Ci sono libri che raccontano viaggi e libri che raccontano trasformazioni. La tigre nel giardino di Anna Katharina Fröhlich (Mondadori) appartiene a entrambe le categorie. Dopo La trama dell’invisibile, memoir dedicato a Roberto Calasso, scrittore ed editore di Adelphi da cui ha avuto due figli, Fröhlich scrive adesso di un’orfana che trova nella stravagante zia Lady Leslie una guida capace di educarla in modo anticonformista. A interrompere il loro isolamento in una tenuta nel Sud della Francia, un invito in India, ospiti di amici che vivono un’esistenza fiabesca: un viaggio che scardinerà ogni convinzione sull’idea di felicità.

Nata in Germania e residente in Italia, l’autrice porta nella scrittura una sensibilità cosmopolita, facendo convivere il racconto d’avventura con la riflessione filosofica. L’abbiamo incontrata nella tenuta fatta costruire da suo padre, romanziere e saggista, sul lago di Garda.

Intervista ad Anna Katharina Fröhlich: com’è nata l’idea di La tigre nel giardino

Zia Lady Leslie dice: «Se hai un giardino e una biblioteca, non ti manca nulla». Ma la nipote ha il desiderio di evadere.

«Quella ragazza inquieta sono io dai 15 ai 30 anni, infatti nel romanzo uso la prima persona. La giovinezza è un tempo di metamorfosi e di inquietudine, perché ancora non sappiamo cosa desideriamo davvero».

La zia è aristocratica, ma ironica e libera. Si è ispirata a qualcuno?

«A mia madre, che mi ha fatto scoprire la letteratura: attraverso i libri lei ha conquistato una totale libertà intellettuale e spirituale».

In India la protagonista conosce la ricca famiglia Singh Bill. Cosa cambia in lei?

«Avverte una sopraffazione da parte dell’Oriente sull’Occidente. È come entrare in una favola e capire che in Europa manca qualcosa. Lì sente una “fame” spirituale, metafisica».

La felicità nella spiritualità e nelle piccole cose

Foto di Claudio Sforza

Infatti una delle idee forti del libro è che la ricchezza non coincide con la felicità.

«Quella dei Singh non è una ricchezza borghese, ma un patrimonio nato dalla storia della famiglia. La protagonista ci ritrova qualcosa della realtà europea sua e della zia: una ricchezza antica ma decadente e malinconica. Da un lato ne è attratta, dall’altro si rende conto che la felicità non è lì».

Nel finale comprende che la felicità non sta in una strada già tracciata.

«Zia e nipote decidono di seguire due cantori erranti e la prima dice: “Ora non ci resta che imparare a cantare”. Il canto è un dono di Dio, è la capacità di onorare la vita sulla Terra. Mio padre, pur provenendo da una famiglia tedesca protestante, era cattolico. Io ho letto i Vangeli e i mistici, i viaggi in India fatti fin da bambina hanno arricchito la mia dimensione spirituale. Da piccola in questa tenuta sul Garda, dove ancora vivo, vedevo le persone raccogliere le olive cantando. Mi sembrava che la voce uscisse dalla prigione del corpo per elevarsi verso qualcosa di ultraterreno. Zia e nipote, come San Francesco, alla fine abbandoneranno tutto per andare verso l’ignoto».

L’India è descritta con uno sguardo estatico. I suoi viaggi geografici e culturali hanno amplificato l’idea di bellezza?

«Mia madre diceva che la bellezza è una forma di felicità e anche di consolazione. Molti autori hanno scritto che l’uomo si è disabituato a vederla. Io, invece, sono cresciuta in una famiglia in cui era naturale educare lo sguardo al bello e questo influenza la mia scrittura».

Scrivere, trovare il proprio stile e sguardo

Nel romanzo scrive: «I libri modificano lo sguardo sul mondo».

«Ho iniziato a scrivere presto. Prima che imparassi, mia madre mi chiedeva di dettarle i miei pensieri. Conservo ancora quei quaderni, poi ho scritto io stessa i miei diari. Scrivere amplifica l’esistenza, inchioda il passato sulla pagina e permette di estrarre dalle ombre le immagini della memoria. Anche leggere: non immagino un mondo senza i classici, da Gogol’ a Tolstoj, da Dostoevskij a Baudelaire. I grandi libri hanno allargato il mio sguardo, lo hanno reso attento. I libri sono orientamento e salvezza».

Come lavora sullo stile?

«Credo nella riscrittura. Flaubert raccontava di aver riscritto una sola pagina di Madame Bovary 16 volte. Diceva che una pagina deve tremare come una foglia, la lingua deve vibrare. Per me il lavoro più lungo è quello della revisione».

Parla di entusiasmo non come banale ottimismo, ma come forza intellettuale.

«È una parola meravigliosa, viene dal greco en theos, avere Dio in sé. Anche quando si soffre, mai chiudere l’ingresso al divino. Perfino il conduttore di risciò del romanzo, quando sorride, custodisce questo gioiello psichico, nonostante l’umile condizione. L’entusiasmo è un vademecum, una medicina da proteggere a denti stretti».

Anna Katharina Fröhlich: «La vera conquista della vita è la libertà d’animo»

La trama dell’invisibile era dedicato a Roberto Calasso, protagonista dell’editoria europea. Che compagno e padre era?

«Quando ci siamo incontrati è stato come riconoscersi, eravamo cresciuti nella stessa costellazione: mio padre era scrittore e critico letterario. Per lui incontrare una ragazza di 23 anni piena di entusiasmo è stato liberatorio: abbiamo trascorso 25 anni parlando quasi solo di letteratura. Molti lo consideravano severo, distante, io credo che fosse solo concentrato sul suo lavoro. Era uno studioso instancabile, ma con me e i figli era divertente, espansivo, affettuoso, avido di risate e scherzi. Creavamo, ovunque andassimo, un mondo pieno di allegria».

Chi, o cos’è, la tigre nel giardino?

«Per me la vera conquista della vita è la libertà d’animo, l’indipendenza intellettuale ed estetica in un mondo che vuole omologarci. La tigre del titolo è ciò che ci costringe a uscire dai recinti, a conquistare la libertà interiore».