Della sua bulimia, Ambra Angiolini ne ha parlato più volte. Lo ha fatto in interviste e post social, ma soprattutto in un libro, InFame, che racconta il suo percorso. Ora, racconta l’attrice a Repubblica durante il Giffoni FilmFest, quella storia diventerà un film. Sarà una «commedia irriverente», racconta lei. Non farà parte del cast e anche quella della regia è solo una possibilità: «Ora vivo per scrivere», spiega.

Il momento più difficile durante «Non è la Rai»

All’epoca di Non è la Rai, Ambra Angiolini era una star tra gli adolescenti. Eppure sentiva che qualcosa non andava. «Ero nel pieno della malattia. Ero una ragazzina. E quella malattia ti frega, se non capisci da dove arriva. Oggi, a 48 anni, posso dire che sento tutto in modo speciale. Anche cose che non mi riguardano. Forse è per questo che sono arrivata a spiegarmi quella malattia come qualcosa che parte dalla ‘taverna’ che ho dentro, nel corpo. Non è più una malattia, oggi è un aggettivo», dice. Quello che, visto da fuori, sembrava un momento d’oro, per lei è stato complicatissimo: «Ero un animaletto tirato fuori da una tana, buttato in mezzo ad aeroporti e stazioni. Era tutto gigantesco, mentre io a malapena mettevo insieme un congiuntivo… anzi, li sbagliavo. E non c’erano i social, altrimenti sarei stata distrutta» ha confidato.

Gli attacchi sui media

Era un epoca diversa, di body shaming non si parlava ancora e attaccare le celebrità sull’aspetto fisico era considerato quasi la norma. «Su Instagram ho pubblicato molti articoli e servizi in cui il mio corpo, che si era trasformato, veniva preso in giro. Anche vent’anni fa, in Rai, andò in onda un servizio che ho poi ripubblicato: mi definivano ‘generazione XXL’» ha ricordato Ambra Angiolini. Parole feroci, una cosa impensabile adesso. «Ho scelto di non sottrarmi, di non rifiutate quella porcata. Ho deciso di affrontarla. Non l’ho mai vissuta da vittima. Mi sono ripresa tutto, anche le ferite. So che può far male a chi ha provato a fermarmi nella vita, ma non ci sono riusciti. Mi hanno solo fatto conoscere una donna più interessante di quella che avrei potuto essere se avesse prevalso la superficie», spiega ora lei.

La scoperta della malattia

Ambra Angiolini anche trent’anni fa sapeva che qualcosa non andava, ma dare un nome a quello che viveva era difficile. Poi un giorno, per caso, la prospettiva è cambiata nella libreria di un aeroporto: «Mi sentivo strana ma funzionavo, avevo successo. Prendo un libro, Tutto il pane del mondo di Fabiola De Clercq. Lo apro. Leggo: “Vomito tutto quello che mangio”. Mi spavento. Lo chiudo. Lo compro. Lì ho capito. Ho dato un nome a quel male».

«InFame», il libro di Ambra Angiolini sulla bulimia

Ambra Angiolini ha raccontato la sua lotta contro la bulimia in un libro, InFame, uscito nel 2020. «È una storia molto personale, una ferita che mi ha insegnato tanto. Quando l’ho scritto, ho capito quanto fosse tragicomico, e a tratti pericoloso, ciò che avevo vissuto. Ora, con la giusta distanza, mi rendo conto che è anche uno sguardo per chi, da dentro, pensa di non poter guarire mai».

Dal libro al film con l’aiuto di Francesco Renga

Presto la storia raccontata in quel libro diventerà un film, e Ambra Angiolini non può fare a meno di ringraziare il suo ex Francesco Renga. Con il padre dei suoi figli ha mantenuto un rapporto splendido, di affetto e complicità. «Gli mando di notte le cose che scrivo. Con lui ho un bellissimo scambio di idee». Lo scambio con lui è fondamentale per un confronto sincero, ma la sceneggiatura è tutta farina del sacco di Ambra: «Sto scrivendo da sola, come mi ha chiesto il produttore Roberto Proia. È bellissimo avere una squadra».

Come sta ora Ambra Angiolini?

«Non vomito più, ma quella parte c’è» spiega Ambra Angiolini a proposito dalla sua vita oggi. «È diventata una forma di coscienza, un modo di sentire il mondo. Sono bulimica nel senso profondo, negli affetti, nel lavoro. Ho bisogno di abbracciare e di essere abbracciata. Di comunicare. Ho bisogno di verità», confida.