Una bambina, Beth Harmon, rimane orfana e finisce in un istituto, dove – grazie alle lezioni di un burbero custode – si appassionerà al gioco degli scacchi. Si rivelerà essere un genio e gli scacchi diventeranno per lei lo strumento di emancipazione da una vita difficile, segnata dalla prematura scomparsa dei genitori e dalle dipendenze, prima dalle benzodiazepine e poi dall’alcol. È questa la storia che racconta La regina degli scacchi, la serie Netflix che ha debuttato lo scorso 23 ottobre e da allora è una delle più viste sulla piattaforma.

La serie, ambientata nell’America degli anni Cinquanta e Sessanta, si ispira al romanzo The Queen’s Gambit di Walter Tevis, uscito nel 1983 e pubblicato in Italia da minimum fax, il cui titolo originale si riferisce a una mossa d’apertura del gioco, un significato che purtroppo si è perso nella traduzione italiana (la mossa si chiama “gambetto di donna”). A interpretare la protagonista ci sono prima la giovane Isla Johnston e poi la ventiseienne Anya-Taylor Joy, già vista nel bel film Emma e nella popolare serie tv Peaky Blinders. Anche se non ti piacciono gli scacchi, o addirittura pensi siano noiosi, questa serie ti appassionerà lo stesso. Ecco perché.

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È fedele al mondo degli scacchi

Gli scacchi sono sempre stati molto cinematografici. Come non pensare all’iconica scena de Il settimo sigillo dove il protagonista Antonius gioca a scacchi con la Morte? Beh, sarai sorpresa di sapere che in quella scena era tutto sbagliato, a cominciare dalla scacchiera. Non importa, perché rimane comunque una delle scene più belle della storia del cinema, ma il regista de La regina degli scacchi, Scott Frank, con la serie ha voluto rendere omaggio al gioco in sé, in modo da spiegarne quanto più possibile le dinamiche anche a chi non ha familiarità con la pratica, ma senza sfigurare di fronte agli scacchisti appassionati. Per farlo, si è affidato alla consulenza di Garri Kasparov, uno degli scacchisti più famosi al mondo, e quella di Bruce Pandolfini, scrittore e insegnante di scacchi.

Il risultato sono sette episodi in cui sono riprodotte più di 300 diverse partite di scacchi, ognuna attentamente coreografata e pensata sin nei minimi particolari, dalla tipologia di scacchi corrispondente al periodo storico fino alle luci che illuminano i volti dei protagonisti. Taylor-Joy ha raccontato in più interviste che, per essere credibile come giocatrice professionista, ha dovuto imparare le mosse come se fossero una coreografia di danza, e che il suo passato da ballerina l’ha molto aiutata nel memorizzarle.

È una storia di riscatto al femminile

Oltre a farti scoprire il mondo degli scacchi, però, La regina degli scacchi ti porterà a fare inevitabilmente il tifo per la sua giovane protagonista, che attraverso il gioco, e tutti i successi ottenuti, inizia un lungo  percorso di auto accettazione. Le vittorie le regalano quello che ha sempre desiderato, l’adorazione degli altri, un posto nella società, soldi e opportunità. Ma la sua propensione per le dipendenze, iniziata con la sciagurata consuetudine dell’orfanotrofio di distribuire pillole alle ragazze per tenerle “tranquille”, è un segnale delle lotte interiori che la ragazza si troverà ad affrontare.

La serie, che ha anche il pregio di avere costumi favolosi e ambientazioni che ti faranno subito pensare a Mad Men, segue Beth nel suo viaggio alla ricerca di sé stessa e offre agli spettatori una bella storia di sport e riscatto, ancora più convincente visto che al centro c’è una ragazza che si fa strada in un mondo di maschi.