Ci sono alcuni film, da La vita è meravigliosa a Una poltrona per due, che nel corso dei decenni si sono guadagnati l’appellativo di grandi classici di Natale; altri che pochi ricordano ma che vale la pena di riscoprire in questo periodo perché trattano il tema delle festività in modo dissacrante (per esempio Parenti serpenti di Mario Monicelli) o addirittura inquietante (il terrificante Black Christmas).
C’è tuttavia una terza categoria di film, altrettanto resistente al tempo, che vale la pena di rivedere sotto l’albero: i film che diventano cult “grazie” ai loro difetti. È la zona dove convivono un padre che ritorna come pupazzo di neve in Jack Frost (1998) o marziani che rapiscono Babbo Natale (Santa Claus Conquers the Martians, 1964). C’è spazio, nella lista, anche per un Babbo Natale slasher (Santa’s Slay, 2005), per il cinepanettone Natale in India, (2003), e per il pirotecnico Elf – Un elfo di nome Buddy (2003).
Santa Claus Conquers the Martians (1964)
Diretto da Nicholas Webster, con John Call come Santa Claus, Leonard Hicks come Kimar (il “re” marziano) e la giovanissima Pia Zadora come Girmar, è una fantasia sci-fi natalizia che oggi sembra uscita da una dimensione parallela. Su Marte, i bambini sono ossessionati dalla TV terrestre e dal Natale; gli adulti, preoccupati, decidono che la soluzione sia… rapire Babbo Natale e portarlo sul pianeta rosso.
Tra grotte, costumi improbabili e logiche da teatro scolastico, Santa arrivato su Marte assieme a due bambini terrestri allestisce una fabbrica di giocattoli per ridare gioia ai piccoli marziani. Ma Voldar, militarista e allergico al ‘divertimento’, tenta di sabotare i macchinari e di far saltare il piano, convinto che il divertimento sia un pericolo per l’ordine sociale.
Perché è un cult: perché è il trionfo del camp involontario: scenografie low budget, recitazione naïf, idee deliranti portate avanti con serietà assoluta. È uno di quei film che si ricordano “per sempre” proprio perché non assomigliano a nient’altro.
Jack Frost (1998)

Diretto da Troy Miller, con Michael Keaton nei panni di Jack Frost, Kelly Preston come Gabby e Joseph Cross come Charlie, è un film che parte come commedia natalizia e scivola subito in una fiaba agrodolce.
Jack, musicista e padre spesso assente, muore in un incidente proprio quando promette al figlio che “stavolta” ci sarà. Un anno dopo, una misteriosa armonica sembra riportarlo indietro… ma nel modo più improbabile: Jack torna vicino a Charlie sotto forma di pupazzo di neve, e cerca di recuperare il tempo perso…
Perché è un cult: perché è tenero e insieme straniante: l’idea è così borderline da diventare involontariamente comica. Perfetto per una visione con gli amici, scenderà qualche lacrima e qualche volta ci si chiederà “ma cosa sto guardando?”.
Elf – Un elfo di nome Buddy (2003)
Qui il Natale “funziona” davvero, ma è diventato talmente iconico da meritare un posto anche in una maratona fuori dagli schemi. Diretto da Jon Favreau, con Will Ferrell come Buddy, James Caan come Walter Hobbs e Zooey Deschanel come Jovie, racconta di un neonato che finisce per sbaglio nel sacco di Babbo Natale e cresce al Polo Nord convinto di essere un elfo.
Da adulto scopre di essere umano e parte per New York per trovare il padre biologico (un editore cinico e allergico allo spirito natalizio): tra ingenuità disarmante, disastri in città e una storia romantica, Buddy prova a portare “magia” in un mondo che l’ha dimenticata.
Perché è un cult: perché è diventato un classico moderno a forza di battute, scene-meme e atmosfera “zucchero puro”; dentro una lista di titoli sbilenchi, è il punto luce: ti rimette di buon umore e ti prepara al caos che arriva dopo.
Natale in India (2003)
Diretto da Neri Parenti, con Massimo Boldi nel ruolo di Enrico Paci, Christian De Sica in quello di Fabio De Tassis e Enzo Salvi come Vomito/Yoghi, è un cinepanettone che mette insieme due mondi opposti e li scaraventa in “cartolina esotica”.
Da una parte c’è De Tassis, più elegante e manipolatore; dall’altra Paci, più terra-terra e impulsivo. Un viaggio in India diventa il pretesto per equivoci, piccoli imbrogli, scambi di identità e una sfilza di situazioni che non si fermano mai: saune, tribunali improvvisati, rubini, gelosie, bugie che si moltiplicano fino a esplodere nel finale che tira le fila della vicenda.
Perché è un cult: perché è un rito pop: lo guardi sapendo esattamente che tipo di esperienza stai comprando (gag, eccessi, nonsense) e proprio quella “certezza” lo rende da compagnia, da divano e commento libero.
Santa’s Slay (2005)
Scritto e diretto da David Steiman, con Bill Goldberg come Santa, Douglas Smith nel ruolo di Nicolas Yuleson e Emilie de Ravin come Mary “Mac” Mackenzie, ribalta il Natale in versione horror demenziale.
Qui Babbo Natale non è buono: è letteralmente una creatura demoniaca costretta per secoli a distribuire gioia dopo aver perso una scommessa “celeste”. Scaduto il vincolo, torna alla sua vera natura e si presenta in una cittadina innevata come una macchina da guerra: uccisioni a tema, humor nero, inseguimenti e finale a sorpresa.
Perché è un cult: perché è trash consapevole e da “film di mezzanotte”: esagera, accelera, non chiede credibilità. Ideale quando dopo i film “dolci” vuoi il Natale… versione caos.
Pottersville (2017)
Diretto da Seth Henrikson, con Michael Shannon nei panni di Maynard Greiger, Judy Greer come Parker e Ron Perlman come sceriffo Jack, è una commedia natalizia talmente strana da sembrare una barzelletta.
Maynard gestisce un emporio in una cittadina in crisi: è Natale, gli affari vanno male e l’aria è depressa. Una notte, tra equivoci e un travestimento, viene scambiato per Bigfoot: invece di chiarire, la città (e lui stesso) decide di sfruttare il malinteso per attirare turisti, giornalisti e curiosi. Il risultato è un crescendo di situazioni assurde dove l’idea “salviamo Pottersville” diventa sempre più ridicola e incontrollabile.
Perché è un cult: perché mette insieme un cast importante con elementi surreali e situazioni assurde. È perfetto se ami i film che sembrano non capire mai del tutto cosa vogliono essere… e proprio per questo intrattengono.
Home Sweet Home Alone – Mamma, ho perso l’aereo (2021)
Diretto da Dan Mazer, con Archie Yates nei panni di Max Mercer e la coppia Ellie Kemper (Pam McKenzie) / Rob Delaney (Jeff McKenzie), è un “soft reboot” che riprende lo schema classico del bambino a casa da solo, ma lo rimescola in chiave contemporanea.
Jeff e Pam McKenzie sono in difficoltà economica e stanno cercando di vendere casa senza dirlo ai figli. Durante una visita immobiliare, Max Mercer e sua madre Carol passano di lì: Jeff mostra a Max una scatola di vecchie bambole, tra cui una bambola difettosa con la faccia capovolta, e Carol fa notare che pezzi così “anomali” possono valere moltissimo. Poco dopo, nella confusione della partenza per Tokyo, Max viene accidentalmente lasciato a casa da solo… Il film gioca con rimandi alla saga e strizza l’occhio ai fan, ma inevitabilmente si confronta con un mito pop intoccabile.
Perché è un cult: perché è l’ideale per l’hate-watch natalizio (in amicizia): lo guardi e commenti ogni scelta, confronti le scene con l’originale, discuti se “dovevano farlo” e finisci a ridere più del dibattito che delle gag.
Mini-regole per goderseli
Questi film rendono al massimo se li tratti come un rituale leggero, non come una visione “seria”: luci basse, snack, e soprattutto commento libero. Il bello del “brutto che diventa bellissimo” è che ti invita a partecipare: noti il momento in cui il tono cambia all’improvviso, l’effetto speciale che sembra fatto con due graffette, la battuta che arriva un secondo troppo tardi… e ridere insieme è metà dell’esperienza.
Se siete in gruppo, datevi una regola semplice: pause brevi consentite, ma solo per commentare o per rimettere insieme i pezzi quando il film decide di cambiare strada senza avvisare. E non sottovalutare l’atmosfera: una playlist natalizia prima di partire, una coperta sul divano, qualche decorazione accesa… più “festa” c’è attorno, più questi film diventano divertenti anche quando arrancano.