Noi, donne guide alpine: solo 16 su 1.000

13 12 2019 di Anna Pugliese
<p>Anna Torretta, 48 anni, sul Monte Bianco (<span>ph. Lorenzo Belfrond for Grivel</span>)<br data-mce-bogus="1"></p> Credits: Lorenzo Belfrond for Grivel

Anna Torretta, 48 anni, sul Monte Bianco (ph. Lorenzo Belfrond for Grivel)

Le fan della montagna sono in costante aumento. Eppure pochissime trasformano questa passione in un mestiere. Qui 3 di loro raccontano ostacoli e pregiudizi, ma anche successi e soddisfazioni. E dicono: «Per arrivare in vetta, più dei muscoli contano tecnica e tanacia»

I numeri parlano da soli: 1.113 guide alpine uomini, 16 donne. Tra gli aspiranti, 5 ragazze e 21 ragazzi. «È un mestiere duro, ci sono molte responsabilità, ma penso che i motivi di questa diversità di genere siano soprattutto culturali. Le donne che vanno in montagna sono tante e il loro numero cresce costantemente. Forse dovrebbero credere di più in se stesse: non c’è alcun motivo per cui un’appassionata di vette non possa diventare guida».

La torinese Anna Torretta, 48 anni, la prima guida alpina donna entrata a far parte della prestigiosa Società guide alpine di Courmayeur, è stata una delle promotrici del convegno 0,1-Differenze di genere nelle professioni ad alto rischio, vantaggi e opportunità: il primo meeting tra le donne guide alpine (ad Arco di Trento il 9 e 10 novembre 2019), un’occasione per condividere esperienze ma anche, e soprattutto, un punto di partenza per fissare le linee di questo lavoro. «Volevo diventare anche istruttore e 0,1 è il punteggio che mi ha impedito l’accesso al corso professionale. Ero la prima donna a provarci in Italia: ho concluso l’esame con un totale di 6,4 punti. Ne servivano 6,5» spiega Anna. «La seconda donna a tentare, Elisabetta Caserini, è rimasta fuori per 0,2 punti. Vogliamo che il movimento cresca e avere delle istruttrici è fondamentale: le ragazze che accedono alla professione hanno bisogno di esempi positivi, di fare squadra, di sostegno. Per questo stiamo pensando anche a un corso di accesso alla professione tutto femminile. Semplicemente perché ai corsi per diventare istruttori i compagni sono sempre e solo uomini. Non vogliamo favori».

<p>Un gruppo di scalatori con la guida Giulia Venturelli (la prima a sinistra)</p>

Un gruppo di scalatori con la guida Giulia Venturelli (la prima a sinistra)

Superiamo selezioni severe

L’ultima arrivata tra le guide professioniste è Giulia Venturelli, bresciana classe 1990. «Da bambina avevo 2 cugini con cui condividevo mille sfide in quota, la montagna era una grande passione. Finita l’università ho iniziato a lavorare come assistente sociale, ma era un’attività che mi stava stretta. Non sopportavo le giornate seduta alla scrivania, volevo un mestiere che mi regalasse passione. Così ho provato le selezioni per diventare guida alpina: valutano il tuo curriculum alpinistico e poi la tecnica di arrampicata, quella su ghiaccio, con i ramponi, e lo sci alpinismo. Era quasi un sogno, ma sono passata e ho iniziato un anno e mezzo di corsi dove ti insegnano tutto ciò che è fondamentale per vivere in sicurezza l’alta quota. Poi ci vuole tanta pratica: scalate, arrampicate, discese con gli sci fuoripista, ascese con piccozze e ramponi.

Alla fine c’è il test: se lo superi puoi già lavorare, ma con alcune limitazioni. Dopo altri 2 anni, in cui devi anche assistere guide più esperte, puoi fare gli ultimi esami: solo dopo averli superati sei guida alpina - maestro di alpinismo dell’Uiagm, l’associazione che unisce le guide in 20 Paesi nel mondo» spiega Giulia con un gran sorriso. È uno scricciolo di ragazza, guardandola capisci che l’alpinismo è soprattutto tecnica e tenacia, non solo forza fisica. «All’inizio non è stato facile: volevo proporre tutte le vette che a me piacevano di più, ma con l’esperienza mi sono resa conto che le aspettative di chi chiede di essere accompagnato sono diverse dalle mie. Spesso non servono cime ardite o grandi difficoltà. E ho imparato a guardare le montagne con occhi nuovi. Io forse ero un po’ assuefatta a tanta bellezza» spiega la giovane bresciana.

Anna Torretta, ex campionessa di arrampicata sul ghiaccio e autrice nel 2017 di La montagna che non c’è (Piemme), aggiunge: «Le soddisfazioni che i clienti ti regalano sono immense. Io sono diventata guida per il mio piacere di vivere in alta quota. Con il tempo ho scoperto la gioia di insegnare, di aiutare le persone a raggiungere i loro obiettivi. E ho capito che nel momento della fatica più grande noi donne siamo davvero capaci di immedesimarci, di capire le esigenze degli altri». Aggiunge Marica Favè, classe 1973, ex campionessa di sci, guida dal 2009 tra le Dolomiti. «Tra guida e cliente ci si aiuta. Loro si lasciano indirizzare, tu devi dare fiducia nei tratti più impegnativi. E noi donne abbiamo più sensibilità per capire le paure e accettare le debolezze».

<p>Marica Favè, ex campionessa di sci e guida sulle Dolomiti, si prepara con corde e imbragatura per affrontare una parete di roccia</p>

Marica Favè, ex campionessa di sci e guida sulle Dolomiti, si prepara con corde e imbragatura per affrontare una parete di roccia

Siamo affidabili e intraprendenti

Ma cosa si risponde a chi teme che una guida alpina donna non sia davvero affidabile? «Da 9 anni sono madre e ci tengo tantissimo a tornare a casa ogni sera. Faccio il mestiere dei miei sogni, ho studiato e mi aggiorno continuamente. Non c’è spazio per rischi inutili» risponde Marica Favè. «Comunque mi è capitato di sentire delle titubanze solo tra gli italiani. Molti stranieri sono contenti di avere una guida donna, anzi talvolta la richiedono espressamente». Giulia Venturelli spiega: «Lavoro per un’agenzia svedese, Systrar i bergen (systraribergen.se), che propone attività outdoor al femminile. Sempre con guide donne, dove si cresce e si impara insieme».

Tutte confermano che le appassionate in vetta sono sempre di più: una volta arrivavano al traino di mariti e fidanzati, oggi decidono da sole di salire in alta quota. «C’è più intraprendenza, più voglia di mettersi in gioco, di vivere in prima persona le emozioni» spiega Marica. «E non serve porsi obiettivi incredibili. L’altra settimana sono partita per l’Averau, una vetta delle Dolomiti Ampezzane. Avevo nel gruppo 2 bambini e il papà era propenso ad annullare perché il tempo non era dei più belli. Però, superate le nuvole, abbiamo trovato uno splendido sole e un panorama strepitoso. Mi hanno ringraziato tutti, con enorme gratitudine, per aver creduto sino in fondo che la gita si potesse fare. È stata una giornata fantastica senza aver fatto nulla di speciale. Semplicemente, amo il mio lavoro e sono sicura di quello che faccio».

Il libro dedicato alle Signore delle cime

Dieci donne che arrampicano, scalano con ramponi e piccozza, sciano fuori pista. Che affrontano la sfida di una professione impegnativa da conciliare con il ruolo di mamme e mogli. Sono le protagoniste di Le signore delle cime (lesignoredellecime.it), il libro scritto da Chiara Todesco, una giornalista innamorata dell’alta quota. Raccontano la loro visione della montagna e della professione di guida alpina, spiegando cosa abbia significato in passato e cosa significhi oggi essere donna in un ambiente maschile come l’alpinismo.

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