Confesso che aspettavo da tempo il nuovo libro di Nicola Lagioia, perché ogni volta mi sorprende la sua capacità di maneggiare la materia incandescente della cronaca con la stessa abilità con cui scava nel passato remoto, rendendo ogni romanzo appassionante e appassionato.
È il caso di Santa Barbara, appena uscito per Einaudi. Dopo La città dei vivi, che ha ispirato il film omonimo ora al cinema, lo scrittore barese torna nella Puglia delle origini. E parte da memorie, voci, racconti ascoltati nel paese dei suoi nonni.
Santa Barbara: il nuovo romanzo di Nicola Lagioia
Al centro della storia c’è Nunzia, che non accetta il suo destino di miseria e trasforma il desiderio di un’altra vita in una forza “rapace” capace di travolgere tutti quelli che le stanno attorno. Con lei Nicola, il marito che dopo la guerra e l’emigrazione in Sud America torna sconfitto, e Domenico, il figlio destinato a raccogliere la dura eredità familiare e a trasformarla in una nuova fortuna.
La Santa Barbara del titolo è, invece, una santa ribelle alla quale le donne affidano preghiere e desideri dissennati, e il cui cuore, secondo la leggenda, è nascosto in attesa che un bambino lo ritrovi. Una presenza narrativa misteriosa e potente che permette all’autore di mettere in comunicazione morti e vivi, memoria e destino, creando una saga tentacolare che pone una domanda sempre attuale: quanto siamo disposti a sacrificare per ottenere ciò che desideriamo?
Intervista a Nicola Lagioia
Come nasce l’universo di Santa Barbara, spietato e al tempo stesso intriso di magia?
«Capurso è una reinvenzione. Io sono nato a Bari, ma i nonni venivano da questo piccolo paese della provincia. Da bambino venivo lasciato da loro e mi ritrovavo in case dove le donne impastavano le orecchiette raccontando storie affascinanti e misteriose
Stanotte ho sognato zia Annina con gli occhi infuocati
Erano immagini che mi spalancavano mondi. L’idea del libro è nata 4 anni fa, quando è morta mia nonna, a 107 anni. Sono uscito dalla camera ardente galvanizzato: c’erano persone che raccontavano storie con un’abilità straordinaria, del resto la letteratura nasce in forma orale. Mi sono reso conto che appartenevo a un universo che presto sarebbe scomparso e decidere di raccontarlo è stata come un’illuminazione».

Sconfitta, povertà e la voglia di riscatto
Nunzia e Nicola partono dalla miseria estrema. Lui emigra, lei si aggrappa a ogni possibilità di riscatto, anche moralmente discutibile.
«Nicola è uno sconfitto, appartiene alla schiera di avventurieri che nella maggioranza dei casi rimanevano disperati anche nella terra d’approdo. Anche Nunzia conosce la fame vera, ma per lei il desiderio di diventare ricca, in un’epoca in cui non era un’ipotesi reale, è feroce. Quando un desiderio nasce con quella forza, ti ci aggrappi completamente, sei disposto a tutto. Ma la violenza che ti permette di realizzarlo può diventare una maledizione».
Racconta anche della sconfitta del virtuoso Giovanni
«È un piccolo proprietario terriero che si impegna nella comunità, entra nella Coldiretti e nella Democrazia Cristiana, crede nella possibilità di costruire un’Italia repubblicana diversa. Poi si rende conto – anche attraverso Domenico, che ottiene un finanziamento dalla Cassa del Mezzogiorno grazie a espedienti – che spesso la furbizia del singolo prevale su diritto e giustizia. Nicola vive una sconfitta umana; Giovanni morale, storica. Mi torna in mente una conversazione tra Goffredo Fofi e Mario Monicelli. Uno dei due disse: “Avevamo quasi fatto in tempo a diventare un popolo”. Alla fine il coagulo non è riuscito».
Il patriarcato secondo le donne
Le famiglie sono segnate dalla violenza, l’infanzia è un luogo di cura mancata, eppure lei umanizza anche i “cattivi”.
«Povertà materiale e mancanza di cura portano con sé una durezza relazionale, ma i cattivi sono umani quanto noi. Il bello della letteratura è che permette di vedere le zone d’ombra, di far comprendere che un’azione negativa non definisce totalmente chi la compie. E, a proposito di durezza relazionale, mi interessava fotografare il modo in cui il patriarcato era perpetuato anche dalle donne. Il rapporto, quasi incestuoso, tra madri e figli maschi era pericoloso: Anna, moglie di Domenico, vorrebbe una vita più libera, ma è osteggiata da madre e figlio».
Domenico compie il riscatto generazionale intrecciando il sapere delle ricamatrici con una nuova idea d’impresa.
«Eredita dalla madre la capacità di non accettare il destino. Fonda la Ricami del Sud, diventa ricco e porta benessere in paese. Tuttavia, se vieni dalla povertà, quell’esperienza ti rimane dentro e ti senti sempre minacciato: potere e soldi finiscono per trasformare dinamiche familiari in dinamiche sociali».
La magia di Santa Barbara
Santa Barbara concede favori e vendette. Che funzione aveva quella cultura popolare fatta di sacro e profano?
«Da bambino ero attratto dalla grotta di Santa Barbara, mi affascinava il fatto che si potessero chiedere favori o maledizioni. In una società sottoposta a povertà e fame, la magia, mescolata alla religione, è un modo per resistere al caos che irrompe continuamente nella quotidianità. Pasolini diceva che la modernità avrebbe distrutto questo mondo, io non credo che abbia cancellato il bisogno di irrazionale. Anche quando ci rivolgiamo all’AI rischiamo di attribuire a un’entità tecnologica qualcosa di simile alla magia».
Come si costruisce un romanzo corale dal respiro ampio senza che la narrazione si sfilacci?
«Scrivere romanzi è l’unico lusso che mi concedo, il resto ha obblighi e scadenze, obbedisce alle leggi del mercato. Le mie storie hanno un respiro ampio anche perché gli autori che amo scrivono così: penso a William Faulkner, Julio Cortázar, Mario Vargas Llosa, Toni Morrison. Io parto da una voce quasi vetero-testamentaria, ieratica, poi il romanzo diventa polifonico, con i personaggi che vogliono prendere la parola. Con questo lavoro è cambiata anche la mia idea di scrittore: prima lo pensavo più come un demiurgo; oggi più come un medium, qualcuno che si mette in ascolto, lascia che le voci gli passino attraverso e poi le restituisce».
Un bambino troverà il cuore di Santa Barbara. Quanto ha cambiato il suo sguardo diventare papà di Lula, a cui dedica il romanzo
«Totalmente. La genesi del libro è anche un dialogo tra chi non c’è più e mia figlia. Con Lula ho sentito finalmente di appartenere al ciclo delle nascite e delle morti, infatti la storia vive tra due estremi: da una parte le voci di chi non c’è più, dall’altra la presenza di chi viene dopo di noi e ci interroga sul futuro».