Lady Diana

Lady Diana, a 25 anni dalla morte

La più amata, la più imitata, la più rimpianta. A 25 anni dalla sua tragica scomparsa, la principessa Diana rimane nei ricordi e nel cuore della gente. Perché è stata la prima a mostrarsi fragile e imperfetta. Ma anche forte nel riprendersi la vita. Diventando una role model senza tempo

Lady Diana, la principessa del popolo

Un personaggio mainstream, conosciuto e amato da tutti. Lady Diana lo era senza dubbio, quando questo termine non era neppure stato inventato. Il 31 agosto saranno 25 anni da quell’istante tragico in cui la Mercedes su cui viaggiavano la principessa del Galles e Dodi Al-Fayed si schiantò contro un pilone del tunnel dell’Alma, a Parigi. Un momento “storico”: ci ricordiamo tutti dove eravamo quel giorno e anche se ormai è passato un quarto di secolo ancora parliamo tanto di lei.

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Perché Lady Diana era unica, un’anticipatrice e una role model ante litteram. Non c’è nulla tra le celebrities contemporanee che lei non avesse già detto, fatto o indossato. «Per la monarchia inglese esiste un prima e un dopo Diana, perché niente è stato più lo stesso dopo di lei» nota Lavinia Orefici, giornalista esperta di reali e autrice del libro Diana. La principessa del popolo (Piemme). «Non solo: la sua forza dirompente ha scardinato le regole del gioco tra vip e gente comune. L’effetto Diana, come dicono gli inglesi, è stato fortissimo ed è ancora realtà».

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È stata la prima principessa empatica e umana

Lady Diana è stata la prima principessa empatica e umana, con quegli occhi tristi e il capo inclinato che sembrava incapace di reggere la solitudine che l’ha accompagnata fin dall’infanzia. Ha ammesso in tv i problemi di bulimia e le insicurezze come moglie come nessuno aveva mai osato. Ha mostrato le sue fragilità, una mossa poco apprezzata a Buckingham Palace. «Ma la gente la adorava proprio per questo motivo. Come ha detto il fratello Charles nell’elogio funebre: il mondo l’ha amata per la sua vulnerabilità, perché la sentiva vicina» spiega l’esperta.

Una principessa "vera"

Era vera più che mai Diana, così lontana dall’ideale di perfezione in voga in quegli anni. Anzi, i tanti libri a lei dedicati entrano tra le pieghe di un carattere complesso, di una donna spesso capricciosa e autolesionista, pronta a vedere nemici e intrighi a ogni angolo, anche quando non c’erano, ma dolcissima e molto presente con i figli William e Harry. «Lady D seguiva il cuore e non il protocollo: ha umanizzato la monarchia, una mossa quanto mai preziosa» prosegue Lavinia Orefici. Nei giorni dopo la sua morte l’apprezzamento di Diana tra i sudditi toccava il 90%, mentre la corona si fermava al 48%. Era ai minimi storici, perché gli inglesi la ritenevano troppo fredda e distante. Ma i Windsor hanno imparato quella lezione e oggi William e Kate fanno convivere splendidamente empatia e regole».

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Una confessione estorta con l'ingannno

Oggi, forse, la principessa del Galles sarebbe la regina dei social. Ha acconsentito al primo matrimonio reale in mondovisione, che ha tenuto incollati alla tv 750 milioni di persone. Si mostrava sempre nel modo giusto a fotografi e giornalisti e le sue interviste facevano il botto. Come quella rilasciata alla BBC nel 1995 in cui racconta del suo matrimonio “troppo affollato”, con Camilla Parker Bowles sempre presente nel cuore (e non solo) di Carlo.

Oggi sappiamo che quei 54 minuti di confessione sono stati estorti con l’inganno dall’emittente britannica, che convinse Lady D di un fantomatico complotto ai suoi danni e di un presunto tradimento del marito con la tata dei figli, eppure le sue parole e il suo volto sono entrati nel mito. «Ogni frase arrivava dritta a chi l’ascoltava» analizza la giornalista. «Era energica e coinvolgente, spontanea e calorosa con le persone tanto da meritarsi proprio il titolo di principessa del popolo. È stata la prima reale ad abbassarsi per chiacchierare con i bambini, per mettersi alla loro altezza, e a guardare negli occhi la gente. Dietro questo atteggiamento si nascondeva tanta preparazione. Diana studiava ogni singolo giornale che le dedicava articoli, analizzava come parlavano di lei e come migliorare la sua reputazione e intratteneva buoni rapporti con reporter e fotografi per avere pubblicità positiva».

Lady Diana ha inventato lo street style

Lo street style? L’ha inventato Diana, che indossava con orgoglio i jeans negli stivali e il berretto da baseball. L’athleisure? Sempre lei, con ciclisti, sneaker e calzino di spugna bianco. E la lista potrebbe continuare all’infinito, dai blazer strutturati ora adorati da Jlo e Lady Gaga fino agli accostamenti audaci, come il completo viola e rosso sfoggiato per visitare il Taj Mahal.

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«Lo stile della principessa si è evoluto con lei» spiega Lavinia Orefici. «È entrata nella famiglia reale con un look low profile, ma subito ci ha messo la sua impronta, puntando su colori e fantasie inusuali. E poi ha cominciato a mandare messaggi con il suo abbigliamento: con il Travolta dress, messo per un ballo con l’attore alla Casa Bianca, ha raccontato di essere indipendente dall’etichetta e con il Revenge dress, di chiffon nero e con le spalle scoperte, ha attirato l’attenzione di tutti proprio la sera in cui Carlo ammetteva il suo tradimento, diventando una perfetta metafora di rivalsa. Poi, negli anni Novanta, ecco l’incontro con Gianni Versace, allora lo stilista più famoso del mondo, che la rende sexy e immortale».

Una principessa trendy

Tutto quello che Diana ha toccato è diventato trendy. E succede ancora. La prova? Un suo maglioncino rosso con le pecorelle bianche e nere (molto kitsch) è stato rimesso in produzione nel 2021 da un giovane brand americano ed è andato letteralmente a ruba.

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Lady Diana e la solidarietà

I Windsor, così come tutte le dinastie reali, hanno sempre fatto beneficenza, ma Diana ha sparigliato le carte anche qui. «Non si limitava alle classiche e sporadiche visite in scuole e orfanotrofi ma sceglieva con cura le cause più importanti, di strettissima attualità. Tutti abbiamo in mente lei che stringe le mani ai malati di Aids, quando il mondo intero li trattava come lebbrosi, o il rapporto speciale che aveva con Madre Teresa di Calcutta» commenta Lavinia Orefici. «Oppure, ancora, la principessa che attraversa un campo di battaglia in Angola per dire no all’uso delle mine antiuomo e fa conquistare il Nobel per la pace al movimento che si occupava di quella campagna. Ogni visita, ogni azione, era fatta con il cuore e con un’attenzione unica, come quando indossava abiti in velluto se incontrava persone cieche per trasmettere loro calore e morbidezza. E ci credeva davvero perché sentiva affinità con gli ultimi del mondo visto che, anche nel suo castello dorato, lei rimaneva un’outsider, in grado di capire sofferenze e tristezza».

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