«Tra me la corsa c’è un amore da quando sono nata, mi è sempre piaciuta, ma all’inizio mi ero dedicata ad altri sport. Poi sono arrivate le maratone, ne ho corse una ventina (24 per la precisione), fino a quando nel 2004 mi sono cimentata con gare che a molti possono apparire più strane, come quelle nel deserto. Erano il mio sogno e l’ho avverato». Racconta così a Donna Moderna Luisa Balsamo, atleta di ultratrail e testimonial della DM Negev Adventure, che spiega cosa si possa provare a cimentarsi in questo tipo di sfide: «La prima impressione è quella ci correre in uno spazio infinito, con un’enorme tranquillità, dove non si nota la differenza tra il terreno e il cielo: tutto ciò dà una sensazione di benessere e serenità».

Quando ha iniziato a correre a livello agonistico?

La prima maratona è stata nel 1994 a Londra, ma è stato solo dal 2004 che ho provato il deserto con la Marathon Des Sables, 240 km a tappe nel deserto del Sahara. È stata un’esperienza che mi ha cambiata: si corre in autosufficienza per una settimana, si dorme a terra, non si fanno docce, si mangiano liofilizzati. L’impatto è molto forte, a livello umano fa riflettere su tutto ciò che ci sembra indispensabile e a cui invece possiamo rinunciare. Io sono cresciuta, maturata: gare di questo tipo servono anche a questo.

Quella nel Sahara, in effetti, è stata la sua prima esperienza di questo genere.

Sì, credo di aver partecipato a tutte le gare nel circuito di quelle nel deserto e in montagna, dagli ultratrail del Monte Bianco a quello di Lavaredo e alla Diagonal Del Fous (alla Reunion Island, nell’Oceano Indiano, ndr), e molte altre, compreso il Tor Des Geants, che a settembre correrò per la quinta volta. Gare che assomigliano di più a sfide personali con se stessi, per superare i propri limiti come dimostra proprio il Tor Des Geants: 330 km in Valle d’Aosta, attraverso 34 comuni, con partenza e arrivo a Courmayeur. Per questioni di sicurezza è previsto un massimo di 750 iscritti, che si cimentano lungo un percorso con 24.000 metri di dislivello, che lo rendono il “trail più duro al mondo”.  

Ma cosa spinge una donna a cercare di superare i propri limiti?

Per una donna le difficoltà sono sicuramente maggiori: quando io ho iniziato a correre, anche allenarmi da sola non era facile, per questioni di sicurezza. Oggi le cose sono cambiate, ma bisogna sempre fare i conti con gli impegni familiari, lavorativi e dunque organizzativi. Di contro devo dire le donne che corrono hanno una forza di volontà, una resistenza e una capacità di affrontare la sofferenza superiori agli uomini, con i quali mi sono spesso confrontata anche su questo argomento, oltre che sul terreno. Poi è chiaro che un uomo è fisicamente più forte, anche se mi è capitato di superarli e vederli reagire per orgoglio! Quando comunque ci si prepara a una gara di questo tipo, occorre per prima di tutto (ed è la cosa più faticosa!) pensare all’organizzazione.

Come ha fatto a conciliare l’attività sportiva con la vita familiare?

Ho sempre lavorato nel settore alberghiero, per tradizione familiare. Avevo anche un negozio di articoli sportivi. Da poco ho smesso, certo mi occupo della mia famiglia, dei miei figli (anche se Marta e Lorenzo sono grandi: hanno rispettivamente 23 e 20 anni) e anche di tre cani! Sono presidente di un’associazione sportiva di atletica, organizzo la “5.30” di Palermo, la corsa alle 5.30 del mattino che si svolge anche in altre città italiane e naturalmente corro ancora… alle 6 del mattino. All’inizio per motivi organizzativi, ma ormai non potrei pensare di farlo in un altro orario. Insomma, è importante incastrare tutti gli impegni.

Che cosa consiglia a chi si avvicina al mondo del running e magari sogna una corsa nel deserto?

Io ho iniziato con il running da strada, ma non tornerei più indietro. Le gare in montagna o nel deserto si vivono in una dimensione diversa: non c’è agonismo estremo, non si parla solo di tempi e allenamenti. Mi sento di consigliare questa esperienza, a prescindere dalle motivazioni che spingono ciascuno a correre, per passione, per mantenersi in forma o perché stimolate da un ambiente positivo.

E in Israele ha mai corso?

Il Negev è l’unico deserto nel quale non ho ancora corso. Ho provato gare in Oman, Mauritania, Giordania, Sahara settentrionale, Patagonia e Namibia. Mi sono preparata due volte per la Libia, ma la guerra ha costretto ad annullare la corsa. Ho però amici che hanno corso in Israele e lo hanno trovato molto bello, anche perché i deserti hanno in comune un fascino particolare, dato dall’aria che si respira, dalle persone che ci vivono e si possono incontrare (anche un bambino in bicicletta o un uomo con il suo asinello), e l’ambiente, che può cambiare ogni 5 o 10 km. Bisogna correre in modo naturale, senza alcun tipo di paura, non temendo né per la propria sicurezza quando non c’è motivo, né per il caldo, perché si tratta di un ambiente secco, è sufficiente idratarsi. Non spaventatevi neppure per le distanze: la corsa nel Negev prevede tappe da 20 km al giorno, ma quando si finiscono c’è tutto il tempo per recuperare in vista del giorno dopo, quindi andate, cimentatevi e vivete la vita che c’è nel deserto!.

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