Mtv chiude e finisce un’era. La notizia circola da giorni, ma oltre che essere una mezza verità – Mtv Italia non ha annunciato alcun cambiamento – c’è un allarmismo pericoloso. Della fine del canale si parlava già da anni. Paramount Skydance, il gruppo internazionale che ha in portfolio tutti i canali nati da Mtv, ha infatti cominciato da tempo ad orientarsi maggiormente verso la tv generalista. E i primi ad annunciare la chiusura dei canali (entro la fine del 2025) sono stati gli inglesi, che anche dopo la Brexit restano per noi una stella polare soprattutto per la musica.

Ma non solo Mtv non è (ancora) chiusa, ad essere più viva che mai è la musica in tutte le sue forme. Lo vediamo con i promettenti dati sui podcast e le classifiche video, lo sentiamo durante le prime puntate di XFactor 19. La musica sta benissimo, i videoclip pure, Mtv (Italia) barcolla ma non molla: ecco perché è giusto rimpiangere i vecchi tempi, ma non troppo.

Il senso di Mtv

La storia del canale è leggenda pura, e inizia con il lancio negli Stati Uniti nel 1981. Il primo videoclip, un manifesto, è Video Killed The Radio Star. Fin da subito, l’evoluzione di Mtv si intreccia con tutte le nostre vite. Da quel momento, c’è un punto di riferimento per tutti gli amanti della musica. C’è un canale in cui per 24 ore su 24 si possono ascoltare (e, per la prima volta, guardare) i brani e le esibizioni degli artisti del momento. L’adolescenza non è più la stessa: a decidere come ci si doveva vestire erano i veejay e i presentatori dei programmi iconici, a stabilire cosa si ascoltava era il palinsesto del canale, a definire i biglietti must-buy era sempre e solo Mtv.

Per chi l’ha vissuta nei suoi anni d’oro, Mtv significa Thriller di Michael Jackson, i video dei Duran Duran, l’Unplugged dei Nirvana. Ma anche Paola Maugeri con i capelli blu o, più tardi, le uova su Fabri Fibra a Trl, gli esordi di alcuni dei rapper più popolari del momento a Spit.

Mtv tra ieri e oggi

Eppure di tutto questo già a partire dagli anni ‘10 restava ben poco. Il canale, punto di riferimento per la GenX, è riuscito (brevemente) ad attrarre i millennial. Ma invece che conquistarsi il ruolo di guida musicale, è diventato un canale d’intrattenimento come altri. Alternando la musica a programmi sì, iconici, ma non in grado di sopravvivere all’era social (né al cambio generazionale). Lungi dall’essere l’Mtv di una volta, è diventato il contenitore di Mtv Cribs, Teen Mom, La vita segreta di una teenager americana, Jersey Shore, Catfish.

Il guaio è che non ha nemmeno tentato di parlare alla GenZ. I più grandi, quelli nati tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, ricorderanno strascichi di programmi iniziati decenni prima. I più giovani però non hanno avuto nemmeno uno spot – figuriamoci un palinsesto – adatto a loro. Non sono stati i social, TikTok o i reel ad uccidere Mtv, ma il rifiuto di scendere a patti con una nuova generazione di giovani.

Anche perché, mentre i Video Music Awards perdono di anno in anno la loro rilevanza, i ragazzi i video li guardano (e amano) eccome. Hanno semplicemente trovato il loro posto altrove. Youtube è il social media più utilizzato al mondo con quasi 2 miliardi e mezzo di utenti. I video più guardati del momento in Italia sono di artisti che in televisione non sarebbero mai potuti andare. La top3 della settimana vede in cima Dipinto, Frezza e Salmo. Neanche a dire che l’unico videoclip del nuovo album di Taylor Swift (The Life of Ophelia), pubblicato meno di due settimane fa, conta oltre 66 milioni di visualizzazioni.

Forse i social salvano la musica

Dire che, senza un canale che li selezioni per loro, la GenZ perda il contatto con l’importanza del videoclip, è fare una polemica sterile. Mentire sapendo di mentire. È vero che social come TikTok e Instagram offrono la possibilità di guardare clip brevi e minano la nostra attenzione, ma YouTube è più popolare che mai e Spotify ha lanciato mesi fa la possibilità di guardare il videoclip del brano che si sta ascoltando direttamente sull’app.

Quello che realmente offrono i social è la possibilità di selezionare noi i brani che vogliamo, quando e come vogliamo. Non c’è più bisogno del deejay come del veejay perché ognuno di noi può divertirsi a farlo, con buona pace di Paola Maugeri. E forse non sottostare alle regole di un canale, che negli anni è diventato un’istituzione con tutti i limiti del caso, non è un male per la musica. Su Mtv, inoltre, ormai raramente venivano trasmessi video di artisti poco conosciuti (se non durante Mtv Push), e la musica rap – la più amata dalla GenZ – era quasi completamente esclusa.

Certo, pensare di dire addio a Mtv significa che arriva la fine di un’era. Ma quando parliamo di una nuova wave, musica “da social”, non dovremmo concentrarci su TikTok e i reel. Dovremmo pensare di più ai vantaggi che offre ai ragazzi, alla creatività, alla democraticità delle piattaforme. Forse non abbiamo visto arrivare la fine di Mtv, eppure era davanti ai nostri occhi già quando i ragazzi si scambiavano le playlist indie (altri grandi esclusi dal palinsesto prima di diventare “it pop”) scoprendo nuovi artisti. Quando al posto dei festival tradizionali con sponsor e “grandi nomi” sono diventati sempre più attese le lineup di appuntamenti indipendenti e giovani.

E oggi che gli artisti si scoprono (anche) su TikTok e i videoclip per un singolo brano sono molteplici (così come le versioni degli album), forse è davvero superfluo un canale che contenga tutto, a patto di decidere chi sta dentro e chi sta fuori. Per la musica, che è sempre più bella quando è libera, non è detto che sia un male.