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Healing garden: c’è una cura in giardino

Si chiamano healing gardens e si stanno diffondendo negli ospedali e nelle residenze per anziani. Sono progettati per aiutare malati, disabili e persone fragili a sentirsi più forti e più liberi

Un’anziana malata di Alzheimer che ritrova la voglia di uscire dal reparto in cui è ricoverata per sentire il profumo dei fiori. Un ragazzo autistico che comincia a parlare per raccontare di un nuovo germoglio appena visto su un ramo. Un bambino ipovedente che riscopre la natura con il tatto e l’olfatto.

Di storie come queste l’architetta paesaggista Monica Botta ne può raccontare molte visto che da anni progetta healing gardens per ospedali, case di cura, centri diurni per disabili e altre strutture sanitarie.

«In Italia si parla poco di questi particolari spazi verdi terapeutici, nati nei Paesi anglosassoni negli anni Ottanta e che si sono diffusi anche nel Nord Europa» racconta. «Molti studi scientifici hanno dimostrato che il verde ha un effetto curativo sulla psiche e sul corpo nei soggetti con qualche disabilità e, in generale, in chi vive una condizione di sofferenza o disagio. Stress, ansia, depressione e tante altre malattie possono essere dominate attraverso quel particolare rapporto con il paesaggio che si crea in questi giardini.

Eppure, in Italia, è ancora difficile fare capire al personale sanitario italiano che sono potenti alleati delle persone fragili». «Ci sono almeno due motivi per cui sarebbe importante mettere a disposizione uno spazio verde a chi ha problemi di salute» interviene Antonio Guaita, direttore della Fondazione Golgi Cenci di Abbiategrasso (Mi) che studia l’invecchiamento cerebrale e l’Alzheimer. «Uno ha a che fare con la capacità umana di emozionarsi, l’altro riguarda la nostra voglia innata di libertà. Una persona che non è più in grado di godere della lettura di un libro può essere ancora colpito dal colore di un fiore o dal suo profumo, perché la percezione delle sensazioni rimane a dispetto della malattia più invalidante».

In "Caro giardino prenditi cura di me", Monica Botta descrive l’effetto terapeutico del verde che ha sperimentato nei suoi healing gardens (Libreria della natura)

Il potere calmante degli spazi verdi

La natura manda messaggi positivi che hanno un effetto calmante sul sistema neurovegetativo. Persino chi è in uno stadio avanzato di demenza riesce a coglierli, perché sa ancora distinguere tra stimoli buoni e negativi. «Attraverso sensazioni tattile, olfattive, visive, uditive e del gusto si possono avere effetti terapeutici importanti su malati, disabili, anziani e bambini» spiega l’esperto. «Se consideriamo, poi, che il 90% delle persone che si trovano nei luoghi di cura soffre di disturbi del comportamento e vive sotto sorveglianza, il giardino terapeutico diventa anche uno spazio di libertà. Qui nessuno si sente confinato e non c'è nulla di ostile da cui doversi difendere. In questi luoghi le persone fragili possono ritrovare non solo la serenità, ma anche una maggiore autostima e, di conseguenza, una migliore qualità di vita».

Se è vero che ogni giardino crea benessere, quelli terapeutici devono essere progettati non solo in termini estetici. Il punto di partenza è la sicurezza. «Per la vegetazione vanno scelte specie non velenose o che diano falsi indizi. Per esempio, c’è una particolare specie di prunus laurocerasus, l’otto luyken, che fa delle bacche che sembrano olive ma non sono commestibili. Se lo inserisco in una struttura dove ci sono persone che soffrono di demenza, non posso essere certa che prima o poi non le assaggeranno» spiega Monica Botta.

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Una pianta per ogni problema

Ma si può dire che esiste un’area verde ideale per ogni sintomo? «Per progettare il giardino terapeutico bisogna partire dal disagio di chi ne usufrisce. Un conto è realizzarlo per persone che hanno una malattia degenerativa, un altro è farlo per chi ha una disabilità» continua la progettista. «In questi giorni sto progettando un healing garden per malati di Alzheimer della residenza per anziani di Fondazione Cerino Zegna, in provincia di Biella. Spesso queste persone hanno problemi di vista e non riescono più a percepire le sfumature dei colori. Una fioritura a tinte tenui non è consigliata, devo giocare sui contrasti. Ho previsto i fiori blu e violacei di muscari, iris e geranium, con quelli gialli e arancioni dell’hemerocallis e della lysimachia. Ma ci sarà anche un angolo fucsia con camelie e azalee, perché siamo a due passi dal parco della Burcina, dove di questi fiori c’è abbondanza. Per le persone che soffrono di malattie degenerative la memoria è importante: anche un fiore conosciuto può contribuire a riattivarla e mantenerla più a lungo».

Diverso è il benessere che possono ricavare gli ipovedenti o i disabili da un’area verde. «All’Orto Botanico di Lecce sto progettando un giardino per stimolare i sensi: qui si potrà godere della natura con il tatto e l’olfatto. Ho previsto dei corrimano che conducono ai cartelli per non vedenti e piante aromatiche come lavanda, rosmarino e timo con altri fiori con petali particolari e profumi intensi.

Nella Residenza per Anziani Cidas di Ferrara, invece, molti ospiti sono in carrozzina. Nel loro Giardino della Felicità, come è stato chiamato, ci sono spazi diversi per fare attività in modo più naturale e rilassato, come l’ortoterapia o la fisioterapia». Qui si legge, si serve il tè, si fa festa. «È fondamentale che lo spazio verde sia vivo» dice il dottor Guaita. «La natura è importante, ma non rimpiazza mai la solitudine».

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