, dei contesti socio-culturali, delle mode».

Il fashion system e i media hanno giocato un ruolo fondamentale per allontanare lo stereotipo della donna bianca, formosa, ben truccata e ben vestita. Negli anni ’60 il bisogno di mostrarsi sotto una luce nuova ha fatto sì che “bello” non fossero le curve ma il fisico da grissino di Twiggy. I ’70 hanno visto l’avanzata delle forme scattanti e spigolose alla Marpessa, il decennio seguente è andato oltre, chiedendo di misurarci con figure scultoree e irraggiungibili, vedi Elle MacPherson, detta “The Body”. Avvicinarsi ai canoni estetici proposti in quegli anni era impossibile. È stato allora che ha iniziato a fare breccia la nuova bellezza femminile, quella a fattore variabile.

Cadono gli standard, spuntano gli haters

Nell’agosto 1988 Naomi Campbell divenne la prima modella di colore a conquistare le copertine di Vogue Paris e di Time. E, siccome stavamo imparando che non poteva esistere un modello unico di bellezza, sui magazine patinati accanto alla statuaria Venere Nera salì sull’Olimpo quello scricciolo anticonvenzionale di Kate Moss, accanto agli addominali delle supermodel debuttarono i pancioni di celeb in gravidanza. L’apripista Demi Moore, fotografata nel 1991 da Annie Leibovitz, scioccò l’opinione pubblica: gli scatti furono giudicati così offensivi che molti si rifiutarono di vendere la rivista. Ma dopo il primo duro colpo, anche questa variante della bellezza femminile divenne tendenza. È stato grazie a prime volte coraggiose, dettate dal bisogno di mostrarsi per chi si è davvero, se anche i pancioni ora sono consuetudine su social e passerelle.

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Naomi Campbell, prima top model black

21° secolo: iniziato male, promette bene

L’innaturale vitino di Kim Kardashian strizzato tra seni e fianchi XL ha dominato l’ultimo decennio, insieme a labbra rifatte e rughe spianate, complici la dipendenza da selfie, like e Photoshop. Ma negli ultimi tempi ne abbiamo capite di cose, e la moda ci ha sostenute, incoraggiate, interpretate.

Kim Kardashian
Kim Kardashian, immagine costruita

«È in gioco un mutamento dello sguardo» dice Mascio. «Dalla bellezza come riconoscimento e riflesso da parte dell’altro, si passa alla bellezza come sguardo autoriflessivo, consapevole, sciolto da conformismi e giudizi. Questa prospettiva apre a nuove possibilità di espressione del bello che si manifestano a volte in modo provocatorio, ma sempre più spesso con funzione regolarizzante. È una bellezza più complessa, meno sostenuta da rigide norme o taglie ma che punta all’imperfezione come nuova forma di identità». Insomma, stiamo imparando a guardarci senza paura, valorizzarci, migliorarci dove è possibile e accettarci in ogni altro caso.

Più imperfezione, meno omologazione

Il cambiamento è in progress ma, come accade sempre di fronte alle novità, critiche e ostracismi non si sono fatti attendere. Una pioggia di insulti via web, per esempio, ha colpito Armine Harutyunyan, modella armena scelta da Gucci e giudicata da molti strana quando non brutta. Lei non se ne cura e invita le ragazze a piacersi, a non omologarsi perché ci sono tanti modi di essere belle. Armine, però, è la prova che malgrado si parli tanto di moda inclusiva e si stiano abbattendo molti luoghi comuni, nel concreto le cose sono diverse. La si guarda e ci si chiede, ancora, se una come lei abbia o meno il diritto di essere considerata bella.

Armine Harutyunyan
Armine, canone 2020

«La moda per rinnovarsi ha estremo bisogno di nutrirsi di diversità» chiarisce Emanuela Mora, professoressa di Sociologia della comunicazione all’università Cattolica di Milano. «Negli ultimi anni, nel fashion tutto sembra già accaduto, per questo si è fatta largo una nuova fase di ricerca che ha portato i designer più innovativi a muoversi nel campo dell’imperfezione, dell’unicità, perfino del brutto».

Ciò che è diverso, ciò che esce dagli schemi, fa ancora paura. Ma è tempo di invertire la rotta. Molte celeb e influencer non si propongono più come modelli inarrivabili, ma legano a doppio nodo bellezza e libertà di esprimersi. Non ultima Lizzo, icona rap ed eroina della body positivity: il video in cui prova uno dei filtri Instagram e si spaventa del risultato è diventato virale.

Oggi non ci stupisce più la pelle marezzata dalla vitiligine della magnifica Winnie Harlow (che sfila per tutti, da Marc Jacobs a Balmain), non gridiamo più allo scandalo di fronte alla mozzafiato Valentina Sampaio, prima transgender a campeggiare sulle copertine delle riviste e a sfilare per Victoria’s Secret. La bellezza ora non è un dato assoluto, ha a che fare con l’individualità, la differenza e perfino con i difetti che rendono speciali. Per dirla alla Alessandro Michele di Gucci, la libertà (di essere se stessi) produce sempre qualcosa di bello.